Io sono la strega di Marina Marazza
Voce al Sogno
Recensione di Tiziana Tixi
Io sono la strega è un romanzo storico di Marina Marazza edito da Solferino nel 2020, vincitore del premio Selezione Bancarella 2021.
Di cosa tratta Io sono la strega?
Io sono la strega ricostruisce la vicenda di Caterina da Broni, la strega di Milano, arsa sul rogo il 4 marzo 1617. È un romanzo che attinge quasi interamente agli atti del processo a carico della donna e poco spazio lascia all’invenzione letteraria.
Uno dei pochi personaggi fictional, ma di estrema importanza, è Salem, la cui voce si alterna a quella di Caterina.
Ma chi era Caterina prima di diventare la strega che seminava terrore nella Milano borromaica?
Ella nasce a Broni, presumibilmente nel 1573. La sua esistenza si svolge lungo l’arco temporale che congiunge due secoli, nel periodo repressivo e plumbeo della Controriforma.
A tredici anni rimane incinta in seguito agli abusi di Alfonso Scaramuzza, un nobilastro tracotante, convinto che tutto gli appartenga. Anche una bambina giunta nel suo castello per consegnare una partita di inchiostro.
Giovanni, il padre di Caterina, era stato uno stimato maestro. Folle di dolore per la perdita della moglie, morta dando alla luce il secondogenito, egli aveva abbandonato quel lavoro dedicandosi alla produzione di inchiostro.
Caterina è giovanissima; l’onore è perduto; la casa avrebbe una bocca in più da sfamare. L’economia domestica, già modesta, è diventata ancora più magra in seguito al suicidio di Giovanni. Quel figlio non può restare con la madre.
Quel figlio della colpa. Ma poi di quale colpa? Quella di una ragazzina che, svolgendo un incarico per conto del padre, è incappata nella lussuria di un essere animalesco? Eppure così vuole la morale comune.
Caterina partorisce un maschio. Deve perderlo ma non vuole perderlo.
Allora tesse un filo che la unirà per sempre al suo bambino e gli dona un orecchino appartenuto alla madre, tenendo l’altro per sé. Da pericolante, la giovane è diventata pericolata, perduta. L’unica salvezza è il convento.
Quando la sua sorte sembra ormai decisa, irrompe nella sua vita Bernardino Zagalia, detto Pinotto, che si presenta come un reduce da Lepanto, la gloriosa battaglia in cui le milizie di Cristo hanno schiacciato i mori infedeli.
E, come miles Christi, egli è ammantato di un’aura di venerazione che sfiora la santità. In gran fretta, semisconosciuti, Caterina e Pinotto si sposano e partono alla volta di Pavia, dove l’uomo intende avviare un’attività artigianale.
Nella giovane moglie sboccia un immediato trasporto verso il marito, che la vezzeggia con l’insolito epiteto di “gallinella grigia”. La gallina dalle uova d’oro.
Ecco cosa rappresenta realmente Caterina per Pinotto. Che non è affatto un reduce da Lepanto. Le uniche battaglie, regolarmente perse, sono quelle che combatte al tavolo da gioco, tirando i dadi.
Pinotto è un artista della menzogna e la fantomatica partecipazione alla battaglia di Lepanto è la punta di diamante di un repertorio di bugie volte a carpire la fiducia dell’ingenuo di turno
.Così Caterina si ritrova sposata nientemeno che a un lenone, il quale sfrutta il corpo giovane e fresco della moglie per procacciarsi denaro da giocare ai dadi. Caterina è una prostituta molto richiesta perché dotata di una spiccata sensualità.
Per anni la sua vita si trascina tra il desiderio di scappare e la rassegnazione al mestiere più antico del mondo. Il momento propizio per evadere si presenta quando Pinotto viene aggredito dai creditori.
Per Caterina inizia un lungo cammino irto di difficoltà che appare come una fuga da e una ricerca di. Una fuga dalla minaccia incombente di Pinotto che, sopravvissuto all’agguato, vuole riprendere possesso della moglie e la segue ostinatamente, calcando ogni ciottolo da lei calcato. E una ricerca di un posto sicuro nel mondo.
Una lunga stabilità la donna la trova al servizio del capitano Squarciafico, di cui è per anni concubina. Serva, concubina e innamorata. E madre delle loro due figlie.
Due bastarde che portano il nome e il sangue degli Squarciafico ma non ne condividono i diritti. Sono solo ombre generate dal seme voluttuoso del capitano, vedovo prestigioso che non può certo vivere nel peccato con una donna di rango inferiore e di dubbia moralità.
Egli sposa in seconde nozze una nobile genovese che gli dà unmaschio. Un erede legittimo.
Caterina è in pericolo. Pinotto la cerca, il capitano è sempre più freddo e la piccola Vittoria si ammala.
Ed ecco, al culmine della disperazione, la seduzione del Male, che assume le fattezze del bracconiere Cechin.
“Vedi bene che in questa valle di lacrime quelli come noi hanno bisogno di difendersi, in qualche modo. […] Anche tu sei una povera creatura come me. Quando i santi non bastano, ci sono i diavoli.”
Caterina firma un patto di sangue con il principe delle tenebre.
Gli offre l’anima per la propria salvezza e per quella di Vittoria. Un macabro ossimoro. Si condanna a morte per avere la vita. La bambina guarisce ma il capitano caccia Caterina con l’accusa di averlo affatturato e destina al convento le loro figlie.
Il demonio aiuta comunque la donna liberandola per sempre da Pinotto, che muore annegato. L’ultima tappa di Caterina è Milano.
A servizio presso il capitano Vacallo, si trova ad assistere a una vicenda in cui rivede la propria. Vacallo caccia la concubina Netta con l’accusa di averlo stregato con la complicità di Caterina. L’ultimo capitolo della vita della stria si svolge a palazzo Melzi.
L’anziano senatore Luigi è un uomo solo. Dei numerosi figli, Ludovico è l’unico che frequenta assiduamente la dimora avita. Egli non vede di buon occhio Caterina, cameriera personale del padre.
Non è più giovanissima e nemmeno troppo avvenente ma è una donna. E la donna è maliarda e seduttrice. La misoginia dei padri inquisitori aveva catechizzato la mentalità maschile sulla base degli ammonimenti di Institor von Kramer e Sprenger, autori del Malleus maleficarum.
Le figlie di Eva sono creature subdole che, dietro un aspetto quasi angelico, covano in sé le tenebre del peccato. In effetti Caterina deve difendere con le unghie e con i denti la sicurezza raggiunta e per farlo sceglie di legare a sé Luigi ricorrendo alle arti magiche. Ma l’anziano, già malato, si aggrava. La scienza si arrende all’inspiegabile resistenza del morbo.
Caterina si sente colpevole; forse è l’incantamento la causa del male del senatore. E si affida ai santi. Fatale è il riconoscimento da parte di Vacallo che la denuncia quale strega.
Caterina è processata e viene condannata al rogo con un’esecuzione spettacolare che sia da monito per le masse. Sulla pira, ella incontra Salem, voce maschile di Io sono la strega.
Egli discende da una famiglia di mastri di Giustizia, i Mazzalegora. Mastro di Giustizia, ovvero il boia. Questa definizione esprime l’onore tributato a tale figura quale braccio della Giustizia umana e divina. In tenera età Salem diventa apprendista del padre.
È un allievo promettente, deciso a tenere alto il nome dei Mazzalegora. Mastro Pietro muore colpito dalla maledizione lanciatagli da una strega poco prima che egli ne recidesse la vena maestra. Salem è inquieto.
Forse il mastro esecutore non è altro che un carnefice autorizzato a esercitare una violenza legalizzata uccidendo e mutilando uomini e donne in nome del governo. Ma poi capisce che quello che egli compie sul patibolo è un rito non dissimile dall’Eucarestia, solo che il sangue versato non è quello di Cristo per la salvezza delle anime ma quello dei malvagi per proteggere i giusti.
L’allievo supera il maestro e Salem segue un cursus honorum che culmina nell’incarico, da parte del senato, di giustiziare Caterina.
Prima di essere data alle fiamme, gli occhi allucinati di lei incontrano quelli da chimera del boia. È un’epifania. La stria riconosce il suo carnefice. Questa è l’ultima esecuzione operata da Salem. Ormai egli ha smesso di credere nel valore esemplare della pena capitale.
Essa è solo uno strumento usato dai potenti che si nutrono del sangue delle vittime per interessi personali, non certo per il bene comune.
Perché leggere Io sono la strega?
Io sono la strega è un romanzo che fa male. Leggere alcune pagine è doloroso. Ma è necessario.
Perché, come recita la citazione di Churchill posta in esergo,
“più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere.”
Ma cosa provoca dolore? Non aspettatevi particolari raccapriccianti.
Non ne troverete. E non troverete nemmeno macabre descrizioni di torture e spargimenti di sangue.
Il dolore nasce proprio dalla lapidarietà delle parole spese sugli ultimi aliti di vita dei condannati, come l’estremo bacio alla croce da parte dell’eretico pentito o il rassegnato tragitto verso il patibolo.
Pochi, pesanti cenni. Fa male anche constatare la fredda, spietata razionalità che vedeva la tortura come una scienza, quasi alla stregua della Medicina. E innalzare pire era un’arte che doveva rispondere a precisi criteri. Inevitabile, sorge una domanda: chi erano le strie, le malefiche?
Nella maggior parte dei casi esse erano innocenti. La loro unica colpa era quella di essere donne sole, nubili o vedove. Donne che avevano superato i quarant’anni. Esperte di erbe o addirittura istruite.
Caterina incarna queste caratteristiche. Il padre le ha insegnato a leggere e scrivere. La vexata quaestio dell’istruzione femminile divideva l’opinione pubblica. Da una parte si pensava che essa fosse un’ottima dote per contrarre un matrimonio vantaggioso.
Dall’altra si temeva che, a furia dileggere, le donne rischiassero di farsi venire strane idee. Ovvero di pensare con la propria testa,
sfuggendo al controllo maschile. Caterina diventa strega per istinto di sopravvivenza; nonostante tutto non riesce a varcare completamente quella soglia e rimane scissa tra la fedeltà al credo che le è stato inculcato in casa e la necessità di abiurare per salvarsi.
Perché è come una farfalla imprigionata in una ragnatela. Attraverso la penna dell’autrice, la voce di Caterina risuona dopo secoli a reclamare giustizia per sé e per le donne come lei. Le escluse, quelle che vivevano ai margini. Cellule anomale che andavano estirpate perché non infettassero il corpo sociale. Sangue che ancora oggi macchia le mani della Storia.
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Sinossi
Caterina da Broni, governante, prostituta, avventuriera e strega. Caterina è una bambina strana per il suo tempo, sa addirittura leggere grazie al padre maestro. Rimasta incinta a tredici anni in seguito a una violenza, va in sposa a un uomo che non è chi dice di essere. Ma invece di rassegnarsi a un destino di schiavitù, sceglie di fuggire.
La sua intera vita diventa così una picaresca ricerca del proprio posto nel mondo, attraverso un territorio lombardo intriso di acque e brume, dove la vita è
scandita dallo scorrere del Po.
La sua strada la porta da una locanda assai equivoca a una raffinata bottega di tipografi e poi alla corte di un capitano di ventura, fino ad arrivare a Milano, la grande città dominata dagli spagnoli, teatro di intrighi e lotte per il potere.
Qui, l’accusa di aver affatturato l’anziano gentiluomo da cui è a servizio la conduce in prigione.
La pena è il rogo: così muore una strega e Caterina è convinta di esserlo, di aver venduto l’anima al diavolo per poter sopravvivere. A eseguire la sentenza è chiamato Salem, celebre boia, un uomo bellissimo e tormentato: su quella pira lui rischia di perdere qualcosa di molto importante, che non sapeva di possedere.
Sensuale,inquieta, spietata, tenera e decisa, Caterina da Broni è la protagonista autentica di uno dei più famosi processi alle streghe che la storia abbia tramandato. In questo romanzo prende vita come eroina modernissima, in una narrazione scintillante di ricerca storica, ricostruzione d’epoca, racconto di eventi che si susseguono con ritmo incalzante. Mentre attraversa, ribelle, il suo tempo, sul suo cammino aleggia una domanda: qual è il confine tra giustizia e delitto?







