Al giardino ancora non l’ho detto – di Pia Pera
recensione di Maria Grazia Casagrande

Al giardino ancora non l’ho detto è un libro di Pia Pera edito da Ponte Alle Grazie nel 2016.
“Una sera d’autunno, in una libreria del centro, mi cadde l’occhio su un libretto: Poesie religiose di Emily Dickinson.
Una di queste: ‘I haven’t told my garden yet’ – ‘Al giardino ancora non l’ho detto’ – mi colpì con la forza di una rivelazione. Mi parve contenesse un
atteggiamento rivoluzionario verso la morte.”
Di cosa tratta Al giardino ancora non l’ho detto?
Con queste parole Pia Pera ci prende per mano accompagnandoci nella narrazione del suo speciale rapporto con il giardino: un luogo di cura e meditazione, colori e profumi, nascita e morte.
Un giardino ignaro del fatto che, d’un tratto, dovrà cavarsela da solo e combattere con altre piante che strabordando lo trasformeranno in bosco; perché nel momento in cui la presenza umana verrà meno si svelerà l’inganno e l’abbandono si concretizzerà.
Questa constatazione assume contorni sempre più nitidi quando, durante una passeggiata, qualcuno le fa notare una lieve disarmonia nel passo, tanto che da far nascere nell’autrice la consapevolezza di essere simile al suo giardino e di come la sua gamba sembri appassire proprio come il ramo secco di un albero.
Ed ecco crescere in lei l’empatia, la coscienza di non essere così diversa da una pianta e, al pari di questa, poter seccare, appassire e perdere i pezzi. Una consapevolezza che la porta a provare un senso di fratellanza con il giardino, a sentirsi altrettando indifesa, altrettando mortale.
“La leggerezza interiore nasce forse dal sentimento di sentirmi libera dalla
zavorra terribile del futuro, indifferente al cruccio del passato.”
“Immersa nell’attimo presente, come prima mai mi era accaduto, faccio
finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni
continue”
Tutt’altre considerazioni occupavano la sua mente quando la libertà di movimento era parte scontata di un’esistenza vissuta a perdifiato, salendo lescale a due gradini per volta.
Mentre nel momento in cui il corpo inizia a dar segni di cedimento, tanto da costringerla all’uso della carrozzella, risorge in lei un senso di colpa retrospettivo riguardo alla passata, facile arroganza di quand’era sana.
“Gli ausili per gli invalidi suscitavano la mia impazienza: ma perché non si levano di torno, questi incapaci? Col sovrappopolamento che c’è, cosa la fanno tanto lunga, perché non se ne vanno?”
Uno sgomento forse scaturito dal piacere selvaggio della rapidità, dell’efficienza e del buon funzionamento; perché da chi era lento, incapace,
inetto, sentiva la necessità di allontanarsi come da uno scandalo.
Sembrerebbero parole intrise di cinismo le sue, eppure chissà quante volte il nostro senso di sopravvivenza ci ha messo sulla difensiva e abbiamo provato quella stessa repulsione verso i malati e la voglia irrefrenabile di prendere le distanze dall’immobilità e dall’idea del declino.
E nel dubbio di poter essere contaminati da quel lento morire, sfacciatamente ci siamo dati alla fuga per sentirci di nuovo giovani, forti e sani. Per sentirci vivi.
“Leggo un libro che tratta dell’intelligenza delle piante, del loro annusarsi a vicenda e di come l’emanare odori sia il loro modo di comunicare – “
“E quindi, quando avvertiamo i profumi che solcano l’aria, stiamo in realtà ascoltando, senza comprenderle, le conversazioni tra pianta e pianta,
tra piante e insetti, piante e uccelli a altri animali, noi inclusi”.
Una splendida considerazione, questa di Pia Pera, che illumina la nostra consapevolezza riguardo alla presenza attiva delle piante, al loro essere parte del nostro universo e alla possibilità di poterci rapportare con loro ogni qual volta ci troviamo in un giardino e siamo invasi dal profumi dei fiori.
Perchè leggere Al giardino ancora non l’ho detto?
Leggere il libro di Pia Pera significa fare un viaggio con la mente, dare un senso al tempo che ci è permesso vivere abitando questi spazi, inebriarsi con il profumo dei fiori che compaiono fra le pagine, il cui elenco infinito c’incuriosisce spingendoci a cliccare motori di ricerca per poterne vederne l’aspetto, il colore e la bellezza.
Riusciamo così a riempirci gli occhi di giunchiglie, aquilegie, ellebori, erigeron, siepi di bosso e finocchi selvatici, tassi barbassi, silene, e robinie; o perdendoci all’ombra di lecci, cipressi, aceri, viburni, frassini e quercie. Ad ascoltare il canto di uccellini e cardellini, il ronzio di bombi, api, insetti e calabroni o a restare affascinati dai meravigliosi disegni sulle ali delle farfalle, dal gracidare delle rane, i pizzicati
dei grillo, i tonfi dei rospi, il frullio d’ali dei rapaci notturni. Tutto un mondo che ci circonda e che noi non vediamo o facciamo finta di non vedere, e dunque non capiamo che comunica con noi, sempre.
Curare il giardino, per Pia Pera, significa curare sé stessi e prendersi cura della propria anima; una spiritualità che compare in ogni pagina del libro in cui il suo corpo appare ovunque: disteso su ogni filo d’erba, ogni radice, ogni gemma, ogni foglia, tutto di lei è parte del giardino, di quel mondo fluttuante e pregno di continue trasformazioni; e la sua è una simbiosi perfetta grazie alla quale l’amato giardino vivrà per sempre.
Leggendo le sue pagine troviamo profonda consolazione in questo artificio; un modo dolce di scivolare nella malattia, come un immergersi in acque chiare per nuotare con lunghe bracciate e respiri profondi.
Pia Pera ci rende partecipi della sua metamorfosi interiore, simile a quella del bruco che si trasforma prima in crisalide e poi in farfalla; del viaggio che noi tutti percorriamo totalmente ignari del tempo a nostra disposizione, della bellezza del mondo che ci circonda e delle persone che sfioriamo lungo il nostro cammino.
Un lungo, struggente racconto reso leggero, nonostante l’argomento complesso, grazie ad una scrittura elegante e pervasa di armonia che si fa tramite per donarci la giusta consapevolezza del senso della vita.
Ci ritroviamo, insieme a lei, nudi davanti allo specchio, senza filtri e senza maschere. Siamo noi, il nostro giardino interiore, la fine graduale della vita, l’amore. E con immenso coraggio acquisiamo la consapevolezza di essere giardino, terra, fiore. Di essere nascita, morte e poi rinascita ancora.
Parola dopo parola acquisiamo sempre più consapevolezza di come, noi tutti, dovremmo prederci cura di un giardino, vederlo crescere, morire e poi rinascere; dovremmo imparare a curarci l’anima così come ci si prende cura del proprio aspetto fisico. Predisporci alla vita accettando le proprie fragilità, le negatività sparse lungo il percorso e l’inevitabile trasformazione ultima, vista come un processo che sarà fonte di rinascita.
“Questo stato semplicemente umano di ritrovarsi privi di difesa, lo sgomento nel ritrarsi dall’azione comprendendo di dover lasciare il mondo, vedere la propria immagine prosciugarsi come l’alone di vapore lasciato sul tavolo da una tazza di tè.”
Sono queste le ultime, meravigliose parole con cui Pia Pera ci accompagna in questo percorso verso la fine che si avvicina.
Ed è in un’ultima sera d’estate, mentre sta ancora rimirando il suo amato giardino, che Pia Pera confida ad un’amica la profonda tristezza che l’avvolge nel veder scendere il crepuscolo, quel suo desiderio infantile di poter fermare il tempo e la nostalgia per la luce, per la vita.
Per tutta risposta l’amica le recita questi pochi versi di Stevenson, tratti da una poesia intitolata ‘A letto d’estate’.
Versi che si fanno metafora di quel viaggio che non vorremmo mai abbandonare e di quel buio che ci avvolge quando ancora ci sentiamo così curiosi e vogliosi di giochi.
“Mi tocca andare a letto e vedere
gli uccellini saltellare ancora sull’albero
oppure sentire i passi dei grandi
che se ne vanno ancora per la strada
Ma non vi pare brutto
col cielo così chiaro e azzurro
quando si vorrebbe tanto giocare
dovere andare a letto di giorno?”
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Sinossi
Per molti versi, avrei preferito non dover pubblicare questo libro, che non esisterebbe se una delle mie scrittrici preferite – non posso nemmeno incominciare a spiegare l’importanza che ha avuto nella mia vita, professionale ma soprattutto personale, il suo Orto di un perdigiorno – non si trovasse in condizioni di salute che non lasciano campo alla speranza.
Eppure. L’orto di un perdigiorno si chiudeva con una frase che mi è sempre sembrata un modello di vita, un obiettivo da raggiungere: «Ho la dispensa piena».
Oggi questa dispensa, forse proprio grazie alla sua malattia, Pia ha trovato modo di aprircela, anzi di spalancarcela.
E la scopriamo davvero piena di bellezza, di serenità, di quelle che James Herriot ha chiamato cose sagge e meravigliose, di un’altra speranza.
È davvero un dono meraviglioso quello che in primo luogo Pia Pera ha fatto a se stessa e che poi, per nostra fortuna, dopo lunga riflessione ha deciso di condividere con i suoi lettori.
Non posso aggiungere molto, se non raccomandare con tutto il mio cuore la lettura di un libro che, come pochi altri, ci aiuta a comprendere la straordinaria avventura di stare al mondo.
Luigi Spagnol
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