Il filo avvelenato di Laura Purcell

Voce alle Donne

recensione di Emma Fenu

filo avvelenato

 

Il filo avvelenato è un romanzo di Laura Purcell edito da Mondadori nel 2021.

 

Di cosa tratta Il filo avvelenato?

Il filo avvelenato è un romanzo storico con sfumature gotiche, ma ben poche sono le trasgressioni alla realtà.

Il contesto storico, della prima metà dell’Ottocento in Gran Bretagna, è reso con efficace documentazione storica nei più minuti dettagli, dagli accessori di abbigliamemto, agli arredi, ai profumi dei ricchi e agli afrori dei poveri, dalla vita all’interno delle case con la sperequazione sociale e la divisione netta in ceti, ai paesaggi, agli edifici e alle strade in cui sfrecciano carrozze, ai codici di condotta socialmente accettata.

Il perno del racconto è la segregazione femminile: in una sontuosa dimora, in un monastero come badessa o inserviente, in una cucina come cuoca, in una prigione per debiti come povera, in un manicomio come pazza. O in un carcere come criminale. Cambia il materiale delle sbarre: da oro fino a una di ferro.

Anche i riferimenti alla magia nera, ossia al poter cucire odio su un corsetto e far ammalare la vittima, sono verità in cui crede una delle due voci narranti, ma non corrispondono a quanto realmente accade.

La verità è più truce e per nulla stregonesca.

Così vale per le condizioni di vita terribili delle bambine e dei bambini poveri, costretti a lavorare in fabbriche o in case ricche anche 24 ore di seguito, come prigionieri, e a essere torturati per punizione se sbagliavano o, peggio ancora, tentavano la fuga.

Certro, questa è una storia estrema, al limite della sopportazione. Laura Purcell ha tirato la corda, o meglio il filo, e lo ha avvelenato di tutti i mali del tempo e dei nostri tempi, di tutte le forme di odio e di ingiustizia del destino, di tutte le declinazioni della follia e della depravazione.

Le voci narranti, distinte in capitoli, sono due: Dorotea, ricca venticinquenne orfana di madre dall’età di sette anni, appassiona di frenologia, ossia dello studio forma del cranio come indicatore della personalità e, quindi, di una possibile cura al male di cui si è incolpevoli attraverso l’analisi della conformazione ossea, che si reca per onorare le opere di misericordia corporale in un carcere femminile.

Il padre non approva gli interessi scientifici e culturali della figlia e, in prossimità delle nozze con una nuova donna, non certo un esempio di bontà, vorrebbe farla sposare salvaguardando l’onore della famiglia, già compromesso dalla prima moglie, papista e deceduta per un non ben precisato deperimento accompagnato da una comune diagnosi di isteria femminile.

L’altra voce è Ruth, sedicenne accusata di aver ucciso la propria padrona con efferatezza, condannandola ad una lunga agonia, e destinata all’impiccagione. Figlia di una famiglia poverissima, orfana di padre suicida dopo la morte della sorellina neonata per la mancanza di possibilità economiche di somministrare cure, all’età di dodici anni viene, con dolore, data dalla madre data a una ricca famiglia con cui aveva contratto debiti affinchè lavori, come cucitrice e ricamatrice, per saldare la cifra.

La ragazzina condivide il letto con Mim, la sua più cara amica, in un dormitorio dove altre ragazze, provenienti da orfanotrofi, sono condannate a una vita di abusi terribili. Ruth cova odio per l’odio che le somministrano e lo cuce in ogni punto dei vestiti e dei corsetti commissionati da chi le ha inflitto umiliazioni nell’anima e nel corpo.

Dorotea e Ruth si ritrovano a parlare in una cella e il lettore vive lo straziante dubbio della prima: la fanciulla inventa? La fanciulla è pazza? La fanciulla è bugiarda? La fanciulla è un’assassina? La fanciulla è un’anima pura?

Lo scoprirete perchè alla tensione emotiva del romanzo non si può resistere.

Perchè leggere Il filo avvelenato?

Ho omesso molto della vicenda, anche elementi che non sarebbero tacciati di spoiler, ma non voglio esimermi sul dare la mia opinione sul tanto discusso epilogo, da alcuni ritenuto frettoloso e non ben comprensibile nelle motivazioni, pur essendo senza dubbio un colpo di scena da cardiopalma.

Non avrei inserito due capitoli in più e nemmeno uno, come si è suggerito, ma forse una pagina o anche mezza in modo che il lettore non debba tornare indietro, come io stessa ho fatto, per timore di aver perso qualche dettaglio. E se Laura Purcell volesse farci rileggere, lasciarsi basiti e confusi? Se volesse tenderci un filo avvelenato al posto di una corda salda?

Perchè il finale non è così aperto: è semplicemente sconvolgente. E se si rileggesse l’intero testo, gli indizi si troverebbero: ne sono quasi sicura, non mi pronuncio oltre perchè non ho riletto. Certo mezza pagina in più mi avrebbe permesso di sputarlo fuori quel cuore che mi pulsava indomito sbattendo contro le costole.

E voi, non volete sapere come finisce questa storia? Sicuri?

Voce alle donne, dunque. E finalmente.

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Sinossi

Gran Bretagna, prima metà dell’Ottocento.

Dorothea Truelove è giovane, bella e ricca. Ruth Butterham è giovane, ma povera e consumata da un segreto oscuro e terribile.

Un segreto che rischia di condurla alla forca. I loro destini si incrociano alla Oakgate Prison, dove Ruth è rinchiusa in attesa di processo per omicidio e dove Dorothea si dedica ad attività caritatevoli; soprattutto, qui la ragazza trova il luogo ideale per mettere alla prova le neonate teorie della frenologia – secondo cui la forma del cranio di una persona spiega i suoi peggiori crimini – che tanto la appassionano.

L’incontro con Ruth fa però sorgere in lei nuovi dubbi, che nessuna scienza è in grado di risolvere: è davvero possibile uccidere una persona usando solo ago e filo?

La storia che la prigioniera ha da raccontare – una storia di amarezze e tradimenti, di abiti belli da morire – scuoterà la fede di Dorothea nella razionalità e nel potere della redenzione. Per tutti gli amanti della letteratura gotica, un racconto da brivido dedicato al male celato dietro il volto dell’innocenza.

Titolo: Il filo avvelenato
Autore: Laura Purcell
Edizione: Mondadori, 2021