L’ultimo lenzuolo bianco di Farhad Bitani

recensione di Antonella Spanò

 

l'ultimo lenzuolo bianco

L’ultimo lenzuolo bianco è il racconto autobiografico di Farhad Bitani, pubblicato da Neri Pozza nel 2020.

Di cosa tratta L’ultimo lenzuolo bianco?

L’autore ripercorre la propria vita e la storia del proprio paese dal 1986 fino al primo decennio degli anni Duemila, periodo nel quale ha provveduto alla stesura dell’opera.

Farhad Bitani è afghano, è nato in un ricco quartiere costruito al tempo dell’occupazione russa ed è il figlio minore di un militare e di una splendida donna pashtun dal cuore puro, che riesce a impartire al figlio lezioni di umiltà in qualunque circostanza, anche le più complesse.

“L’Afghanistan è il cuore dell’Asia.

Nella sua storia millenaria la regione, crocevia di strade in mezzo alle montagne, ha vissuto rari periodi di pace.

Nel 1989, mentre il muro di Berlino si frantumava in ciottoli da conservare in ricordo di un’altra era e uno studente sfidava un carro armato in piazza Tienanmen, le ultime truppe dell’Armata Rossa lasciavano la mia terra. Sono trascorsi 30 anni da allora.

E la gente afghana non vive in pace. Armati e premiati dai paesi vicini, Pakistan e Iran, o più lontani, come gli Stati Uniti, i potenti di turno l’hanno tenuta al buio, segregata dal resto del mondo”.

Bitani, in questo libro, si propone di descrivere, senza giri di parole, ma con crudezza e obiettività la violenza che caratterizzò la sua fanciullezza e giovinezza.

Con la presa del potere dei mujaheddin, infatti, in Afghanistan cominciò a dilagare la violenza su donne e bambini, in nome di Allah.

L’autore narra al lettore le scene delle punizioni e delle esecuzioni pubbliche, racconta di giornalismo messo al bando, di atti disumani e del conseguente dileggio dei cadaveri, nonché della mancanza di qualsiasi libertà, anche quella innocentissima di ascoltare un po’ di musica.

“Mujahed è un nome santo dell’Islam, ma purtroppo è stato usato a sproposito nella conquista del potere. Significa letteralmente: “Colui che si impegna per qualcosa di giusto e nobile”.

All’epoca delle guerre contro gli inglesi, nell’Ottocento, e contro i russi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, era un onore essere un mujahed, un combattente.

Purtroppo negli ultimi trent’anni questo nome è stato sfruttato per atti tutt’altro che nobili e ha causato la perdita di decine di migliaia di vite umane […] I mujaheddin combattevano per l’indipendenza del paese, non per spadroneggiare e seminare terrore”.

Dopo i mujaheddin l’Afghanistan è sprofondato ancora di più nell’oscurità, con la presa del potere dei talebani.

L’autore spiega ai suoi lettori il significato della parola “taleb”, cioè studente.

In origine, quindi, si trattava di un movimento studentesco, formatosi nelle scuole coraniche, che lottava durante la guerra civile che seguì l’occupazione russa. I talebani acquisirono pian piano forza, usarono le armi per prevalere sui mujaheddin e furono visti come liberatori. In realtà si rivelarono tutt’altro: sono riusciti a isolare culturalmente un popolo e a farlo regredire in poco tempo.

Farhad Bitani è rimasto per tutta la giovinezza in Afghanistan, a lungo ha considerato la violenza un fatto normale, è stato un militare, ha sperperato soldi per puro divertimento, ignorando volutamente che il suo popolo fosse oppresso e affamato.

Poi, è venuto a contatto con l’Occidente, ha imparato che esiste la tolleranza, ma soprattutto, come gli diceva la mamma, ha scoperto la presenza di un punto bianco nel proprio cuore.

“Se hai il cuore buono, non diventerai mai del tutto cattivo. E se anche il cuore più buono dovesse diventare nero a causa della violenza in cui ha vissuto, ricorda, c’è sempre un punto bianco in esso. Quel punto bianco che permette all’uomo di recuperare la sua bontà”.

Perché leggere L’ultimo lenzuolo bianco?

L’ultimo lenzuolo bianco è un libro che tutti dovrebbero leggere per conoscere la storia tragica dell’Afghanistan, dell’oppressione del suo popolo, della negazione dei diritti umani a chiunque, dell’uso sconsiderato di armi e violenza e del barbaro tentativo di cancellazione del volto e del corpo delle donne.

Non è una lettura semplice, non si può “divorare” in pochi giorni perché è sconcertante, ma è senz’altro necessaria, perché è la narrazione fatta da chi ha  “lasciato le armi per impugnare la penna” e raccontare “l’odore della guerra: fumo, sudore, pane stantio e immondizia […] l’odore delle cose che non sono più e non sono ancora morte”.

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Sinossi

Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi trentatré anni di vita. Adesso le racconto. Ho lasciato le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità.

Inizia così la sconvolgente testimonianza di Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito, un giovane uomo che ha attraversato da osservatore privilegiato la storia dell’Afghanistan: dal potere dei mujaheddin ai talebani fino al governo attuale, che vive sotto l’ombrello occidentale.

Farhad nasce a Kabul nel 1986, ultimo di sei fratelli. Suo padre è un generale dell’esercito di Mohammad Najibullah Ahmadzai, il quarto e ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

Ma, con la presa del potere da parte dei mujaheddin, nel 1992, le cose cambiano.

Solo rinnegando il passato e diventando un mujahed, il padre di Farhad avrà salva la vita. Da quel momento l’esistenza del giovane Farhad cambia radicalmente.

La sua famiglia si trasferisce in una grande casa, presidiata dagli uomini della scorta.

È a loro che Farhad chiede in prestito le armi, per i suoi giochi di bambino.

Quello che sogna è un futuro da combattente, alla testa di un manipolo di uomini.

Sparare, uccidere, avere potere e ricchezza: non c’è nulla che desideri di più. Ma le cose sono destinate a mutare ancora.

Quando i talebani strappano il potere ai mujaheddin, la sua famiglia cade in disgrazia.

Mentre suo padre si trova in prigione, Farhad conosce la fame, la miseria, l’indottrinamento forzato all’Islam.

Condotto allo stadio, viene costretto ad assistere alle lapidazioni del venerdì, le punizioni per gli infedeli, coloro che trasgrediscono le leggi del fondamentalismo.

Sarebbe facile cedere all’imbarbarimento, credere a ciò che viene inculcato, diventare come coloro che professano la pace, alimentando la guerra. Ma se fosse possibile un destino diverso? Si può attraversare l’inferno e uscirne redenti?

Titolo: L’ultimo lenzuolo bianco
Autore: Farhad Bitani
Edizione: Neri Pozza, 2020