MANNA E MIELE, FERRO E FUOCO – di Giuseppina Torregrossa

MANNA E MIELE, FERRO E FUOCO – di Giuseppina Torregrossa

MANNA E MIELE, FERRO E FUOCO – di Giuseppina Torregrossa

Rubrica IO MI CURO CON UN LIBRO

A cura di Serena Savarelli

manna e miele

 

Manna e miele, ferro e fuoco di Giuseppina Torregrossa una storia ambientata in una Sicilia nobile e feroce, terra di pazzi e sognatori, di aranceti e solfatare

Per la rubrica Io mi curo con un libro oggi le parole chiave sono due: RADICI e ORIGINE. Ogni persona custodisce una storia familiare che rappresenta l’origine della propria vita, l’incipit di come tutto è cominciato e le radici, come passato che influisce nel presente e nel futuro.
Ricordare le origini e avere consapevolezza delle proprie radici, costruisce l’identità e fortifica la libertà di essere e la missione da compiere.

Tutti questi concetti possono essere ritrovati nel libro scritto da Giuseppina Torregrossa, intitolato Manna e miele, ferro e fuoco. È questo il palcoscenico dove si muovono i personaggi memorabili, sul quale grandezza e miseria delle umane passioni prendono vita nel canto di una donna alla ricerca della propria libertà.

Compagni fedeli, durante tutta la vita della protagonista Romilda, il lettore impara come la conoscenza delle origini e la consapevolezza delle proprie radici hanno il potere di cambiare l’esistenza stessa.

“Alfonso, come già suo padre, era un mannaluoro; era cioè nella scala sociale qualcosa di più di un viddano, qualcosa di meno di un aristocratico. Depositario di una saggezza antica, il mannaluoro era considerato in tutte le Madonie una sorta di profeta cui rivolgersi per consiglio, qualcuno addirittura lo preferiva al prete.”

Alfonso Gelardi di Gangi è il padre di Romilda e sposo di Maricchia. L’uno mannaluoro, vero artista tra i segreti della natura, l’altra apicultrice, donna sempre pronta a trafficare dentro le arnie e desiderosa di ricevere una figlia femmina, dopo aver partorito tre maschi.

Il giorno che il suo desiderio si avvera, la levatrice non fa in tempo a vegliarla durante il travaglio, perché al suo arrivo, dalla finestra, osserva qualcosa di sacro aleggiare nella stanza dove Romilda è venuta alla luce.

“Maricchia e Alfonso stavano vivendo un momento di rara intimità e sarebbe stato un peccato interrompere quella comunione di anime. La levatrice conosceva bene il turbamento psicologico delle puerpere, e le violente emozioni dei padri. Il grande mistero della vita suscita negli uomini sentimenti di ambivalenza che possono minare l’equilibrio della coppia.

In quel frangente è necessario che marito e moglie rimangano soli, perché possano parlarsi con sincerità, e confessarsi senza remore le proprie paure. Le parole che affiorano spontaneamente se dolci, i gesti, se colmi di tenerezza, serviranno a recuperare forza e coesione.”

In questo clima Romilda viene accolta, bella come il sole, miracolo di Sant’Anna, preziosa come la manna. Nella stessa Sicilia del 1857, don Francesco, barone di Ventimiglia, ricco proprietario terriero, fa fatica a dimenticare il suo passato. Prima che il barone Vincenzo Ventimiglia lo adottasse, Francesco era figlio del miglior maniscalco di Cefalù. Una verità tanto inconfutabile, quanto indimenticabile.

“Ma mentiva a tutti, sé stesso compreso: nel suo cuore sapeva di non aver scelto proprio nulla, né di essere fuggito al destino con le sue gambe, perché la Sicilia, allora come oggi, non è terra che permette di scegliere e nemmeno di fuggire, al massimo si può sperare […]

L’adozione aveva fatto di lui uno sradicato, aveva lacerato il suo animo e permesso alle ombre che lo popolavano di emergere – ombre che solo a fasi alterne riusciva a tenere a bada.”

Il tempo trascorre al ritmo delle stagioni. Alfonso continua a raccogliere la manna e Maricchia il suo miele, mentre Romilda cresce e svela, lentamente, le sue doti. Maricchia è innamorata della figlia e, ben presto, comprende che non è nata per accudirla, durante la vecchiaia, ma per sostituirla.

Infatti, fin da piccola, la bambina dialoga con le api, capace di uno strano incantesimo, che si unisce alla sua rara bellezza.

Ancora solo una pucchiola, al mercato di Cefalù, Romilda segna indelebilmente l’animo di don Francesco, già adulto, che oltre ad acquistare la manna, si appresta a trattare con Alfonso anche il costo di sua figlia.

“E allora con un tono fintamente sottomesso rispose: «La picciridda era già vostra prima che nascesse, signor barone».

«Portatela a palazzo quando diventa donna» ordinò don Francesco.

«Come volete voi!»

Il destino s’inserisce nella vita di Alfonso e Maricchia come ventata gelida, come un tempo che cambia, ma non cancella, bensì aggiunge, strato su strato. A loro non resta che godersi la figlia nella sua crescita, fino al momento in cui sarebbero stati costretti a separarsi da lei.

Proprio quando Romilda scopre di essere promessa sposa a un uomo che non conosce, sente tra le gambe un fiotto caldo e lacrime rosse cadere ai suoi piedi. È diventata una donna; ha perso, così per sempre, il sapore dell’infanzia. Il matrimonio combinato non è l’unico segreto del quale è tenuta all’oscuro.

Prima di separarsi dalla sua famiglia, suo padre le rivela che il suo vero nome è Anna, Romilda, Luna: Anna per la santa alla quale avevano chiesto la grazia di avere una figlia femmina, Romilda per il desiderio della madre e Luna perché era bella come una maarìa. Suo fratello Mariuzzo, invece, le fa promettere che avrebbe imparato a leggere e scrivere, conservando i doni che le porge: carta, penna e inchiostro.

C’è qualcosa d’importante che deve accadere, prima che la fanciulla si sposi. Suo padre lo sa. La sua arte non può essere tramandata a nessuno dei suoi tre figli maschi. Nessuno di loro è adatto veramente a quell’antico mestiere potente.

Ma quando Alfonso guarda Romilda, gli sembra che il suo cuore lo inciti verso di lei.

“Guidata dalla saggezza del padre, praticò poi un taglio sulla carne viva della pianta e rimase in attesa a fissare. Di colore viola, trasparente e sferica, la prima goccia di sangue comparve dalla ferita, simultaneamente una lacrima brillò tra le ciglia corte del vecchio mannaluoro. «È fatta» disse, «ti hanno accettata. Sarai la prima femmina a fare la manna. Pensa, neanche c’è la parola per dirlo. C’è la lavandaia, c’è la mammana, c’è la contadina, ma la mannaluora non esiste. E tu sarai la prima.»

Romilda dopo tanto tempo tornò a sentirsi importante e guardò il padre con occhi nuovi. Gli baciò la mano e poi corse ad abbracciare la pianta. Lei non lo sapeva, ma quel giorno non era solo l’inizio di una nuova vita per lei, qualcosa di grande stava succedendo. Quel patto di solidarietà tra femmine rappresentava la storia che si faceva donna.”

Alfonso le lascia poche parole, prima di concederla in sposa a un uomo molto più grande di lei, del quale Romilda sarebbe diventata la sposa bambina:

[…] Ricordati che la storia della tua famiglia è tutta scritta nelle incisioni di queste piante, la tua identità è nei muddii, se smetti di fare manna sarai un albero senza radici.

La vita, tuttavia, è fatta di addii, come Mariuzzo ricorda a Romilda, la quale è costretta a lasciare la sua vita e diventare baronessa e moglie di uomo grezzo e avido. Nonostante tutti gli insegnamenti di Maricchia, Romilda perde la sua verginità e trascorre il tempo a compiacere nel migliore dei modi suo marito, mentre lei rincorre quel piacere, descritto dalla madre, come un miraggio.

Non c’è amore, ma solo sesso e possesso. Il suo matrimonio non è come quello tra sua madre e suo padre, impregnato di sentimenti ed emozioni. Aveva imparato a leggere e scrivere, curava le sue api, ma il suo cuore si stava incenerendo come tizzone lasciato a bruciare solitario.

Assolveva i suoi dovere di moglie, concedendosi a don Francesco, anche dopo che la gravidanza si era fatta evidente. Trascorsero nove mesi, nei quali Romilda aveva perso completamente la voglia di vivere.

“Il parto è una specie di terremoto, dopo c’è posto solo per il silenzio. E mentre lei era lontana, intorno il brusio della vita che si consuma vanamente si era placato. Un silenzio rispettoso accoglieva quelle due creature.”

Romilda partorisce due gemelli: Anna e Cecè. Femmina e maschio. Li aveva consegnati neonati a Basilla, la sua serva personale, e, alla morte di don Francesco, erano, per lei, due adolescenti sconosciuti.
Morto il barone, le porte della libertà si spalancano di nuovo per Romilda.

“Tra passato e presente si faceva strada il bisogno sempre più forte di ritrovare se stessa, di riportare alla luce la propria vera immagine, i cui pezzi andavano recuperati nello spazio scuro dove li aveva sepolti.”

Romilda ritorna a Gangi, al suo paese natio, dai suoi fratelli, perché suo padre e sua madre sono ormai morti da anni. Il suo matrimonio continua a essere una ferita aperta e deve scavare tra le pieghe dolorose della sua anima, prima di ritrovare sé stessa nel rimorso di essere una cattiva madre.

«… e poi devo tornare al bosco, devo mantenere una promessa.»

«Romilda, ma vuoi babbiare?» Tanuzzo era davvero preoccupato. «Non ti bastò quello che ti hanno fatto mamma e papà? Ti hanno portata dritto dritto alla rovina. Ora che puoi fare scelte in piena libertà, sarebbe una follia continuare a vivere la vita degli altri.»
«Tanuzzo, l’ho promesso a nostro padre…»

Sì, Romilda lo sa. Suo padre è ancora nel bosco e la sta aspettando.

“Se non torni nel bosco sarai un albero senza radici”, la voce di Alfonso si fa strada nel silenzio e Romilda si colma di una gioia malinconica, un sentimento che si prova a ricordare gli assenti.

“Alcune ciocche dei suoi capelli si intrecciarono alle foglie del muddìo. In quella comunione Romilda trovò le ragioni del suo essere, e il fiume delle emozioni riprese a scorrere: erano fresche e pure come acqua di sorgente. Abitata da una grande felicità, allargò le braccia e corse scompostamente, si rotolò nella terra sporcandosi di fango. Gli alberi proiettavano le loro ombre corte sulla terra intrecciando un labirinto grigio nel quale lei ritrovò tracce di antichi passaggi.”

La fine della storia è poi l’inizio della vita vera. Romilda può diventare, finalmente, una vera regina.

Manna e miele, ferro e fuoco rappresenta un inno alla dolcezza e al potere, che possono essere distruttivi se non li si controlla; ma rammenta anche che è possibile incontrare la violenza del ferro e la prepotenza del fuoco nel corso della vita.

È per questo motivo che, per non smarrire sé stessi, è necessario ricordare le proprie origini e mettere le radici nel terreno più adatto, per potersi sentire finalmente liberi di esprimersi.

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SINOSSI

Romilda viene alla luce in una notte di tormenta, mentre la neve avvolge Gangi come un presepe e Maricchia e Alfonso, stanchi e felici, nel caldo della loro casa si stupiscono davanti al miracolo di quella figlia femmina tanto attesa, bella e polposa come una spiga di grano a giugno.

Con Maricchia che le insegna a ricavare il miele dalle api e Alfonso che le affida il segreto di estrarre la manna dai frassini, sostanza preziosa e curativa, la bimba cresce all’aria aperta, fra il bosco e le arnie – una pupa di manna e miele, una creatura magica che incanta le api e ammalia chiunque le si avvicini.

La sua vita allegra e solare viene però presto stravolta dall’incontro con la violenza e la prepotenza, con il ferro e il fuoco portati da don Francesco, il temibile barone di Ventimiglia, che la chiede in sposa ancora bambina.

Una domanda di matrimonio che è piuttosto un atto d’acquisto, perché al barone non si può dire di no e continuare a vivere. La loro sarà un’unione difficile, senza amore, ma che, passando attraverso patimenti e piccole gioie, riporterà infine Romilda ai suoi boschi, dove diventerà la prima mannaluora delle Madonie e una donna dolce e forte, intelligente e appassionata.

Una pupa di manna e di miele, di ferro e di fuoco.

Titolo: Manna e miele, ferro e fuoco
Autore: Giuseppina Torregrossa
Edizione: Mondadori, 2012

 

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