La mia fuga da Kabul di Asmā

Voce al Mare

Recensione di Elvira Rossi

La mia fuga da Kabul

La mia fuga da Kabul (Diario dei cinque giorni che mi hanno ridato la libertà) di Asmā, casa editrice Neri Pozzi.

Di cosa tratta La mia fuga da Kabul?

La mia fuga da Kabul è la testimonianza raccontata in prima persona da Asmā, una donna di ventitré anni che nell’agosto del 2021, all’arrivo dei talebani in città, cerca di raggiungere l’aeroporto, per partire alla volta dell’Italia in compagnia di Wahid, il giovane marito. Il cognome della protagonista viene taciuto a tutela della famiglia, che potrebbe subire la vendetta dei talebani.

La mia fuga da Kabul di Asmā si configura come un diario, un resoconto dettagliato degli eventi che si succedono dal 15 al 19 agosto, giorni decisivi per l’imbarco su un aereo militare. All’interno della narrazione si inseriscono memorie di una storia personale e collettiva di un popolo travagliato da contese politiche e religiose.

L’autrice non manca di donarci delle pause di serenità, facendoci visitare un pezzettino di Afghanistan con i colori delle tradizioni e la moderazione di un popolo, che nulla ha da spartire con i sistemi terroristici dei talebani.

Asmā ancor prima della presa di Kabul aveva deciso di venire in Italia, per seguire un master presso una università del nostro Paese ed era in contatto con un professore, di cui già aveva seguito un corso online.

La presa del potere da parte dei talebani accelera la partenza e la trasforma in una operazione rischiosa. Lungo la strada che conduce all’aeroporto, numerosi sono i posti di blocchi e ai checkpoint i talebani ricorrono a ogni sorta di violenza.

Il distacco di Asmā dalla famiglia diventa lacerante per le circostanze che rendono improbabile il ritorno e non consentono alcun progetto per il futuro.
Lasciare i propri cari in balia di un regime oppressivo accresce il dolore. Le parole della madre esprimono la preoccupazione per l’alta pericolosità dell’impresa, tuttavia nessuno dei familiari tenta di fermare Asmā, riconoscendole il diritto di decidere per la propria vita.

Cinque sono i giorni di angoscia vissuti da Asmā, prima di sentirsi sicura su un aereo che la condurrà verso la libertà.

La narrazione di Asmā è travolgente, il tono accorato porta il lettore a immedesimarsi in uno stato d’animo che oscilla tra sconforto e speranza.

Il libro si legge d’impeto, si scorrono le pagine con rapidità, una dietro l’altra, con l’ansia di fuggire dall’inferno.

Difficile interrompere la lettura, per concedersi una sosta. Si desidera proseguire per lasciarsi alle spalle l’angoscia, tirare un sospiro di sollievo e affermare insieme ad Asmā con la morte nel cuore: “Ce l’ho fatta, sono salva”. Sì, con la morte nel cuore, perché per una vita che ha conquistato la libertà, mille altre vite sono ferme, immobilizzate dalla barbarie sulla linea di partenza di una corsa crudele.

La ben nota catastrofe umanitaria degli afgani in fuga, che pur di partire si aggrappavano agli aerei, trova un completamento nelle parole di Asmā, che riferisce particolari agghiaccianti, mai catturati da alcuna telecamera.

Le persone vengono scudisciate e si spara su chi trasgredisce un qualsiasi ordine. Nella esecuzione della scelleratezza non esiste spazio per il dubbio.

La mano colpisce con fermezza senza mai esitare. Di fronte alla moltiplicazione dell’orrore,chiedersi dove sia finito l’uomo diventa un esercizio sterile e privo di risposta.
Asmā non si arrende alla vita che la tirannia dei talebani le vorrebbe imporre e si prepara ad affrontare un futuro incerto.

Nei cinque giorni, avanti la partenza, gli eventi sono vissuti con trepidazione.

Notti insonni legate al computer, l’orecchio teso a captare fuori dalla casa i movimenti dei talebani sempre più vicini e minacciosi.

La difficoltà a comunicare con l’esterno, per raccogliere qualche notizia sullo stato delle vie di accesso all’aeroporto.

Lunga è l’attesa del fidanzato che dovrà arrivare a Kabul da Jalalabad, sua città natale. Il nikah, il matrimonio, alla presenza dell’imam e dei familiari, viene celebrato in fretta, per ossequiare la propria fede e avere la benedizione delle rispettive famiglie.

Al rito non seguiranno i festeggiamenti.

Non c’è tempo, bisogna partire in fretta e senza bagagli. L’unico carico possibile si sottrae allo sguardo ostile dei nemici ed è nascosto nell’animo straboccante degli affetti lasciati a Kabul e dell’amarezza di sapere il proprio Paese nelle mani di un regime sanguinario.

“La fila procede lentamente, ci alziamo soltanto quando arriviamo a cinquanta metri dall’aereo. Il rumore è assordante, si sentono velivoli decollare l’uno dopo l’altro. Scorgo la luna in lontananza. Wahid dice: “Guarda che bella luna stasera, chissà quando potremo rivederla nel cielo di Kabul”. La luna è bella stasera: la rimiriamo e non ci voltiamo più indietro”.

Perché leggere La mia fuga da Kabul di Asmā?

Il 22 maggio 2022 in Afghanistan il governo talebano ha stabilito che le giornaliste televisive avrebbero dovuto indossare il burqa. Per le donne e non solo per le donne afgane è stato un giorno di lutto.

A diffondere la notizia è stata la televisione italiana, che da molto tempo non parlava più dell’Afghanistan.

Noi eravamo fermi alle terribili immagini dell’agosto 2021 e dall’estate scorsa, di Afghanistan quasi non si è parlato più e in questo clima di apatia e disinteresse si è inserita una voce femminile, quella di Asmā, autrice di “La mia fuga da Kabul” (Diario di cinque giorni che mi hanno dato la libertà).

Da La mia fuga da Kabul si leva un urlo disperato simile a una invocazione: proviene da Asmā che ci chiede di non dimenticare le donne afgane, prigioniere di un sistema politico aberrante.
Che si parli di loro, della loro vita, delle loro battaglie.
La parola letteraria sprigionando la sua energia comunicativa diventa narrazione e della storia racconta i sentimenti umani, che sfuggono all’attenzione della cronaca. La mia fuga da Kabul, oltre a rappresentare la spietatezza dei talebani, indica pure qualche strategia di difesa. La parola magica è solidarietà. Nelle situazioni drammatiche è difficile salvarsi da soli e in quei cinque terribili giorni la ragazza non sarà sola.

Asmā è sostenuta dall’affetto della famiglia, che ha fatto di lei una donna consapevole della propria dignità e pronta a lottare per conquistare la libertà. Wahid, il suo compagno, possiede il merito di essersi svincolato da una cultura arretrata e l’aver raggiunto una autonomia di giudizio lo porta a desiderare di evadere da una ambiente soffocante.

Generoso e protettivo nei confronti di Asmā, nei momenti più difficili pronuncia le parole giuste tanto da infonderle forza.

Asmā potrà fare affidamento sul suo professore, che attraverso il direttore generale dell’Università stabilisce contatti con i carabinieri di stanza a Kabul, che andando oltre la propria funzione si trasformano in presenze rassicuranti e affettuose.

Di fronte alla efferatezza dei talebani, è arduo sperare nella immediata rinascita dell’Afghanistan, dominato da un regime che nell’appellarsi alla religione la oltraggia, giacché non esiste testo sacro che professi la violenza.

Tuttavia il sentimento di impotenza che si prova non deve indurre alla rassegnazione. Il popolo afgano e in particolare le donne implorano il sostegno dell’opinione pubblica internazionale.

Le parole sono poca cosa, ma possono contribuire a scalfire l’indifferenza.

La mia fuga da Kabul di Asmā interrompe il silenzio e dà voce alla sofferenza delle donne afgane.

Link d’acquisto

Sinossi

Il 15 agosto 2021 i talebani occupano Kabul.

È una tragedia che coinvolge tutto il mondo occidentale.

Asmā ha 23 anni, è una ragazza di buona famiglia, suo padre è l’architetto che da anni progetta l’ammodernamento della capitale ed è stato amico di Massoud, il “Leone del Panjshir” fatto uccidere da Osama bin Laden due giorni prima dell’attentato alle Torri gemelle.

Asmā è laureata in Scienze politiche, ha frequentato un master in Relazioni internazionali a Pechino e uno online di un’università romana. Per lei i talebani sono solo un racconto, dei genitori e di sua sorella maggiore, di anni lontani quando ancora lei doveva nascere.

Da qualche mese è fidanzata con un ragazzo di Jalalabad, Wahid, ed entrambi sono in attesa di un visto per l’Italia dove dovrebbero frequentare un master.

La mattina del 15 agosto escono insieme da casa. Sembra un giorno come gli altri: funzionano i mezzi pubblici, le scuole sono aperte, la gente va al lavoro.

Nel pomeriggio però i talebani entrano nella capitale. Tutti i progetti della ragazza che sognava un futuro in Italia sembrano crollare come un castello di carte. Ma insieme al fidanzato decide di non arrendersi.

Questo è il diario di cinque giorni vissuti pericolosamente, di azzardi che sembrano la trama di un film d’azione hollywoodiano.

Tutto parte dall’e-mail del professore italiano con cui aveva studiato che le chiede, un po’ ingenuamente da una località di vacanza (è Ferragosto), se ha bisogno d’aiuto.

Comincia così una fitta corrispondenza via e-mail e via WhatsApp, in cui gradualmente vengono coinvolti anche il ministero degli Esteri, della Difesa e degli Interni italiani.

Per partire insieme i due ragazzi fanno benedire la loro unione da un imam, poi vengono guidati lungo il pericolosissimo percorso verso l’aeroporto di Kabul, dove metà della popolazione cittadina sta cercando di entrare.

Giunti ai cancelli vengono più volte picchiati e respinti dai talebani. Seguono ore drammatiche, scandite minuto per minuto, dove tutto dipende da un telefonino, quasi totalmente scarico: Asmā non può perdere il contatto con gli italiani.

Quando tutto sembra perduto, per i due ragazzi si apre la via verso la libertà.

Titolo: La mia fuga da Kabul (Diario dei cinque giorni che mi hanno ridato la libertà)
Autore: Asmā
Editore: Neri Pozza, 2022