Jezabel – di Irène Némirovsky
Voce alle donne
recensione di Emma Fenu
Jezabel è un romanzo scritto da Irène Némirovsky nel 1936 e edito da Adelphi nel 2007.
Di cosa tratta Jezabel?
Gladys è una donna complessa, ossessiva e compulsiva, incapace di amare, incastrata e castrata dalla bambina non amata che è stata e che è rimasta. L’unico modo per sentirsi viva è scatenare l’ammirazione degli uomini.
La vediamo fanciulla in fiore, di una bellezza feroce come una lama per quante ormai sono solcate dalle rughe, sfiancate dai parti, deluse dai tradimenti dei consorti, illuse dalla falsità dei giovani amanti.
La vediamo madre, ancora bella e giovane ma con un segreto che comincia a roderle l’anima: i 40 anni da tenere nascosti, come se dovesse coprire l’odore del marcio per non rendersi degna di disprezzo.
Il rapporto con la figlia è malato e morboso: Gladys, per non rivelare la propria età, deve necessariamente mentire su quella della figlia, relegandola a uno stato perenne di bambina. Ma quest’ultima, matura, femminile, materna e coraggiosa, si conquista il suo ruolo di donna e questa conquista le costerà tutto.
E poi la ritroviamo alla fine, la nostra Gladys, là dove l’avevamo lasciata all’inizio del romanzo, bella eppur invecchiata nell’aula di un tribunale, accusata di aver ucciso un ventenne, uno dei suoi tanti amanti, per tradire quello ufficiale, quello che la chiedeva in sposa.
Perchè lo ha fatto?
Per gelosia, per ricatto, per follia, per perversione o per nascondere il più terribile dei segreti?
Perché leggere Jezabel?
Nonostante l’opera risalga al 1936, Jezabel è un’analisi molto riuscita e attuale di una patologia psichica che si traduce nel voler essere eterna bambina senza mai valicare i confini di una pubertà da Lolita.
Gladys non vuole invecchiare e neppure crescere: non è capace di relazioni sentimentali mature e sane nè di rapportarsi a se stessa come a una donna che evolve senza competere perfino con la propria figlia.
Una madre Medea, ma anche una vittima di una società dove la parola vecchia è un insulto e una condanna a non essere più donna.
Le vecchie non sono belle, non sono più oggetto di attenzione e desiderio, hanno concluso il proprio ciclo riproduttivo e il proprio compito, unico, di seduzione. Non è questo il destino di Eva?
Link d’acquisto
https://www.adelphi.it/libro/9788845921476
Sinossi
Quando entra nell’aula di tribunale in cui verrà giudicata per l’omicidio del suo giovanissimo amante, Gladys Eysenach viene accolta dai mormorii di un pubblico sovreccitato, impaziente di conoscere ogni sordido dettaglio di quella che promette di essere l’affaire più succulenta di quante il bel mondo parigino abbia visto da anni.
Nel suo pallore spettrale, Gladys evoca davvero l’ombra di Jezabel, l’ombra che nell’Athalie di Racine compare in sogno alla figlia:
«Non ne aveva, il dolore, smorzato la fierezza; / aveva anzi, ancora, quella finta bellezza / mantenuta con cure, con espedienti labili, / per riparar degli anni le sfide irreparabili».
Sì, è ancora molto, molto bella, Gladys Eysenach: il tempo sembra averla «sfiorata a malincuore, con mano cauta e gentile», quasi si fosse limitato ad accarezzarla, e le donne presenti nell’aula si sussurrano con golosità i nomi dei suoi innumerevoli amanti.
La condanna sarà lieve, solo cinque anni: l’arringa della difesa ha invocato l’attenuante del movente passionale. Ma qual è la verità – quella verità che Gladys Eysenach ha cercato a ogni costo di occultare, rifiutandosi di rispondere a qualsiasi domanda, dichiarandosi senza mezzi termini colpevole, e supplicando i giudici di infliggerle la pena che merita|







