Abbiamo sempre vissuto nel castello – di Shirley Jackson
Voce alla magia
Recensione Francesca Re
Abbiamo sempre vissuto nel castello è un libro scritto da Shirley Jackson ed edito da Adelphi il 5 settembre 2012.
“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!”
Credo che un vero libro horror non dovrebbe fare paura, ma con grazia e sottili allusioni far nascere all’interno del cuore di chi legge, un serpeggiante senso di angoscia che dalla gola, arriva fino alle budella, torcendole per l’oppressione che l’anima stessa prova.
Ho trovato tutto questo fra le righe di Abbiamo sempre vissuto nel castello.
Shirley Jackson, ritenuta una maestra da Stephen King, è riuscita a rendere questo racconto quasi indefinibile, a cavallo fra il gotico, l’horror e allo stesso tempo un contorto racconto di un grande amore malato, un amore capace di passare sopra a qualsiasi cosa, perfino la vita, pur di rimanere innocente e infrangibile.
Di cosa tratta Abbiamo sempre vissuto nel castello?
La storia di due sorelle, raccontata dalla giovane Merricat, che scandiscono le loro giornate con piccole e precise attività quotidiane, quasi tutte svolte all’interno della grande tenuta loro famiglia: i Blackwood.
Ogni loro gesto è intriso di cortesia e affabilità, perbenismo ed etichetta. Attorno alle due giovani, la grande casa che le protegge dal mondo esterno ostile e rozzo, le coccola con pizzi pregiati e tazzine di fine porcellana.
Il grande giardino è il luogo dei giochi:Constance coltiva i fiori e si occupa dell’orto, mentre Mary Katherine seppellisce i tesori, quasi tutti appartenuti ai sui genitori scomparsi sei anni prima in quella stessa casa; morti avvelenati mentre mangiavano i mirtilli nella sala da pranzo dove si svolge buona parte del racconto.
“Conosci il sapore dell’arsenico?”
Chiede ironicamente lo zio Julian dalla sua sedia a rotelle, mentre cerca di fermare sulla carta i ricordi sempre più radi. Quasi un dipinto: due giovani sorelle e uno zio nella gioia della loro grande casa, la strenua difesa dell’immobilità è il segreto per preservare quella gioia innocente, o folle.
Finché una visita inaspettata incrina l’innaturale perfezione.
Perchè leggere Abbiamo sempre vissuto nel castello?
Shirley Jackson ci avvelena pagina dopo pagina, con piccole gocce di sospetto, ben dosate perché vuole farci arrivare fino alla fine, confusi e storditi, senza riuscire a comprendere il confine fra bene e male, follia e giudizio, senza sapere più chi sono i veri mostri.
Ci trascina nel delirio e nell’ansia fino alla fine e, quando anche l’ultima parola sarà letta, quella sensazione continuerà a tormentarci ancora per molto tempo.
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Sinossi
«A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce»
Con questa dedica si apre L’incendiaria di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido.
Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo.
E quando in tanta armonia irrompe l’Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia.
Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i «brividi silenziosi e cumulativi» che – per usare le parole di un’ammiratrice, Dorothy Parker – abbiamo provato leggendo La lotteria.
Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male Tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’, ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.







