LA BOHEME – di Giacomo Puccini
Rubrica di Musica Classica
a cura di GIANNA FERRO

Se l’amore è l’essenza di una città e quella città è Parigi, l’opera che meglio la racconta è La Boheme: sono indizi minuti, scorci e squarci di strade, di palazzi, di acque e di Caffè.
Introduzione
Seguitemi in un viaggio a Parigi, sulle tracce del capolavoro pucciniano che trasforma la partitura in una guida del cuore, per inseguire, assieme ai luoghi e alla musica, le emozioni di quell’irripetibile “età d’inganni ed utopie”.
In un’umida soffitta nei pressi di Notre Dame Henri Murger (1822-1861) tenne il diario più celebre di Francia, quello in cui raccontava la quotidianità di un mondo di studenti e sartine.
Il libretto de La Boheme è tratto appunto dal romanzo di Hernri Murger, Scènes de la vie de Bohème, pubblicato a puntate dalla rivista letteraria Le Corsaire Satan, tra il 1845 e il 1849.
L’anno dopo al Théatre des Variétés, era andata in scena la riduzione teatrale in cinque atti, curata da Murger e Théodore Barrière.
Il successo di critica e di pubblico era stato tale che tre anni dopo la casa editrice Levy aveva deciso di pubblicare il romanzo in volume e l’opera era stata accolta con grandissimo favore anche da scrittori come Victor Hugo; per l’occasione Murger aveva ritoccato la versione originale e aveva steso una prefazione di proprio pugno per spiegare al lettore cosa l’avesse spinto a scrivere quella storia di bohèmiennes e quale ne fosse la morale.
Tutta la vicenda è autobiografica, nel senso che luoghi e personaggi maschili Murger li aveva tratti dalla sua esperienza di vita; Mimì e Musetta, invece, erano personaggi compositi, che lo scrittore aveva creato a tavolino fondendo con abilità, in un’unica entità romanzata, aspetti psicologici e comportamenti di figure femminili appartenenti al suo mondo.
I protagonisti delle sue Scènes non erano affatto quelli autentici, che lui stesso aveva conosciuto e con i quali aveva condiviso privazioni, gioie e delusioni, bensì quei giovani rampolli della borghesia benestante della generazione precedente, per i quali la bohème era stata solo
un momento, un’esperienza di gioventù, terminata la quale li aspettava il ritorno nella sicurezza familiare e nell’agiatezza sociale.
Nessuno ha descritto la vita delle strade parigine in modo così realistico come Giacomo Puccini.
La musica si muove intorno al Café Momus come la cinepresa di un regista: vengono messi a fuoco alternativamente volti, situazioni, quadretti quotidiani. La scrittura pucciniana non smette di stupire per freschezza di linguaggio, per impetuosità dello svolgersi dell’azione, per il fascino di una trama strumentale che dipinge con precisione ogni particolare drammatico, ogni ambiente descritto, ogni personaggio.
Già collaboratori di Puccini per “Manon Lescaut”, furono Luigi lllica e Giuseppe Giacosa a realizzare il libretto de La Bohème. Due letterati che, insieme allo stesso compositore, formavano un trio di amici e in qualche modo di bohémien.
I due librettisti dovettero subire infinite richieste di correzioni e lamentele da parte del musicista, il quale non era mai contento della qualità del testo. Ma il risultato finale fu di sconcertante bellezza e modernità.
Nella prefazione al libretto de La Boheme, lllica e Giacosa indicano i presupposti che li hanno guidati nel loro lavoro: rendere lo spirito essenziale del romanzo di Murger; far sì che nessun personaggio perda la propria identità psicologica; riprodurre con precisione, ma senza ostentazione, i colori e le atmosfere dell’ambiente bohémien; non alterare lo schema generale del romanzo; far coesistere squarci comici a squarci drammatici, spensieratezza e malinconia, gioia di vivere e al tempo stesso consapevolezza della gioventù che passa.
Seguendo questi propositi, il libretto è già di per sé un capolavoro.
Non è un caso che non si parli di Atti, ma di Quadri. I quattro quadri si succedono in un perfetto equilibrio: i primi due gai, spensierati; gli ultimi due tristi, malinconici.
Della fanciulla Mimì, spregiudicata, del romanzo di Murger, non c’è traccia ne La Boheme di Puccini: è chiaro intento del musicista di convogliare su di lei tutte le simpatie dello spettatore.
Mimì conquista anche musicalmente e l’aria con la quale si presenta alla ribalta “Sì, mi chiamano Mimì” è una delle più perfette per costruzione formale, dove l’inciso fa quasi da ritornello e dove la melodia si espande progressivamente, secondo il principio pucciniano di “dilatazione” del respiro melodico per piccoli passi.
Se questo è il Leitmotiv di Mimì, quello di Rodolfo lo troviamo in apertura con “Nei cieli bigi”, dove Puccini ha voluto collegare il significato delle parole alla musica.
Tra l’aria di esordio di Rodolfo e quella di Mimì è inserito, giustamente uno dei passi più celebri, non solo di tutto il teatro di Puccini, ma anche del melodramma italiano dell’Ottocento:
“Che gelida manina”.
“Che gelida manina, se la lasci riscaldar…
Cercar che giova? Al buio non si trova.
Ma per fortuna, è una notte di luna,
e qui la luna… l’abbiamo vicina. “
Ascolto –
La bellezza di questa melodia è affidata in primis alla trama orchestrale, nella quale viene inserita con gli archi, in sordina, che quasi la circondano, per poi sfociare nella filigrana sottile e magica dell’arpa.
TRAMA de La Boheme
Quadro I – (nella soffitta): è la Vigilia di Natale, mentre il pittore Marcello e il poeta Rodolfo si trovano in soffitta a scaldarsi davanti al caminetto vengono raggiunti dal filosofo Colline e dal musicista Schaunard; il gruppo di amici decide di recarsi al Caffè Momus ma Rodolfo, grazie ad una stratagemma, rimane bloccato in casa a conversare con la giovane vicina di casa Mimì;
Quadro II – (al Caffè Momus): il gruppo di amici si ritrova al Caffè Momus dove Rodolfo presenta agli altri la giovane Mimì; intanto giunge anche Musetta, una vecchia fiamma di Marcello, che riesce ad attirare l’attenzione dell’ex amante così da lasciare insieme a lui il locale;
Ascolto –
Quadro III – (la Barriera d’Enfer): è il mese di Febbraio e la convivenza delle due coppie in soffitta è diventata impossibile; alla fine Musetta e Marcello si separano dopo l’ennesima lite, mentre Rodolfo continua ad accudire Mimì malata di tisi;
Quadro IV – (di nuovo in soffitta): gli amici ritrovano l’armonia ma Mimì è sempre più sofferente; mentre tutti contribuiscono alla sua guarigione, la ragazza morirà lasciando Rodolfo nella disperazione.
Ascolto –
La Boheme dura meno di due ore e a tanta stringatezza corrisponde una raffinatezza di soluzioni armoniche e orchestrali che ne fanno una delle opere predilette dagli studiosi e dai grandi direttori.
Ovunque la si apra, la partitura si rivela un caleidoscopio di soluzioni a volte così ardite che i contemporanei ne rimasero colpiti negativamente.
Puccini venne accusato di avere uno stile frammentario, privo della necessaria fluidità e compattezza. Oggi, invece, essa risulta di una perfezione quasi assoluta.
L’Opera è andata in scena al Teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1896, sotto la direzione di un ARTURO TOSCANINI.
GIACOMO PUCCINI
Giacomo Puccini è nato a Lucca nel 1858 da una famiglia di musicisti, con l’aiuto di una borsa di studio riuscì a iscriversi al corso di composizione presso il conservatorio di Milano.
Era l’anno 1880 e Puccini viveva in un alloggio in affitto che divideva con il fratello minore e con alcuni altri compagni, fra i quali il musicista Pietro Mascagni. Fu un periodo di ristrettezze economiche e di difficoltà varie, da cui il compositore uscì solo nel 1893 quando la sua opera Manon Lescaut, andata in scena al teatro regio di Torino, gli procurò il primo grande successo che lo rese famoso anche all’estero.
In quest’opera Puccini adotta la tecnica del fluire ininterrotto di musica e azione, eliminando la suddivisione in brani chiusi così come avevano fatto Verdi nell’Otello e in Falstaff e Wagner nella maggior parte delle sue opere.
Dopo Manon Lescaut, Puccini compose La bohème, della ho ampiamente parlato.
A questi primi due successi ne seguirono presto altri con le opere Tosca, Madama Butterfly,
La fanciulla del West e Turandot, che è l’ultima opera scritta da Puccini ed è rimasta incompiuta per la morte del musicista, avvenuta a Bruxelles nel 1924. Questa opera verrà completata nel 1925 da Franco Alfano sulla base degli appunti lasciati da Puccini.






