Campo di battaglia – di Carolina Capria
Voce alle Donne
recensione di Emma Fenu

Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili è un saggio di Carolina Capria edito da Effequ nel 2021.
Di cosa tratta Campo di battaglia?
All’esordio del suo saggio, Carolina Capria fa riferimento al celebre romanzo Il racconto dell’ancella per sottolineare che la violenza che vigeva sulle donne non si traduceva solo nel non poter disporre del proprio corpo, destinato a essere “un utero con due gambe”, ma nell’obbligo di prendersene cura lavandosi, alimentandosi in modo sano, avendo attenzione per i capelli e aspergendosi di profumo.
Un’insidiosa forma di violenza che si traduce nella falsamente benevola “custodia” del patriarcato, che invita le donne a stare a casa, al riparo, perchè sono deboli e speciali. E recluse in casa.
Le cose oggi sono cambiate, ci sarebbe da aggiungere.
E come spiegare i numerosi convegni dove compaiono sono relatori maschi anche nel caso si tratti di tematiche femminili o vertenti sulla femminilità?
Partiamo da lontano e dall’interno: l’utero.
Secondo Ippocrate le mestruazioni erano funzionali al disintossicamento del corpo femminile che non aveva altro moldo di espellere gli umori: lo stato di maggiore salute era identificato nella gravidanza.
“Il periodo più felice della vita di una donna è la gravidanza”. Frase benevola, ma nasconde origini sessiste.
Terminata la gestazione, l’utero rischiava di avizzirsi senza lo sperma e questa carenza di umidità si sarebbe propagata causando attacchi epilettici, confusione o soffocamento.
“Quanto è acida, perchè non si fa una scopata?” Questa frase non è benevola ed è indubbiamente sessista.
Le mestruazioni
In conseguenza di queste riflessioni, possiamo desumere che la donna veniva identificata con il suo utero e per essere in linea con il proprio stato naturale doveva essere moglie e madre. Il resto era deviazione.
Secondo Aristolele, il feto è prodotto dal sangue mestruale e dal seme maschile, pertanto la donna, non avendo in sè il principio vitale, è difettosa, ossia mancante di qualcosa.
Plinio il Vecchio aggiunge che le donne mestruate devono essere isolate, perchè possono infettare e danneggiare.
E pensiamo alla nostra epoca e allo slogan “La fertilità è un bene collettivo”. E, più nel concreto, nelle minacce di alcuni ginecologi e ginecologhe:
“Quanti anni ha?”
“39”
“Ha figli?”
“No.”
Gelo.
“Non ha molto tempo ancora… “
“Ma io non voglio figli, non mi sento di essere madre.”
“Un giorno potrebbe pentirsene.”
Quindi è più saggio fare un figlio, un povero innocente, per il solo motivo che poi si potrebbe cambiare idea e desiderarlo?
Facciamo un passo indietro.
Nel 1894 Papa Pio IX proclama il dogma dell’Immacolata Concezione secondo il quale la Vergine Maria è nata senza il peccato originale, ossia il marchio di Eva che si monda con il Battesimo.
Quindi le donne che nascono con il peccato originale, hanno mestruazioni e perdono la verginità debbono almeno avere la decenza di non parlare di mestruazioni.
“Ho le mie cose.”
“Sono in quei giorni.”
“Ho il mio periodo.” (In inglese)
“Ho le regole” (In francese)
E, a vincere, è “ho il ciclo”; quello dura in media 28 giorni e comprende fase proliferitiva, fase luteale e mestruazione.
E per il menarca? Si diventa “signorine”, ossia si assumono comportamenti composti e decorosi.
Fino a un trentennio fa le signorine potevano avere 95 anni e essere in menopausa da quasi mezzo secolo, perchè il termine indicava la donna non sposata.
Quindi la signora, coniugata, è proprietà del marito che ne salvaguardia la salute con il ruolo di moglie e madre, mentre la signorina, zitella, è proprietà del padre che ne garantisce la verginità consegnandola al marito. Un patto fra uomini.
Del resto è solo del 1975 la legge, introdotta da Nilde Iotti, che ha sancito che a comandare e a decidere sulla prole non fosse il capofamiglia ma entrambi i coniugi.
Rifacendosi al saggio di Mona Chollet sulle Streghe, Campo di battaglia analizza cosa accade con la scomparsa delle mestruazioni, ossia la menopausa.
Si diventa vecchie e vicine allo stereotipo delle streghe: non più fertili e spesso sole perché vedove.
Diventare vecchie, lo sottolinea anche Loredana Lipperini, non è una questione da poco: da una parte la società di biasime per rughe e capelli grigi, dall’altra ti ridicolizza per essere ricorsa alla chirurgia estetica. E cosa accade? Lo vediamo ogni giorno nella vita reale e nei social.
Le donne si azzuffano:
“Tutta rifatta”, dice la cinquantenne alla ventenne bella come Afrodite anche senza una quinta di seno e due canotti sul viso, anzi più bella.
“Non è naturale”, aggiunge colei che si depila le gambe e dà una sfoltita ai baffetti.
“Troppe punturine, non è chic”, proclama ridendo la femminista convinta, di quelle a cui dobbiamo lo stupro come delitto contro la persona, commentando due labbra, a onor del vero sottili, con un gloss. Troppa fatica ascoltare quello che esce dalle citate labbra.
E questa lotta femminile è il gioco patriarcale del dividi et impera. Vi prego, non caschiamoci, altrimenti torniamo ai tempi di Maria pura e Eva ingannatrice.
Secondo Naomi Woolf, nel suo saggio del 1991, il canone della bellezza è stato creato per due ragioni: distrarre la mente delle donne da questioni più importanti e alimentare un mercato economico enorme.
Questo ha portato, come hanno sottolineato Lorella Zanardo nel 2009 con Il corpo delle donne, alla creazione di un corpo oggetto che ha la funzione unica di appagare lo sguardo maschile, soprattutto nei media.
Guardiamoci con occhi non traviati da ideologie e leggi di mercato: troviamo la bellezza, valorizziamoci, lasciamoci libere di essere vecchie, imperfette e rifatte (se non si mette a rischio la salute).
Perché leggere Campo di battaglia?
Ammetto di aver recensito Campo di battaglia mettendoci del mio, perchè il saggio mi è piaciuto molto: è preciso, onesto, fruibile.
Mi è piaciuto nonostante fossi d’accordo sul 95% di quanto espresso, perchè sono una donna che ama le donne (e gli uomini) ma sono, soprattutto, una persona con idee e convinzioni, pronta al confronto costruttivo e rispettoso.
Non vorrei che il saggio di Carolina Capria sembrasse un’accozzaglia di citazioni di altri testi perchè non lo è, è ben scritto e ha il pregio di stimolare la riflessione, la lettura e di regalare un’interessante bibliografia.
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Sinossi
Dal primo sangue alla vecchiaia, il corpo femminile diventa oggetto di discussione, contese, critiche e giudizi.
Non soltanto dai media: la stessa società dispone criteri specifici, e talvolta contraddittori.
Devi essere forte, ma delicata. Devi essere bella, ma naturale. Devi essere assertiva, ma accondiscendente.
Esiste una maniera di venirne fuori, di non rendere tutto questo una forma di schiavitù? Attraverso un’accurata, appassionata eppure semplice analisi critica delle convenzioni e imposizioni su ciascuna parte del corpo femminile,
Carolina Capria (@lhascrittounafemmina), che da lungo tempo indaga questo tema in chiave ‘pop’’ si risponde che la via d’uscita sta nel vedersi per intero, e non dover essere, ma volerlo.
Titolo: Campo di battaglia
Autore: Carolina Capria
Edizione: Effequ, 2021






