IL MOSTRUOSO FEMMINILE. IL PATRIARCATO E LA PAURA DELLE DONNE – di Jude Ellison Sady Doyle

IL MOSTRUOSO FEMMINILE. IL PATRIARCATO E LA PAURA DELLE DONNE – di Jude Ellison Sady Doyle

IL MOSTRUOSO FEMMINILE. IL PATRIARCATO E LA PAURA DELLE DONNE – di Jude Ellison Sady Doyle

Recensione di Veronica Sicari

mostruosità

 

Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne è un saggio di Jude Ellison Sady Doyle, edito da Tlon nel marzo 2021.

Qual è l’origine del patriarcato? Quali sono le ragioni che hanno portato l’instaurazione di un modello culturale che ha messo da parte le donne, relegandole in un ruolo sociale fondato quasi esclusivamente sulla loro capacità riproduttiva?

Queste sono solo alcune delle domande alle quali il saggio Il Mostruoso femminile cerca di dare una risposta.

La chiave di lettura per comprendere quest’opera è racchiusa nel suo stesso sottotitolo: “Il patriarcato e la paura delle donne”.

Ebbene, Jude Doyle analizza in che modo la società patriarcale, per sottomettere le donne, abbia usato la narrazione, legando al concetto di mostruosità la ribellione femminile.

Sia che essa trovasse sfogo in legittime pretese di autonomia, sia che riguardasse corpi non conformi, lontani dal canone imposto dalla società.
Alla base di questa narrazione vi è la paura per un corpo, un’identità costruita e percepita come Altro rispetto alla normalità, ove quest’ultima è ricondotta all’uomo.

L’autrice indaga la mitologia del mostruoso femminile avvalendosi di fonti diverse.

Filmografia, romanzi, casi di cronaca senza tempo, storie inventate e storie reali, tutto converge, tutto è stato piegato alla creazione di uno stereotipo culturale che ha contribuito alla storia di dolore e sopraffazione delle donne. Nulla è più potente della narrazione.

“La donna è sempre stata un mostro. La mostruosità femminile si insinua in ogni mito, dal più noto al meno conosciuto: sirene carnivore, Furie che con artigli affilati come rasoi dilaniano uomini, leanan sidhe che incantano mortali per poi prosciugarne l’anima.

Queste figure – di una bellezza letale o di una bruttezza intollerabile, subdole o traboccanti di furore animale – rappresentano tutto ciò che gli uomini trovano minaccioso nelle donne: bellezza, intelligenza, rabbia e ambizione. Nel mito cristiano, a essere donna è l’apocalisse”.

I titoli scelti dall’autrice per i singoli capitoli sono un omaggio all’opera femminista per antonomasia: Il secondo sesso di Simone de Beauvoir.
Già la filosofa francese, con la sua opera monumentale e rivoluzionaria, aveva indagato le radici del patriarcato, analizzando non soltanto le varie tappe della crescita e della formazione della stereotipizzazione del femminile, ma anche le istituzioni all’interno del quale la donna è stata relegata.
Ed è stata sempre Simone de Beauvoir a descrivere la teoria dell’alterità in riferimento ai corpi femminili, che sono altro dalla norma, dagli uomini.
E da questi guardati con sospetto, in ogni loro funzione ed espressione.

Ogni parte de Il Mostruoso femminile indaga i tre ruoli femminili per antonomasia: le Figlie, e Mogli, le Madri.
Sono i tre ruoli che definiscono le donne in rapporto ai propri legami familiari, come soggettività dipendenti da altri, che siano i padri, i mariti o i figli.
Ancora Altro, quindi.

Donne che a questi uomini che le possiedono, esercitando su di loro e i loro corpi la supremazia, sotto forma di costante sorveglianza, devono riservare devozione, mantenendo atteggiamenti di sottomissione, pena l’esclusione dal ruolo e la loro trasformazione in mostri.
E così le figlie, in quella fase che è lo iato tra l’età infantile e quella adulta, diventano facili prede del male.
Di questa permeabilità ce ne fornisce un esempio il celebre film L’esorcista, nel quale la telecamera si sofferma con morbosa attenzione sulle graduali deformità del corpo della giovane Regan, indugiando in tutto ciò che di disgustoso può provenire da un organismo umano.

Sangue sopra ogni cosa, con allusioni nemmeno troppo velate al menarca e all’ingresso di quel giovane corpo nell’età adulta, fase concomitante alla corruzione della sua anima.
È interessante il modo in cui Jule Doyle guardi ad un mezzo nato e pensato per essere puro intrattenimento – i film horror, nelle loro diverse declinazioni, dagli slasher al true crime – come un compendio di tutta la mitologia e la simbologia inconscia che concorre a creare l’immaginario del mostruoso femminile.
Le protagoniste della stragrande maggioranza di quelle pellicole sono giovani adolescenti in procinto di diventare donne, in quella stagione della vita nella quale si inizia a sperimentare la libertà e nuova coscienza di sé.

Nelle quali le giovani possono iniziare a ribellarsi al controllo delegato dalla società al padre.
Sono tantissime le pellicole che mostrano la dead blonde, la ragazza giovane e vittima sacrificale, la cui morte scontata non crea compassione nel telespettatore.

“Bisogna tornare indietro a Psyco per incontrare la prima grande dead blonde dello schermo: Marion Crane interpretata da Janet Leigh. Il desiderio represso di Norman Bates cresce fino alla scena culminante in cui l’uomo la immobilizza, nuda, contro la parete della doccia e con un’arma lunga venti centimetri la trafigge ancora e ancora e ancora.

Ci si è sempre meravigliati di come, sebbene “non si vede mai il coltello entrare”, la brutalità del
gesto arrivi limpida allo spettatore.

Oggi, però, con le moderne tecnologie che permettono un’analisi fotogramma per fotogramma della pellicola, sappiamo che in realtà si vede il coltello penetrare Marion. È una frazione di secondo in cui il coltello viene inquadrato mentre entra di punta nel ventre della donna, solo qualche centimetro più in basso e avrebbe penetrato i suoi genitali.
Lo slasher vede il sesso così: gli uomini penetrano e le donne sono penetrate, gli uomini sono predatori e le donne prede”.

Le maggiori fruitrici di questo genere di film sono le donne, nonostante siano proprio i personaggi femminili quelli ad essere sacrificati, uccisi e seviziati nel modo più abietto.
O forse proprio per questo.

“Il genere slasher propone un’idea di universo in cui le donne e i loro corpi sono continuamente in pericolo, in cui si aggirano predatori senza scrupoli e il desiderio femminile, che sperimenta o si fida, viene punito con la violazione, la mutilazione e la morte; un universo in cui solo pochissime donne, eccezionalmente fortunate, paranoiche e piene di risorse riescono a sopravvivere senza essere attaccate, ma vivono emotivamente traumatizzate dalla continua violenza che sono costrette a vedere. Esiste un altro tipo di media altrettanto popolare e con la stessa visione del mondo: il notiziario della sera”.

Le donne amano il genere horror in queste particolari declinazioni cruente perché restituisce loro un mondo immaginifico della realtà all’interno della quale sanno di vivere e muoversi. Sin dall’infanzia viene loro instillata l’idea del costante pericolo che corre il proprio corpo quando libero di muoversi nello spazio pubblico. Ma anche in quello privato.

L’autrice riporta uno studio del Dipartimento di Giustizia americano, ma che ben descrivere un dato di fatto comune a tutti gli Stati del mondo, secondo il quale le ragazze tra i sedici e diciannove anni hanno quattro volte più probabilità in più rispetto al resto della popolazione di diventare vittime di stupro, tentato stupro o di molestia sessuale.
In Italia, i numeri delle denunce di maltrattamenti, abusi e violenze di ogni tipo sui corpi delle donne mostrano una realtà molto vicina a quella americana.

Le donne cercano, con la visione di questi film cruenti, di esorcizzare la propria paura.

June Doyle mostra, attraverso l’intreccio tra storie di cronaca anche lontane nel tempo ed opere di finzione, come superstizioni e realtà si mescolino e si ispirino a vicenda.
Recupera un fatto di cronaca della fine dell’800, ossia una storia nella quale folklore, assenza di cultura e un’epidemia di tubercolosi aveva spinto un giovane uomo a profanare la tomba della propria sorella e ad estrarle il cuore, per impedire al suo spirito – morta di malattia insieme al resto della famiglia, con esclusione del padre – di continuare a maledire la sua casa.
Anche la sfortunata protagonista di questa orrenda storia era un’adolescente, come adolescente è Lucy, del Dracula di Bram Stocker, che da superstizioni simili parrebbe aver tratto ispirazione.
Vittima – reale – del filone degli esorcisti è invece la giovane Annaliese, una ragazzina tedesca che, nell’onda del boom di esorcismi provocati in seno alla Chiesa Cattolica dopo la distribuzione della famosa pellicola, sebbene affetta da disturbi mentali già diagnosticati, fu sottoposta a diverse sedute di esorcismo e poi, convintasi di essere abitata dal demonio, si lasciò morire di fame. I genitori furono poi condannati per il suo omicidio.

La sua storia, causata da una prima finzione cinematografica, ha finito per ispirarne un’altra, il recente

L’esorcismo di Emily Rose. Anche questa pellicola narra dell’atroce morte di una giovanissima per le atrocità subite nel corso di un esorcismo.

Il controllo patriarcale prosegue sulle mogli e sulle madri, che devono rimanere imbrigliate all’interno il ruolo di devozione e sottomissione loro imposto, pena – anche in questo caso – la marginalizzazione.

L’autrice ci racconta la storia di Bridget Cleary, torturata e uccisa dal marito dinnanzi a tutta la famiglia perché accusata di essere una fata, ossia un’entità maligna. In verità la donna altro non era che una donna libera, che lavorava, nutriva e coltivava ambizioni personali.

Questa raffigurazione fantastica delle donne libere, associate a fate, streghe, mostri non umani attraversa tutta la mitologia, e contamina anche in questo caso letteratura e mondo cinematografico.

Se l’impulso passionale e sessuale delle adolescenti è una minaccia all’ordine filiale, e determina l’allontanamento della ragazzina dalle regole del padre, la sensualità della donna adulta diviene un pericolo per chiunque, per l’intera società. Mette a rischio la funzione riproduttiva, o per meglio dire il controllo su questa.
Nel famoso film di Hitchicock, tratto dal romanzo di Daphne du Maurier, Rebecca la prima moglie, la protagonista è una donna che, sebbene non posseduta da entità sovranaturali, incarna in sé il male.
Jude Doyle guarda al personaggio da una prospettiva diversa. Rilegge la storia senza la
necessità di riscriverla: gli indici sintomatici della natura intima di Rebecca sono dinnanzi ai nostri occhi, confusi dall’interpretazione patriarcale che la pellicola mostra. Rebecca è che una donna padrona di sé stessa, della propria sessualità, che mette a rischio l’ordine matrimoniale. Alla sua figura viene contrapposta quella della seconda moglie del protagonista, accondiscendente e accomodante, che coprirà l’orrendo crimine del marito, ristabilendo l’ordine muliebre.
Due modelli femminili a confronto: Rebecca, la prima signora de Winter, paga con la morte la propria fatale sensualità.

Nemmeno le madri, le cattive madri, sono esenti dalla narrazione della mostruosità.
Per loro vale una rivisitazione di un antico adagio: le colpe dei figli ricadono su di loro.

È sempre alla madre che si guarda quando un uomo commette atti atroci: è ciò che accaduto con un terribile fatto di cronaca nera sul fine degli anni ’50 in America.

“Nell’autunno del 1957, lo sceriffo della contea di Waushara entrò in una fattoria sospetta […] da quel momento l’America non ha mai smesso di raccontare questa storia.“

Si tratta della terribile storia di Ed Gein, un uomo che aveva la casa letteralmente piena di “accessori” ricavati da cadaveri di giovani donne (dalle decorazioni del letto, a vere e proprie maschere ricavate con volti di donna scuoiati, ad una collezione di vagine).
L’uomo, dall’aria apparentemente innocua, aveva non soltanto ucciso giovani donne, ma anche trafugato diversi cadaveri, sempre femminili. Nel corso delle indagini, ci si rese conto sin da subito che l’uomo era affetto da disturbi quanto meno comportamentali.
Vaneggiava di voci e di missioni da portare a compimento. Parlava spesso della madre, Augusta Gein, unica figura accudente e amorevole di tutta la sua esistenza. È da dopo la sua morte che hanno avuto inizio gli omicidi.

Il padre di Ed era un uomo violento e alcolizzato, ed era stata lei a prendersi cura della famiglia. Una donna come tante, vessata dal marito, con un carico di cura e responsabilità maggiore di quello che ci si potrebbe aspettare da un essere umano.
Tuttavia, sin da subito, nonostante il profilo familiare disfunzionale fosse da riconnettere alla figura paterna, nel corso delle indagini le responsabilità delle azioni orribili commesse da Ed Gein vennero riconnesse al rapporto morboso che l’uomo aveva avuto con la madre.
Una madre castrante, una cattiva madre, che con la sua presenza aveva corrotto il figlio, concorrendo a creare un mostro.
Nemmeno dinnanzi all’evidenza di aberrazioni compiute dal figlio quando la madre non era già più in vita, nonostante la presenza di un padre violento e abusante, è sulla madre che sono ricadute le colpe morali della violenza maschile.
In riferimento alla mitologia della madre, Jude Doyle recupera i miti antichi della creazione, secondo i quali le forze primigenie creatrici erano prettamente femminili: la loro forza, il loro potere distruttivo e totalizzante veniva sempre ammansito dall’intervento di una divinità maschile, che portava l’equilibrio nel caos femmineo.
Le superstizioni che hanno accompagnato la creazione del mito femminile stereotipato, così come lo conosciamo, hanno creato modelli femminili aberranti e mostruosi.
Le streghe, le vampire, le donne sensuali e fatali.
Un immaginario che dovrebbe repellere, ma che in realtà ha sempre attratto, per il mistero di cui è circondato.
Del resto, già a partire dalla rivoluzione sessuale degli anni ’60 e all’esplosione della seconda ondata del femminismo, le donne si sono riappropriate delle proprie figure mitologiche, invertendone la narrazione. Un esempio è costituito dalle streghe, divenute personaggi di numerose serie televisive, che hanno popolato l’adolescenza di milioni di ragazzine. Che sono diventate anche simbolo politico e hanno aperto la strada all’attivismo per tantissime donne.
È proprio questo il metodo, lo strumento che Jude Doyle ci consegna con il suo saggio: smascherare gli stereotipi nascosti, insinuati nelle storie che ci circondano. Utilizzare una prospettiva diversa per fornirne una nuova narrazione.

Cambiando la prospettiva, il racconto, la storia, le donne possono riappropriarsi di quel potere mostruoso e dirompente che tanto spaventa il patriarcato.
Per decretarne, finalmente, la sua fine.

 

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Sinossi

Se un mostro è un corpo spaventoso perché fuori controllo, una donna mostruosa è una donna libera dal controllo dell’uomo.

Il mostruoso femminile è un saggio sulla natura selvaggia della femminilità, che viaggia tra mito e letteratura, cronaca nera e cinema horror, mostrando la primordiale paura che il patriarcato nutre da sempre nei confronti delle donne.

Da L’esorcista; alla dea babilonese Tiamat, dalla biblica Lilith a Giovani streghe, attraversano leggende e vite dimenticate, Jude Ellison S. Doyle compie un viaggio alla scoperta dell’oscura potenza delle donne, rivendicando l’orrore come forza creatrice, capace di rompere le catene millenarie dell’oppressione patriarcale.

Titolo: Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne
Autore: Jude Ellison S. Doyle
Edizione: Tlon, 2021

 

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