Fat shame di Amy Erdman Farrell

Voce alle Donne

Recensione di Emma Fenu

fat shame

Fat shame. Lo stigma del corpo grasso è un saggio di Amy Erdman Farrell edito da Tlon nel 2020.

Di cosa tratta Fat shame?

Fat shame parla della grassofobia ricercandone le cause sociologiche e antropologiche, attraverso uno studio attento del formarsi dello stereotipo di negatività che colpisce le persone sovrappeso.

La parola “grasso” suona come un’offesa e, se non si ha l’intento di dileggiare, si ricorre a eufemismi o a elargire consigli non richiesti su che dieta seguire o frasi consolatorie, fra cui spicca “sei bella di viso“.

Eh sì, i grassi sono simpatici: spesso sono i primi a fare ironia sulla propria condizione, così almeno se ne è parlato e si può sperare di non essere ancora oggetto di osservazione.

Le frasi a cui ho accennato non sono pronunciate da nutrizionisti consultati che svolgono il proprio lavoro curando la salute del paziente, ma da chiunque, a titolo vario, in quanto ex grasso o salutista, o legato da amicizia o parentela, che si assume il  fardello di civilizzazione.

Civilizzazione?!

Ora ci arriviamo per gradi.

Se è vero che in questa società soprattutto le donne sono invitate a essere piccole, fragili, bisognose di sostegno, a dare poco fastidio e occupare poco spazio, reale e metaforico, i grassi hanno una “colpa” in più.

Non a caso in alcuni contesti non c’è proprio posto per loro e possono rischiare la vita perchè non si adattano alle cinture di sicurezza.

Ma qual è la colpa del grasso?

La colpa consiste nel non essere capaci di dominarsi, di essere pigri, goffi e, in alcuni contesti, avidi. Insomma, falliti nel conseguimento di una moderazione dello stile di vita, esulando dagli standard.

Nella seconda metà dell’Ottocento, il modello di persona grassa cominciò a non essere più sinonimo di ricchezza e successo, ma di incapacità di stare al passo con le evoluzioni del progresso.

Prima l’accumulo di peso era prerogativa di chi disponeva di tempo e agi e poteva curarsi da malattie che causavano il deperimento.

Ma non c’erano solo aspetti positivi: i personaggi grassi nella letteratura, nelle cartoline e nelle vignette erano spilorci, sfruttatori dei propri dipendenti, anche bambini, corrotti e, se donne, non attraenti.

Perchè non attraenti?

Perché vigeva la regola dell’equilibrio: guance tonde, braccia morbide, cosce tornite, ma vitino da vespa. Quindi per essere belle bisognava torturarsi e deformarsi gli organi con il bustino.

Se poi il grasso era davvero tanto, potevano essere ingaggiati come fenomeni da baraccone nei circhi.

Ma arriviamo finalmente al concetto prima espresso di inciviltà.

Chi non riesce a resistere al consumismo, non ha controllo delle proprie pulsioni istintive. Le donne, in più, dovevano preoccuparsi che i componenti del proprio nucleo si regolassero.

Gli uomini bianchi, aristocratici, eterosessuali e magri erano il modello di evoluzione che doveva essere importato alle socieltà incivili, primitiVe, prive di senso etico e pure grasse.

Nella prima ondata del Femminismo, quello delle suffraggette, le vignette sono esplicative da ambo le parti: la donna ritratta mascolina e grassa è contraria al diritto di voto di donne che si ritraggono come magre e graziose.

Ma coloro che si opponevano al diritto di voto, per esprimere il concetto di un pericolo che potesse portare a un’involuzione verso società primitive, disegnavano le promotrici come grasse.

Negli anni Settanta, il Femminismo di seconda ondata ha veicolato il concetto di validità di ciascuno con il proprio corpo, la propria etnia e le proprie inclinazioni sessuali, identificando nella dieta e nella ricerca della bellezza uno strumento di distrazione delle donne, messo in atto dal patriarcato per distoglierle dal dibattito sociale e politico.

Ma l’allarmismo mediatico non si è certo scoraggiato: in questo secolo si parla di “epidemia dell’obesità“, come si si trattasse di un morbo contagioso, senza soffermarsi abbastanza sui possibili pericoli di diete, farmaci e interventi contro l’adipe.

Del resto, i prodotti brucia calorie e affini vendono, e questo non è irrilevante.

Perché leggere Fat shame?

Fat shame è un saggio ricco di illustrazioni, esempi di cronaca passata e attuale, molto ben argomentato e chiaro; nonostante non sia una lettura leggera, compensa l’impegno con l’interesse che suscita.

Ovviamente una recensione ha i suoi pregi, ossia stimolare il lettore a valutare un possibile approfondimento, ma anche i suoi limiti: deve indicare la validità di un testo, non offrirne un bignami.

Io vi assicuro che vale la pena leggere Fat Shame e essere consapevoli di molti meccanismi mentali che diamo per scontati, nonostante li abbiamo sotto gli occhi, e di collegare molte immagini, anche letterarie, come tasselli di uno stereotipo.

Preciso che il testo  non si concentra sulla salute e non è un saggio medico: ai professionisti spetta curare la salute andando a fondo, senza ricondurre al grasso la causa di ogni malattia di un obeso e ricordando che nessuno di noi è fatto a sezioni, organi e chili, ma è un complesso sistema di corpo e psiche.

Link d’acquisto

Sinossi

«Il nostro corpo dovrebbe essere un territorio di libertà, scoperta e autodeterminazione, ma la società in cui viviamo stabilisce canoni e misure che portano a considerarlo semplicemente “giusto” e “normale” oppure no. Se il nostro è un corpo non conforme, la società ci fa capire che abbiamo qualcosa che non va, qualcosa di cui dovremmo vergognarci e cercare di cambiare a tutti i costi.

Fat shame è il primo saggio sulla grassofobia a uscire in Italia, e ha quindi il compito di aprire una riflessione, spiegando l’origine di questa cultura, mostrando quanto siano profondi i pregiudizi nei confronti delle persone grasse e spingendo a cambiare finalmente lo sguardo sul proprio corpo e su quello degli altri.»

(Maura Gancitano)

Titolo: Fat shame
Autore: Amy Erdman Farrell
Edizione: Tlon, 2020