“L’ombra sul cuore” di Cristina Casillo

“L’ombra sul cuore” di Cristina Casillo

l'ombra sul cuore

“L’ombra sul cuore” di Cristina Casillo

Adoro il tulipano, la sua semplicità. L’ho sempre considerato delicato e poco vanitoso, discreto a tal punto da non essere usato in profumeria per la fragranza impercettibile.

Impercettibile, come avrei voluto che fossero tutti i miei pensieri legati a quel giorno.

Sabato mattina: bicicletta, prima tappa dal fioraio e pedalata verso il parco che costeggia il liceo, frequentato da mia nipote Rebecca. Non sapevo rinunciare al sorriso di quella ragazza che puntualmente, rubava un fiore dalla cesta per poi allontanarsi con le amiche.

Rientrata a casa, Giorgio aveva apparecchiato e acceso la tv. Sempre attenti alle notizie, avevamo il nostro modo per commentare: lui sbuffava, scossando il capo, io sospiravo mentre scolavo la pasta.

Servii i piatti, con il sottofondo della rubrica di eventi culturali. In una  libreria del centro, ci sarebbe stata una presentazione. Sentii pronunciare un nome a me noto che avevo finto di dimenticare.

Lo stomaco era chiuso come i pugni che nascondevo sotto il tavolo. Giorgio non si accorse di nulla o finse, come ormai era abituato a fare. Non ha mai saputo esternare i suoi sentimenti tranne che in alcune rare occasioni. Abile anche a nascondere la gelosia che però, quando meno me l’aspettavo, faceva emergere con furiose scenate.

<<Andrò in centro oggi. Mi comprerò un bel gelato e passerò in libreria – Dissi, cercando di nascondere l’ imbarazzo avvicinando alla bocca il bicchiere di vino rosso.>>

Non faceva mai troppe domande, forse perché temeva le risposte.

Trascorsi dieci anni di matrimonio, conobbi, nel posto di lavoro, un cliente particolare. La sobrietà e la compostezza dimostrata per tutta la permanenza, mi avevano incuriosita. Lo chiamai più volte per consegnargli una pratica ma era distratto. Alzò lo sguardo e sorrise. Fu abbastanza per cambiarmi. Sapevamo entrambi di piacerci senza avere la possibilità di poter andare avanti nella frequentazione. Una sera mi invitò a cena ma a  poche ore dall’appuntamento chiamò per disdire. Aveva  tanti progetti e il suo più grande desiderio era quello di  scrivere un libro.

Indossai una camicia bianca e un paio di jeans. I capelli li raccolsi con un piccolo foulard. La città sembrava in festa. Tutti fuori come lucertole e coccinelle. Giacche appoggiate sul braccio o legate ai fianchi, scarpe chiuse e sandali per i più audaci. Un suonatore di bottiglie strimpellava “ ‘O sole mio”. Alle prime note di un valzer guardai l’orologio e mi accorsi che avrei dovuto accelerare il passo. Arrivata in libreria scelsi di sedermi in un angolo. La gente continuava ad entrare ma l’autore non c’era: la puntualità non è mai stata il suo forte.

Arrivò. Pantaloni di cotone leggeri e camicia bianca di lino. Capelli brizzolati e barba incolta. Diede una sbirciata ai presenti, piacevolmente sorpreso per l’affluenza. Non capii quasi nulla delle sue parole nei primi cinque minuti: cuore e testa non erano ben sincronizzati. Mi accorsi di non aver acquistato il libro, mentre molti dei partecipanti si stavano avvicinando per avere una dedica autografata.

Gli porsi la mia copia. Abbassò lo sguardo e aprì il libro alla prima pagina.

<<Il suo nome? Chiese con un sorriso fiero e orgoglioso che il tempo non aveva mutato.>>

Ci fissammo per un istante.

Scelsi un angolo del centro poco affollato per leggere la dedica:

l tuo sorriso lo riconoscerei  tra mille”.

Gian Marco

Sono trascorsi alcuni anni.

Il sole è già alto. Giorgio è andato a riordinare la cantina. In questo periodo di quarantena, tutti si rifugiano in garage per sistemare tante cianfrusaglie accumulate.

Comincio a spolverare vecchi libri impreziositi e ingialliti dal tempo. Li appoggio vicino al vaso di fiori sulla scrivania e alcuni cadono facendo rumore. Soltanto uno si salva dal tonfo.

Il sole entra dalle imposte, come una spada. Gioca con i tulipani che ancora oggi sono quelli che preferisco facendo ombra su quel libro. Ricordo la copertina. Una dedica ed io nascosta come una bambina che ha rubato caramelle in un bar, per sbirciare nella prima pagina.

L’ombra di un semplice mazzo di fiori, l’ultimo trovato da mio marito al supermercato, dopo aver fatto due ore di fila.

Suona il cellulare.

<<Nonnaaaa! Indovina cos’ è successo? Rebecca è raggiante.>>

<<Dimmi, tesoro. Ti ascolto!>>

<<Mi hanno chiamata. Discuterò la tesi , nulla sarà posticipato e potrò laurearmi da remoto.>>

Mentre cerca di spiegarmi l’utilità dei nuovi dispositivi per le conferenze illustrandomi le varie piattaforme, ripongo il libro nella scansia, in quell’angolo segreto dell’unico remoto che conosco: il mio passato.

 

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