Difesa oltre ogni limite?
a cura di Sabrina Corti

Difesa oltre ogni limite?
E allora signor Presidente che cosa abbiamo voluto, cosa avete voluto? La parità di diritti? Avete cominciato a scimmiottare l’uomo! Voi portavate la veste: perché avete voluto mettere i pantaloni?Avevate cominciato con il dire “avevamo parità di diritto”. Avevate cominciato con il dire “perché io alle nove di sera devo stare a casa, mentre mio marito, il mio fidanzato, mio fratello, mio nonno, il mio bisnonno vanno in giro?”. Vi siete messe voi in questa situazione! Non l’abbiamo chiesto noi questo!
E allora purtroppo ognuno raccoglie i frutti che ha seminato!
Se questa ragazza si fosse stata a casa, l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente!
Eh no signore, è una realtà questa!
È una realtà che non può essere obliterata!
A me fa tanta pena, è una sventurata, è una vittima dei nostri tempi!
Siamo nel 1979, a Latina.
E no, non è un romanzo.
Per la prima volta in Italia, viene trasmesso in televisione il dibattimento di un processo per stupro ai danni di una giovane donna: Fiorella.
Fiorella era stata invitata, con la promessa di un lavoro, nella villa del suo compagno – tale Vallone – il quale tuttavia, non aveva alcuna intenzione di parlare alla ragazza di un lavoro, quanto invece di violentarla, insieme ad altri tre amici.
Fiorella, contrariamente a quanto accadeva, ancora, negli anni settanta, denuncia la violenza e si costituisce parte civile nel processo.
Quella che vi ho trascritta è una parte della arringa difensiva dell’avvocato Zeppieri, difensore di uno degli imputati.
Mi viene spontaneo parlare di difesa oltre ogni limite.
Vi invito all’ascolto di tale arringa nella sua interezza – possibilmente accompagnato da un buon digestivo -.
Ciò che emerge è un pensiero medioevale, misogino e maschilista: vi sono delle parti al limite del surreale.
In buona sostanza, l’avvocato liquida la faccenda statuendo che la parità di diritti della donna è causa di questa situazione: in pratica, le donne, se la cercano la violenza.
Se fosse rimasta nelle sua casa, sotto la stretta tutela dell’uomo, a questa sventurata nulla sarebbe successo.
In questa difesa oltre ogni limite, questo legale addossa la colpa della violenza, non già agli stupratori (perché tali sono) quanto ai tempi moderni che hanno portato a questa situazione.
Ma non solo: pare essere convinto del fatto che, quando le donne stavano segregate in casa “davanti al caminetto”, erano estranee alla violenza maschile ed, anzi, erano ben protette.
Io, che di mestiere, faccio l’avvocata, mi chiedo ancora troppo spesso come taluni arringhe siano improntate a metodi di denigrazione della vittima: argomentazioni che sarebbero inammissibili persino nelle chiacchiere da bar, figuriamoci in un’aula di tribunale
In buona sostanza, la difesa del Vallone, fu improntata su un atteggiamento provocatorio della vittima e, poi, sulla troppa libertà concessa alle donne (“L’avete voluto il femminismo?”).
Ben inteso: l’istituto della provocazione, nel processo penale, esiste e può costituire una circostanza attenuante.
Ma la provocazione ha presupposti assai precisi per poter essere invocata: il reato deve essere stato commesso in conseguenza di uno stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui.
Nel caso di processo di Latina quale sarebbe stato il fatto ingiusto della vittima: aver accettato l’invito del fidanzato?, aver avuto con lui un rapporto orale? Essersi presentata con la gonna, o con i pantaloni, o con la camicetta attilata o con un abito succinto?
E questo fatto ingiusto (ammesso che lo sia, e non lo è) avrebbe indotto i violentatori ad un attacco di ira? Difficile a credersi.
Prima del difensore degli imputati, aveva fatto la sua arringa l’avvocata Tina Lagostena Bassi, difensore della vittima, costituita parte civile nel processo.
(Nel processo penale, le arringhe seguono un preciso schema: prima l’arringa del PM, poi l’arringa del difensore della parte civile, poi l’arringa del difensore degli imputati)
Non ho mai dissipato il dubbio se il difensore del Vallone, dopo la mirabile, intelligente e preparata arringa della collega Lagostena Bassi, sia rimasto talmente spiazzato da non aver altri strumenti difensivi se non quello di adottare il peggiore dei metodi difensivi: l’attacco della vittima. L’ultimo (e il più vigliacco) dei rimedi.
Tra i passaggi dell’arringa dell’avvocata Lagostena Bassi ve ne è uno che mi piacerebbe diventasse il pensiero comune, non solo nelle aule di tribunale
Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa. Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia, come donne? Noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali, ed attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi quella che è la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto
L’avvocatessa Lagostena Bassi pare sapere già quali saranno le tesi della difesa degli imputati e la condanna aprioristicamente senza mezzi termini
Vi diranno gli imputati, svolgeranno quella che è la difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli – non sempre ce l’ho, lo confesso – di avere la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocato – si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale
Qui l’avvocatessa Lagostena Bassi fa un esempio lampante: a nessun difensore verrebbe mai in mente di difendere il rapinatore andando a colpire il gioielliere, dipingendolo come un soggetto che non paga le tasse, o che ha un passato poco chiaro, ad esempio
Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto.. Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna, La vera imputata è la donna.
Approntare una difesa di questo genere (parlo della difesa degli imputati per stupro) è pericolosissmo ed ingiusto perché pone, tra l’altro, le donne nella condizione di non denunciare le violenze per il timore di essere ulteriormente “violentate” da una gogna processuale. Questa è o non è una difesa oltre ogni limite?
L’arringa della avvocatessa Lagostena Bassi, breve ma assolutamente centrata e ficcante, ha gettato un masso pesante nel mare calmo e stagnante del processo penale che, sino ad allora, era improntato a difese misogine e al limite del maniacale (vi è un passaggio della arringa del difensore del Vallone che ricorda pericolosamente i processi del tribunale dell’Inquisizione).
Qui trovate il link dell’ arringa avv. Lagostena Bassi
Il processo venne mandato in diretta alla RAI e fu seguito da oltre tre milioni di persone. La replica viene seguita da oltre nove milioni di persone.
Quanta strada abbiamo fatto?
Esistono ancora questi stratagemmi difensivi?
Mi piacerebbe darvi una risposta negativa ma, purtroppo, come anche voi certamente saprete, le cronache ci riportano in alcuni casi di processi ove si fa spesso cenno ad una difesa improntata su un attacco alla vittima (la vittima era una poco di buono, aveva la minigonna, i jeans stretti, era alticcia, …).
Ne parlo spesso con i miei figli, entrambi adolescenti. Soprattutto nel parlo al maschio: “Se non ti dice SI, non c’è il consenso. Può essere provocante, alticcia, drogata, su di giri, mezza nuda, sessualmente esuberante, tutto quello che vuoi, ma se non è consenziente è violenza. E la violenza non è mai giustificata. Mai.”
C’è una foto che gira sui social e che amo molto, e in fondo riassume il pensiero dell’avvocatessa Lagostena Bassi: serve un cambiamento socio-culturale.
Credo nel diritto inviolabile della difesa processuale: è un diritto sacrosanto a cui tutti hanno diritto, dagli assassini efferati al reo del più tenue reato, ma saper difendere è un’attività complicata e complessa, fatta di studio, di approfondimento, di esperienza lavorativa e di conoscenza attenta del diritto e delle persone.
Perché è bene ricordarlo: le norme sono astratte ma le parti di un processo sono vere, vive e concrete.
Quindi mi chiedo, e vi chiedo: qual è il limite della difesa? Esiste un limite? O si deve parlare di difesa oltre ogni limite?
Come si è concluso il processo?
Il Tribunale di Latina condannò tre imputati su quattro a un anno e otto mesi di reclusione. Un quarto imputato a due anni e quattro mesi.
Tutti gli imputati beneficiarono della libertà condizionale.
Il risarcimento alla parte civile fu quantificato in 2.000.000 di Lire.







