Abbandono della madre e riscatto nella Letteratura

a cura di Maria Grazia Casagrande

 

In quest’ultimo anno mi è capitato di leggere molti libri sull’abbandono della madre e sulla ricerca si ricatto della protagonista. Iniziamo questo mio viaggio con un ricordo letterario.

Tempo addietro mi era capitato di leggere un articolo sul Giappone in cui veniva rivelata l’esistenza di una cabina telefonica dotata di un apparecchio la cui particolarità consisteva nell’essere totalmente fuori uso; un buffo dettaglio che permetteva però di telefonare alla persone che non c’erano più, intrattenendo con loro delle conversazioni immaginarie.

Ricordo che, nonostante avessi cercato di proseguire la lettura, quella cabina telefonica mi era talmente entrata nella testa che la mente aveva iniziato a costruire frasi su frasi riguardo ai molti argomenti che avrei voluto discutere con mio padre; ma le infinite domande, confidenze e consigli si erano così accavallati nell’irruenza di quel non detto, tanto da  riaprire ferite mai completamente chiuse.

Eppure, ricordavo come buona parte delle mie compagne di classe delle superiori si abruttisse in discorsi pieni di astio, sfoghi violenti e urla rabbiose nei confronti di padri severi o madri assenti; fiumi di ostilità vomitate in un eccesso di odio e collera, da figli totalmente inconsapevoli del vuoto abissale di chi – come me – un padre o una madre non ce l’aveva.

 

Un abisso di cui molti autori si sono cibati – raccontando storie di infanzia negata, bambini sfruttati, abbandonati, venduti – dando vita ad una lista infinita di libri incentrati su questo argomento, l’abbandono, riguardo al quale ognuno di noi avrà sicuramente svariati ricordi di lettura.

Doris Lessing

Il mio racconto ‘apripista’ per esempio, è stata una storia breve di Doris LessingDebbie e Julie tratta dal libro ‘Racconti londinesi’ datato 1987 – in cui Julie, la giovanissima protagonista, una volta scoperto d’essere incinta decide di scappare di casa per cercare rifugio presso un’amica più grande e più esperta; salvo poi ritrovarsi a far nascere il bambino in mezzo ai boschi, con ‘un libro d’istruzioni’ in una mano e una torcia nell’altra, qualche asciugamano e la compagnia d’un cane randagio.

Dopo averla partorita, Julie mette in atto l’abbandono della neonata dentro una cabina telefonica e torna dai propri genitori per recitare ancora per un po’ il ruolo della figlia ubbidiente; salvo poi scappare di nuovo nella convinzione d’essere diventata adulta tutto d’un colpo.

Entrò nel pub di fronte e si andò a mettere in piedi accanto ad una piccola finestra da cui si vedeva la cabina telefonica. Sul pavimento riusciva a scorgere il fagotto, un piccolo involto patetico, come giornali piegati o un golf caduto a terra.

Rimase lì non più di cinque minuti. Dopo di ché un giovane e una ragazza entrarono nella cabina. Attraverso il vetro bagnato dal nevischio, vide la ragazza raccogliere il fagotto da terra, mentre il giovane telefonava. L’ambulanza arrivò immediatamente.

La ragazza uscì dalla cabina con il fagotto, il giovane era alle sue spalle. Gli infermieri presero il fagotto, poi lo porsero alla ragazza che salì sull’ambulanza. Così la bambina era in salvo. Era fatta. Ce l’aveva fatta”

 

Doris Lessing incentra il suo racconto sulla sventatezza degli adolescenti, la scarsa educazione sessuale, l’assenza assoluta di valori e il desiderio irrefrenabile di ‘sbarazzarsi al più presto dell’inconveniente‘, organizzando nei minimi particolari ogni cosa affinché nessuno si accorga del corpo che cambia e di ciò che è accaduto nel bosco, per poi ricominciare finalmente a vivere. Rimorsi zero. O almeno così sembrerebbe…

Ed è da questa mancanza di responsabilità, negazione di legami affettivi, distacchi violenti che inizia la caduta negli abissi e la ricerca accanita ‘del sangue del proprio sangue’ da parte di chi è stato vittima di abbandono all’attenzione di qualcuno che scorga quel fagotto lasciato in terra.

 

In quest’ultimo anno, vi dicevo nell’esordio, mi è capitato di leggere svariati testi incentrati sulla tematica dell’abbandono e relativa ricerca di riscatto da parte del protagonista: a partire da Mr. Vertigo di Paul Auster per poi proseguire in ordine sparso con: Lontano dagli occhi di Paolo Di Paolo, La vita davanti a sè di Romain Gary, Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone e L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio.

Alcuni testi sono autobiografici altri no; ma gli autori tutti, seppure molto diversi fra loro per provenienza, genere letterario e appartenenza ad altre epoche, hanno avvertito la spinta – e mai termine mi è sembrato più adatto – a dar voce a personaggi strettamente legati a figure materne assenti, scomparse o malate, il cui abbandono ha lasciato un solco così profondo da richiedere gesti plateali di riscatto, incomprensibili gesti d’amore, o dolorose memorie.

Perché le parole grevi e le immagini dolorose, grazie alla scrittura ed alla sua condivisione, diminuiscono d’intensità e diventano meno spaventose.

Si è sempre ‘figli di’ –  a volte a nostra insaputa, altre volte invece lo si vorrebbe dimenticare, se non addirittura cancellare quel legame di sangue che ci ha fatto diventare gli adulti che siamo.

Ma è sempre ‘una madre’ che infine cerchiamo, perché è lei che ci ha dato la vita e sembra incredibile che abbia potuto addirittura abbandonarci.

Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo ad esempio, s’interroga sulle diverse modalità con cui le donne vivono la trasformazione del proprio corpo durante la gravidanza, i cui riflessi ad esempio sono pressoché negati agli uomini.

“Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente. Nessuno gli cede il posto, nessuno gli fa largo, nessuno suppone di doverlo proteggere, o compatire. Può uscire con una ragazza, bere con lei, fare il brillante: nulla, della sua attesa sarà svelato.

Può lui stesso, per qualche ora, dimenticare, e non sarà certo il suo corpo a ricordarglielo. E se infine non si troverà lì – nei lunghissimi istanti in cui, dal corpo della madre, verrà alla luce il figlio – niente potrà avvertirlo: non un presagio, un campanello, un dolore, un acquazzone, niente.

Dovrà, per qualche via, essere raggiunto dalla notizia: svegliandosi nell’albergo lontano in cui è fuggito: o sentendo di perdere un battito, prigioniero di un mezzo di trasporto ormai in ritardo.”

Paul Auster

Il protagonista di Mr.Vertigo – narrato da Paul Auster – è uno sbruffoncello in grado di strapparci ora un sorriso ora un alito di meraviglia, e gli perdoniamo ogni cosa, persino l’iniziale diffidenza verso chi l’ha raccolto dal fango; e anzi vorremmo vederlo volare sempre più in alto e tifiamo per lui affinché quel riscatto si avveri davvero e gli sia concesso di ritrovare la perduta dignità.

Roman Gary

Momò, il piccolo protagonista descritto da Roman Gary, ha per certi versi alcune somiglianze con Mr. Vertigo: quella stessa polverosa povertà che trova riscatto nella furbizia e nell’astuzia, ma anche nella scoperta dell’amore profondo per chi si è preso così tanta cura di ‘uno scampolo di umana nullità’.

 

Un sottile filo di congiunzione che ho ritrovato anche fra l’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio e la prosa poetica di Maria Grazia Calandrone.

L’una, descrivendo l’esperienza traumatica di ritrovarsi a vivere in un’altra famiglia – più povera, quasi analfabeta e totalmente diversa da quella lasciata alle spalle – per poi scoprire d’essere invece ritornata nella vera famiglia di origine.

L’altra, raccontando la propria storia di abbandono risanata da una madre adottiva, la quale inizia a sentirsi sempre meno genitore nel momento in cui ‘il segreto’ viene svelato e s’insinua un alone di estraneità.

 

Le parole che Doris Lessing fa pronunciare a Julie parrebbero atroci:

“E se la lasciassi qui e scappassi? No, il cane…Ma mentre lo pensava, la bambina smise di piangere e rimase a fissarla in silenzio. Bè, lei non avrebbe ricambiato lo sguardo, non l’avrebbe amata.”

 

Affermazioni durissime, nel cui riflesso scorgiamo però lo smarrimento profondo nel percepire quell’atavico flusso d’amore che giunge dagli occhietti smarriti della neonata; e sarebbe sufficiente una frazione di secondo ad alimentare l’incertezza, ma il cordone ombelicale è ormai stato tranciato di netto con un colpo di forbice, e non resta che voltare il viso per non cogliere lo sguardo che la bambina porge, e essere capaci di abbandono.

Storie bellissime, struggenti, a volte divertenti, accomunate tutte da un unico denominatore: la meravigliosa capacità di ogni personaggio ad adattarsi alla situazione in cui viene a trovarsi, oltre alla scoperta, anzi la rivelazione, della capacità di amare chi ci ama, indifferentemente dal fatto che siano i nostri genitori biologici oppure no.

Perché ciò di cui veramente abbiamo bisogno è di sentirci amati ed essere in grado di condividere questo bene con altri da noi, in quella meravigliosa altalena di giochi, bisticci e riappacificazioni che è la vita.

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Foto di copertina tratta da Google