Maddalena Vianello, autrice di In fondo al desiderio
Voce alle Donne
Intervista a cura di Emma Fenu
Maddalena Vianello è autrice del testo In fondo a desiderio, edito da Fandago nel 2021.
Professionista della progettazione e organizzazione culturale, Esperta di politiche di genere e nell’ambito della violenza maschile contro le donne, Maddalena Vianello attualmente lavora all’Assessorato alle Pari Opportunità della Regione Lazio. Femminista, tiene il blog Femministerie con alcune compagne di avventura, con altre organizza inQuiete, festival di scrittrici a Roma. Ha pubblicato Fra me e te (Edizioni et al., 2013), scritto a quattro mani con sua madre, Mariella Gramaglia.
Ho avuto modo di conoscerla durante il convegno organizzato lo scorso dicembre presso l’Università di Parigi Nanterre, a cura di Ramona Onnis e Manuela Spinelli, dedicato al Corpo delle donne, a cui ho anche io avuto l’onore di essere relatrice. E oggi sono felice che sia ospite, con altre del gruppo, nel salotto di Cultura al Femminile, per parlare di corpo e maternità.
Benvenuta, Maddalena.
La procreazione medicalmente assistita è ancora un tabù? Il corpo delle donne è socialmente connesso con il concepimento, il parto e la maternità?
Grazie, Emma.
In Italia permane una resistenza nel dibattito pubblico: di Procreazione medicalmente assistita (PMA) non si parla o si parla poco e male, rendendola un vero e proprio tabù. È difficile affermare con certezza le ragioni.
Probabilmente ci sono delle distorsioni innominabili: la vergogna di un corpo non performante e non aderente alle aspettative sociali; l’invidia per chi non vive dinamiche di infertilità o per chi riesce nei percorsi di PMA, oltre alla sofferenza che le diagnosi di infertilità e il ricorso alle tecniche spesso comportano. Personalmente, le ho vissute tutte sulla mia pelle.
Siamo immerse in una società che ci misura ancora in relazione alle nostre scelte procreative in termini di madri o madri mancate. Ne sono traccia le domande illegittime che riceviamo in relazione ai nostri progetti di genitorialità e che implicano come non generare sia sempre una scelta e comunque sbagliata. Lo suggeriscono diversi studi. Per esempio, in un sondaggio realizzato da Ipsos per l’Istituto Toniolo tra l’opinione pubblica italiana e danese risulta che il 71% degli uomini italiani si dichiara d’accordo con l’affermazione “un lavoro è importante ma quello che le donne davvero vogliono è una casa e dei figli”, mentre solo il 12% degli uomini danesi è d’accordo con questa affermazione. Di quanti anni fa è questo sondaggio? Settanta, cinquanta, trenta? No, nemmeno cinque anni fa.
Questo è il contesto in cui siamo immerse. Un sistema consolidato che ci vuole madri, realizzate solo se con prole e regine della casa. E per quanto molte di noi siano – per fortuna – lontane da tutto questo, il richiamo primordiale della società in cui siamo cresciute e viviamo pesa enormemente, nonostante gli strumenti di cui ci siamo dotate, nonostante le scelte che abbiamo intrapreso.
I movimenti femministi italiani come si pongono nei confronti dell’infertilità e della PMA?
Non ho una risposta universale. Per la mia esperienza di militante e per quella delle donne con le quali mi sono confrontata, non posso dire che all’interno dei movimenti femministi si sia generato uno spazio accogliente su questo tema. Ci sono spazi vasti e liberi in cui confrontarsi su tante questioni a partire da sé e lungo il filo “il personale è politico”. Si affronta il dibattito e il conflitto sulla violenza maschile contro le donne, si discute di orientamento sessuale, dei percorsi di affermazione di genere, delle scelte riproduttive, e anche della scelta legittima e sacrosanta di non avere figli come fa per esempio il collettivo Lunadigas, o del pentimento in relazione alla scelta della maternità; ma sembra non esistere uno spazio dove affrontare la PMA e come maneggiare l’impossibilità del desiderio.
È necessario alimentare un discorso pubblico e di prossimità per generare spazi di libertà in cui nominare il ricorso alle tecniche di procreazione assistita, le difficoltà e le fatiche, il lutto, le frustrazioni, i desideri, ma anche il bisogno di rompere uno sguardo patriarcale che disegna i corpi delle donne. È necessario normalizzare, spezzare la solitudine di molte, immettere parole ed esperienze. Non riesco a immaginare altro luogo se non l’alveo dei femminismi dove farlo.
Quali sono le reazioni psicologiche più comuni davanti alla difficoltà o all’impossibilità di diventare madre?
Quando ho cominciato il progetto In fondo al desiderio ho trovato che una parola era comune ed era solitudine.
Una solitudine che si nutre dell’incomunicabilità di un’esperienza così intima e profonda, ma anche della mancanza di un discorso collettivo, di luoghi da attraversare o riferimenti a cui attingere. In alcuni casi quella solitudine si mescola a un senso di invidia per le altre che, invece, sono diventate madri, a volte “senza meritarlo abbastanza” o “troppo facilmente”.
Questi sentimenti portano a isolarsi, ad allontanarsi dalla propria cerchia che spesso è allo scuro di tutto, che diventa il luogo di confronti scomodi o di mancanza di empatia. Le emozioni di affetto per le amiche e parenti talvolta si tingono di rabbia e frustrazione, lasciando spazio all’isolamento.
Il giudizio e la razionalità servono a poco in questi frangenti; è untile invece pensare come mettiamo in comune tutto questo perché diventi il patrimonio di una comunità di donne per spezzare la solitudine e ritrovarsi insieme.
Perché dare voce e rompere il silenzio è importante?
Nel silenzio si è sole e non c’è nulla di più rischioso. Si resta in balia di un contesto che scolpisce per stereotipi e funzioni, senza considerarci veramente come persone nelle complessità. Rompere il silenzio serve a far sentire tutte meno sole, perchè ci si possa rispecchiare e trovare conforto nell’empatia.
Continuando a tacere e a nascondere, inoltre, si perde l’occasione per normalizzare il discorso pubblico e abbattere gli stereotipi attraverso storie e vissuti. Raccontare, invece, significa creare una comunità dove è possibile mettere in circolo l’innominabile e le parti più difficili della propria esperienza.
Ma la questione di rompere il silenzio riguarda anche i bambini e le bambine, se e quando nascono.
Accompagnarli verso una progressiva autonomia significa dare loro strumenti adeguati. Privarli delle fondamenta del senso si sé, invece, come la nascita e le origini, è pericoloso e lo è anche per i genitori che rischiano di confondere la protezione con la sottrazione di informazione, i propri tabù non elaborati con presunte forme di tutela.
Infine, questa strada è azzardata anche per il ruolo e la responsabilità di ciascuna e ciascuno in una società libera e consapevole che concepisca la genitorialità come relazione e non come mera trasmissione biologica. Una società che investa nei bambini e nelle bambine come uomini e donne di domani, libere e liberi di portare per il mondo i diversi tasselli che compongono l’identità con consapevolezza, pienezza e serenità. È anche attraverso di loro che possiamo e dobbiamo operare un cambiamento culturale possibilmente con tenerezza, senso della misura, ma senza paura.
In fondo sono solo figli e figlie molto desiderate e molto cercate, nulla di più.
L’Italia è un paese per madri? E per donne?
No, non lo è.
L’Italia è un paese profondamente inospitale per le donne, soprattutto in relazione alla maternità. Per molti versi stiamo bene: non abbiamo mai studiato tanto, siamo le più brillanti, abbiamo varcato le soglie di posizioni dirigenziali, abbiamo acquisito diritti e possibilità precluse alle nostre nonne.
Eppure, continuiamo ad abitare in una società poco paritaria soprattutto nella distribuzione del lavoro di cura che grava in maniera massiccia e diseguale sulle spalle delle donne. Questo riguarda i figli e le figlie, ma anche la cura della casa, degli anziani e delle anziane. A fronte di questo, facciamo i conti con un welfare insufficiente e un innalzamento delle probabilità di fuoriuscita dal mondo del lavoro con il crescere del numero di figli. Insomma, un meccanismo perfetto per disincentivare la scelta della maternità, che incarna per molte l’altare sacrificale sui cui lasciare troppa parte di noi.
E così si rimanda la scelta della maternità con una divaricazione crescente fra desideri e possibilità. Il tempo trascorre e la fertilità si assottiglia aprendo la strada all’incursione delle tecniche di PMA. Le vite sono tante e questo non è un tracciato segnato per tutte, ma è la storia di molte.
Che libertà è quella che vede le donne dover fare delle scelte così dure in termini rinunce e di fronte al sacrificio di ciò che hanno messo insieme con fatica in termini di studi, lavoro e qualità della vita? Non è libertà e agli uomini non è mai stato chiesto nulla di tutto questo.
In fondo al desiderio di Maddalena Vianello
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Sinossi
Gli amori sono tanti, come tanti sono i modi in cui bambine e bambini possono arrivare.
Grazie alla Procreazione medicalmente assistita (Pma) nel 2018 in Italia, sono nati il 3,2% dei bambini.
Allargando la fotografia alle donne che decidono di avere un figlio da sole o con un’altra donna in una coppia lesbica i numeri crescono ancora. Eppure, se ne parla ancora troppo poco, sia in ambito politico sia in quello privato. Maddalena Vianello si mette in ascolto di un fenomeno che coinvolge migliaia di donne che si affidano alla Procreazione assistita con motivazioni ed esiti differenti.








