La strada per Be’er Sheva di Ethel Mannin

recensione di Gianna Ferro

 

La strada per Be’er Sheva è un romanzo di Ethel Mannin, pubblicato nel 1963 e tradotto in italiano da Stefania Renzetti per Agenzia Alcatraz nel 2025.

“Cosa abbiamo mai fatto noi arabi per essere trattati in questo modo?”

Di cosa tratta La strada per Be’er Sheva?

Questo libro nasce in risposta al libro Exodus di Leon Uris, scritto nel 1958, che parla della nascita dello stato di Israele.

Ethel Mannin con questo romanzo racconta, dal punto di vista palestinese, la Nakba,“la catastrofe”, la pulizia etnica operata dai militari sionisti nel 1948 e il conseguente esodo.

Il primo romanzo occidentale La strada per Be’er Sheva, scritto nel 1963, che narra la disumana sofferenza del popolo palestinese durante la guerra arabo-israeliana.

“[…] un’umiliazione che gli ebrei avevano imposto loro quando li avevano messi in mezzo alla strada, costringendoli a lottare e soffrire come bestie nel deserto. […] la nuova generazione di palestinesi, senza patria, senza casa, senza un futuro, […]”

Il libro ripercorre l’esodo e l’esilio di un popolo umiliato e violentato, attraverso la storia della famiglia di Butros Mansour, proprietario terriero di fede cristiana.  Lo racconta soprattutto attraverso gli occhi e i sentimenti di Anton, figlio di Butros, che ha solo dodici anni, quando il 15 luglio del 1948, all’indomani dell’occupazione israeliana di Lidda,  oggi Lod, col padre e la madre Mirian, di origine inglese, gli fu imposto di lasciare tutto e scappare nel deserto per raggiungere Ramallah.

Centinaia di persone, molti anziani e bambini, furono costretti ad abbandonare le loro case e ad affrontare un lungo e disperato cammino, fatto di difficoltà, sofferenza e dolore. La sabbia del deserto e il sole cocente fecero molte vittime. Accampamenti improvvisati, fame e sete costante, li condussero a un’agonia consapevole, la cui unica alternativa era la morte. La famiglia Mansour giunse con enorme fatica nella loro casa di Gerico, dove la guerra era lontana. Butros non poteva dimenticare l’umiliazione subìta, gli israeliani gli avevano tolto tutto: la casa, la terra, ogni suo bene, ma soprattutto la dignità umana e questo ben presto gli si spezzerà il cuore.

“La Palestina non sarebbe stata liberata nel corso della sua vita; forse Anton sarebbe vissuto abbastanza a lungo da vederla liberata, magari fra cinquant’anni quando avrebbe avuto l’età di suo padre: lo Stato ebraico, imposto nel cuore della patria araba, sarebbe giunto alla propria fine nel normale corso della storia, perché prima o poi l’ingiustizia finisce e la giustizia prevale.”

Dopo la sua morte, Marian decise di ritornare in Inghilterra, sua patria, per far continuare gli studi ad Anton, decisione che anche Butros avrebbe approvato.

L’esilio londinese diventò faticoso. Anton sentiva il peso di un dolore mai placato, portando con sé ferite ancora aperte. Pur essendo affascinato dalle bellezze di Londra, quella terra non gli apparteneva, quel popolo non gli apparteneva, perché lui era arabo nel corpo e nell’anima e il desiderio ossessivo di far ritorno nella sua patria non lo abbandonerà mai durante gli anni di studio.

“Quel ragazzo aveva sentito le urla delle donne stuprate […] esseri umani disumanizzati dal terrore e dalla sofferenza; quel ragazzo aveva conosciuto la paura della morte e l’aveva vista in faccia, con tutta la sua miseria e il suo orrore. Quel ragazzo profondamente arabo, mascherato da allievo di una scuola pubblica inglese […]”

La corrispondenza che manteneva con l’amico Walid, musulmano, anch’egli vittima di quella disumana tragedia, rimasto a Ramallah, teneva in vita ancor di più la voglia di combattere per liberare il suo popolo. La loro promessa: ritornare a Lidda infiltrandosi lungo la strada per Be’r Sheva e unirsi ai movimenti di resistenza che si stavano formando nei territori occupati.

“Era il tempo dell’attesa, in cui il mondo dei sogni era più reale di quello materiale – dal quale fuggiva continuamente per rifugiarsi nella realtà del sogno.”

Giunto alla maggiore età e un lavoro che lo attendeva in Giordania, Anton era pronto per tornare in patria e realizzare il suo sogno, ma soprattutto per mantenere una promessa.

Perché leggere La strada per Be’r Sheva?

Un romanzo di fortissimo impatto emotivo, scritto magistralmente, in cui le parole ci conducono, a più di sessant’anni dall’uscita, alle terribili immagini del genocidio che si sta oggi consumando nel conflitto israelo-palestinese, una questione storica mai risolta: è il passato che ritorna.

Ethel Mannin sempre in prima linea per i diritti civili e la lotta di classe, critica nei confronti del sionismo e a sostegno della causa palestinese, scrive La strada per Be’er Sheva nel 1963, ma potrebbe essere stato scritto ai giorni nostri, perché nulla è cambiato, la tragedia umana a cui assistiamo quotidianamente ha origini antiche. Nelle pagine del libro traspare un desiderio di giustizia, in cui l’autrice pur biasimando il sionismo e non manifestando l’antisemitismo, auspica il riconoscimento dello Stato della Palestina, in quanto sarebbe solo fare un atto di civiltà.

Un groviglio di emozioni contrastanti agita l’esistenza di Anton Mansour, figura centrale del romanzo, dietro al quale si percepisce il dolore di un popolo, privato violentemente della propria dignità e della propria identità, costretti a un viaggio straziante, senza meta, né futuro, gente ferita nell’orgoglio e nel fisico.

La strada per Be’er Sheva simboleggiava per i profughi la strada del ritorno, quella che non hanno mai potuto percorrere ufficialmente per rientrare in patria; rappresentava il riappropriarsi del luogo di appartenenza, della propria storia.

“Così come la croce era simbolo della sua fede cristiana, la strada per Be’er Sheva era il simbolo della sua massima aspirazione, un cammino che doveva essere percorso, una via spirituale da intraprendere e a cui tutto conduceva.”

Quando questo romanzo fu pubblicato per la prima volta in Inghilterra, nessuno aveva mai sentito parlare di Nakba e mai nessuno scrittore aveva dato voce agli esuli palestinesi del 1948. Oggi, con la traduzione di Stefania Renzetti si ha la possibilità di leggere un libro per comprendere le motivazioni della resistenza del popolo palestinese.

Una lettura di formazione, sicuramente, ma soprattutto di denuncia storica ed è un dovere morale e civile capire e comprendere le ragioni di un popolo, andando oltre la narrazione. Un viaggio nel dolore, ma necessario.

Notevole ed indispensabile la postfazione di Tiffany Vecchietti, nella quale troviamo tutta l’essenza del romanzo e il tratto umano della scrittrice.

“[…] la Palestina ha cessato di esistere, come nome e come paese, e i Palestinesi come nazione. [..]le sillabe di ge-no-ci-dio saltellano male sulla punta della lingua, ma come definire la pulizia etnica, l’annientamento pressochè totale di un popolo che si oppone e resiste all’oppressione, all’espropriazione e all’isolamento? […] e mentre le parole inciampano, sono gli occhi a non lasciarsi ingannare.”

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Sinossi

È il 15 luglio 1948 e in Medio Oriente infuria il conflitto arabo-israeliano. Le truppe delle Forze di Difesa Israeliane occupano la città palestinese di Lidda e iniziano a uccidere o espellere la popolazione araba, causando l’esodo di un numero enorme di persone.

Tra le persone che fuggono c’è la famiglia di Butros Mansour, costretto a scappare insieme a sua moglie di origine inglese e al figlio di dodici anni, Anton. Questa tremenda esperienza segna profondamente il ragazzo, che alla morte del padre è costretto a trasferirsi in Inghilterra. Ma per Anton vivere in Inghilterra equivale a un esilio e nella sua mente prende vita una vera e propria ossessione: riuscire a tornare nella propria terra e unirsi alla resistenza.

Pubblicato nel 1963, “La strada per Be’er Sheva” è stato il primo romanzo occidentale in assoluto a raccontare dal punto di vista palestinese la Nakba, la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste nel 1948 e il conseguente esodo, ma è prima di tutto un racconto emozionante, una vicenda umana scritta con grande maestria da un’autrice perfettamente a suo agio nel padroneggiare una materia che non ha mai smesso di essere scottante.

Titolo: La strada per Be’ee Sheva

Autore: Ethel Mannin

Editore: Agenzia Alcatraz, 2025