CIRCE: il mito NELL’ARTE

CIRCE: il mito NELL’ARTE

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 CIRCE: il mito NELL’ARTE

a cura di Paola Treu

Circe, maga, incantatrice, signora della natura selvaggia  è l’emblema del fascino che da sempre esercita la femminilità.

Figlia del Sole e di Perse,  abitava la luminosa isola di Eea (il promontorio del Circeo), in un grandioso palazzo immerso in una natura lussureggiante, dove tesseva e cantava con voce leggiadra.

La sua è una bellezza insidiosa e il suo fascino insieme alla sua sapienza nel preparare filtri magici la rende capace di operare metamorfosi e di trasformare gli uomini che attrae in esseri di altre specie, specie diverse a seconda della loro psicologia e del loro carattere. Infatti per gli antichi il maggiore attributo di Circe è quello pothnia fyton, cioè di signora delle piante, delle erbe e della vegetazione, che lei sa usare per curare, ma anche per rivelare la vera natura degli umani.

Circe quindi nell’epos greco rappresenta la divina incarnazione dello spirito femminile dominante che prende l’iniziativa, suscitando il desiderio al di fuori dei luoghi istituzionalmente deputati a tal fine e perciò reputata una creatura pericolosa.

Si pone quale simbolo di una femminilità non sottoposta al controllo maschile, di una donna conscia del suo potere seduttivo e per questo capace di esercitarlo, che vive libera e indipendente, non sottomessa ai vincoli coniugali della società civile.

A questo aspetto è probabile alludano le rappresentazioni più antiche del mito che compaiono su alcuni vasi greci, soprattutto a figure nere, diffuse tra la metà del VI e l’inizio del V sec. a.C., in cui Circe compare nuda, senza altri ornamenti se non i capelli sciolti e un cane ai suoi piedi, che si erge, quasi come idolo di una femminilità selvaggia, mentre offre la pozione ai Greci, già parzialmente trasformati in animali diversi.

In queste rappresentazioni arcaiche Circe non è presentata come si raffigurerebbe normalmente una donna, ma nella posa di un Kouros (ragazzo) arcaico, di cui condivide la nudità eroica. Circe non si accorda infatti come la norma del comportamento femminile, ma piuttosto inclina verso il maschile, dal momento che conduce una vita di cui è la sola responsabile.

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Lungo il V secolo a. C., i pittori vascolari greci la rappresenteranno con il vaso e la bacchetta, evidenziando così soprattutto il suo potere di maga, veste con cui conoscerà una grande fortuna soprattutto nel Rinascimento e per tutto il Seicento, ora come maga sapiente, ora come maga–meretrice.

Nel secolo successivo, invece, sui vasi a figure rosse, troviamo un’immagine completamente di Circe.

Qui l’attenzione è spostata su Odisseo che la disarma, mentre la maga perde la centralità originaria ed assume il ruolo della sconfitta.
Questa nuova iconografia ha immediatamente gran successo: nella seconda metà del V sec. troviamo diverse varianti della stessa scena, con Odisseo che aggredisce la dea e lei che fugge gettando a terra la bacchetta e la coppa.

Le immagini si concentrano sul momento in cui Odisseo la sconfigge, sfoderando la spada: Odisseo è aggressivo e minaccioso, Circe sorpresa, spaventata ed umiliata.

In questa rappresentazione si riflette una nuova mentalità, e cioè la restaurazione dell’ordine sociale corretto, con l’uomo che comanda sulla donna.
L’accentuazione, in queste raffigurazioni a figure rosse, dell’aspetto esotico della dea che spesso indossa ora abiti di foggia orientale, accentua lo straniamento di Circe, rappresentata ormai non solo come donna/etera, ma anche come la straniera per eccellenza, una barbara dagli scomposti costumi sessuali.

L’iconografia romana del mito è piuttosto stereotipata: in particolare negli affreschi, di cui conosciamo alcuni esempi da Pompei e dall’Esquilino, il tema dominante è quello della “sottomissione” di Circe, con la dea prostrata e supplicante ai piedi di un minaccioso Ulisse, mentre la magia gioca un ruolo assolutamente secondario, accennata solo dalla fugace presenza degli animali in secondo piano, spesso nascosti dietro una finestra.

Come tutti i miti anche quello di Circe nel corso dei secoli ha subito interpretazioni diverse da parte di letterati, poeti, filosofi, musicisti e artisti che, di volta in volta, hanno trasformato l’ambigua figura della dea–maga in una perfida incantatrice, nella personificazione della seduzione e dell’adescamento erotico, nella dea della reincarnazione, in una prostituta, nella moglie assassina, nell’amante delusa.

Certo, è lei la più illustre antenata delle tante “circi” che hanno popolato la letteratura e l’arte occidentale di tutti i tempi: si pensi a Medea, nel Medioevo la fata Morgana del ciclo arturiano e nel Rinascimento l’Alcina dell’Orlando Furioso.

Il fascino di Circe ha attirato l’attenzione di molti pittori italiani del Cinquecento. In queste rappresentazioni talvolta è il soggetto principale, un’immagine solitaria della dea ammaliatrice, circondata da mansueti animali ed enigmatici oggetti, talvolta è inquadrata nel mito di Ulisse, che, insieme al mito di Ercole, gode in questo periodo di enorme fortuna.

Circe viene presentata in una luce più neutra, o addirittura positiva: quando è sola, sono il mistero e la magia, non intesi necessariamente in senso negativo, il tratto dominante, mentre negli affreschi all’interno del ciclo mitologico il fuoco si sposta sul rapporto con Ulisse, rappresentato talora in termini inusuali e rappresentante una vera e propria allegoria della scelta che l’uomo è chiamato a fare tra il vizio (Circe) e la virtù (Hermes).
Negli affreschi dedicati al ciclo di Ulisse, in cui l’episodio di Circe è parte di una serie più complessa di avventure. Dopo la riscoperta di Omero i cicli iconografici con gli episodi di Ulisse divennero molto famosi nelle corti rinascimentali italiane. Ulisse, come Ercole, ben rappresentava infatti lo spirito rinascimentale, con la sua sete di conoscenze, la sua fiducia nell’uomo, le aspirazioni ideali e morali. I dipinti murali con gli episodi delle avventure di Ulisse eseguiti da Pellegrino Tibaldi per Giovanni Battista Poggi sono tra le prime testimonianze della fortuna dell’eroe omerico nelle arti figurative del Rinascimento.

Nell’affresco di Circe e Ulisse (1550 circa) nella cosiddetta Sala di Polifemo di Palazzo Poggi a Bologna, la dea sia rappresentata piuttosto atletica e non particolarmente preoccupata (a giudicare almeno dalla postura delle gambe), non vi è alcun dubbio su chi vincerà la contesa: l’intero ciclo della stanza è un omaggio alla mascolinità.

La magia come farmacopea è in primo piano a Roma, a Palazzo Ricci Sacchetti (1553-1556), dove l’episodio di Circe e Ulisse decorava la sala delle udienze del Cardinal Giovanni Ricci.

Qui sono rappresentati sincronicamente, sullo sfondo di un idilliaco paesaggio montuoso, due momenti diversi del mito: Mercurio che porge ad Ulisse il moly e l’incontro con Circe, completamente vestita, che sta preparando una pozione in un vaso. Non c’è bacchetta magica, e più che altro sembra di assistere ad uno scontro tra farmacologie diverse: una medicina buona e una più ambigua.
Sorvolando un paio di secoli, mi soffermo su un altro periodo in cui, come nel Cinquecento, il mito di Circe conosce una nuova fortuna e si presta ad un’altra trasformazione.

Alla fine del XIX secolo, in un clima spirituale di grandi cambiamenti sociali e culturali, che vedono gli inizi dell’emancipazione femminile, la nascita della psicoanalisi, l’affermazione dei primi movimenti omosessuali, e la stretta repressiva della morale tradizionale, Circe diventa una femme fatale.

Non più dea, non più nemmeno maga, Circe è soprattutto una seduttrice. Rappresenta un modello di femminilità “disturbante”, molto diffuso (o che si credeva molto diffuso) e sicuramente molto temuto dalla cultura profondamente misogina dell’epoca.

Il tema della seduzione è in primo piano assoluto adesso, la magia è in genere solo uno degli strumenti di questa seduzione, espressione di un’analogia simbolica per cui il “fascino” – malvagio – che lei esercita sugli uomini è magia.

Circe diventerà nell’arte decadentista di fin de siècle di volta in volta una maga malvagia, un demone, o un vampiro, l’amante gelosa di Ovidio diventerà una seduttrice o una prostituta.

La femme fatale è una belva dall’aspetto angelico, bellissima, conturbante, torbida, una vera mangiatrice di uomini. Con la sua capacità di trasformare gli uomini in bestie, Circe incarna perfettamente i pericoli della seduzione e soprattutto le funeste conseguenze dell’attrazione per una femme fatale sugli uomini.

Non di rado, infatti, è raffigurata come una donna bellissima, giovane, sensuale ed apparentemente, ma solo apparentemente, innocua. Pericolosissima è la Circe di Waterhouse (1891), col suo aspetto giovanile e fresco e il gesto imperioso, che attira Ulisse pronta a servirgli la coppa avvelenata e a trasformarlo.

Sullo sfondo, riflesso nello specchio, si vede Ulisse, che esita, spaventato. La superiorità di Circe rispetto al seminascosto eroe è evidente, il trono decorato con leoni e lo specchio circolare dietro di lei accentuano l’impressione della sua invincibilità.

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Agli Anni Novanta appartiene un’altra Circe dello stesso autore, la Circe invidiosa (1892), ispirata all’episodio di Scilla e rappresentata nell’atto di avvelenare il mare. La magia, del resto, è un tema affasciante per Waterhouse, che, tornando in una fase tarda della sua produzione ai temi omerici già prediletti in gioventù, dipingerà tra il 1911 ed il 1914 due schizzi ad olio di Circi pensose e concentrate, quasi intellettuali, sedute ad un tavolino e chine su fogli ed intrugli alchemico-matematici.

Una Circe conturbante, seminuda e biondissima è dipinta da Alice Pike Barney tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

La modella è la stessa figlia Natalie e il soggetto è animato da una grande vitalità e da un’espressione di femminilità inquieta alla ricerca di un’identità diversa.

L’identificazione di Circe come prototipo di femme fatale non è l’unico motivo del suo successo in quest’epoca e l’interesse, molto vivo alla fine dell’Ottocento, per i temi esoterici quali occultismo, spiritismo e fenomeni paranormali, hanno certamente giocato un ruolo decisivo, alimentando una corrente interpretativa minoritaria, ma importante, in cui Circe è rappresentata come una maga, non priva di qualità intellettuali.
Forse in questo senso va dunque interpretata la Circe favolosa, più sognante che cattiva, romantica, di Edward Burne Jones (1863-1869), che rappresenta la maga in attesa di Ulisse, mentre prepara la sua pozione circondata da pantere.

La Circe dei nostri giorni rivive un nuovo percorso femminile e femminista, intenzionalmente inteso a costituire un’ulteriore variante del mito.

Oggi Circe può essere finalmente compresa. Non più dea, né maga, né femme fatale, Circe diventa una donna autonoma, capace di scelte coraggiose e contro corrente, modello di una femminilità indipendente e consapevole, che non ha bisogno, per vivere, di una controparte maschile,
ma che non rifiuta l’amore e la compagnia di chi, come lei, non ha paura di mettersi in gioco.

 

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