Aspasia di Elisabetta Ferri

Aspasia di Elisabetta Ferri

Aspasia

Aspasia di Elisabetta Ferri

Un velo nero è calato e si è posato, lieve come una ragnatela, sulla città. Ha ricoperto come una tenera seconda pelle ogni edificio, ciottolo, ramo d’ulivo, ogni tempio e colonna, si è posato sul mare, sulla terra, sulle persone. Aleggia al di sopra della mia testa, sottraendomi il cielo. I suoni sono ovattati, tutto è grigio e distante. Non mi riferisco alla peste che sta facendo scempio degli Elleni, bensì al mio inconsolabile dolore. Mi mancano le forze e il respiro. Una spada è profondamente conficcata nel petto.

Atene non può capire la mia sofferenza. A dire il vero, Atene non ha mai nemmeno tentato di capirmi. Mi condannò senza appello fin dal giorno del mio arrivo perché ero una straniera, perché non ho mai voluto chinarmi alla morale comune, perché sono sempre stata una donna incapace di tacere e dotata di talento per la politica.

Insegno l’economia domestica alle spose, allo scopo d’aiutarle a emanciparsi, e per questo fui accusata d’empietà e corruzione. Prigionieri della consuetudine, gli ateniesi non accettano la mia natura libera. Tutta invidia, perché anche loro vorrebbero farlo, ma non osano. È più facile screditare chi ha più coraggio di te. La gente, poi, ama i particolari scabrosi e se non ve ne sono se li inventa. Così, anche se ho trascorso vent’anni al suo fianco, io sono ancora la sgualdrina che ha sottratto il marito alla mogliettina perfetta. Gli altri riescono a notare sempre e solo il marcio. Perfino oggi.

Vi ho visto, lì in gruppo, in disparte. Ho udito le vostre chiacchiere, per quanto sussurrate, e ho sentito i vostri sguardi accusatori indugiare su di me. Almeno adesso, datemi tregua, ve ne prego. Non dite che piango solo perché non potrò più permettermi di fare la bella vita. Abbiate un po’ di decenza, lasciatemi in pace finché non si spegnerà questa pira, finché il fuoco non avrà… Non riesco nemmeno a formulare il pensiero. Sollevo gli occhi gonfi, ricolmi di amare lacrime, sulle fiamme che si pascono della sua carne, o meglio, di quel che la peste ha risparmiato.

Il mio caro, amato Pericle! Il nero morbo me l’ha portato via, in quel modo così straziante. Sebbene mi sia prodigata con ogni mezzo, giorno e notte, senza mai darmi tregua, il mio sapere non è servito a salvarlo.

Non ho mai neppure potuto dargli una carezza per confortarlo, lui non mi permetteva di farlo perché temeva di contagiarmi. Mi lasciò solo la raccomandazione di trovarmi al più presto un nuovo protettore e mi fece il nome di Lisicle, un uomo che stava diventando un personaggio di spicco. Secondo lui, sarebbe potuto essere un buon compagno.

Chinai il capo. Pericle aveva ragione: una volta rimasta sola, i nostri nemici non mi avrebbero dato alcuna tregua e un’etera come me, da vedova, è spacciata. Se avessero saputo del suo piano e della mia muta accettazione, i nostri delatori avrebbero scoperto che in realtà ero una compagna più tradizionale di quanto avrebbero mai potuto immaginare.

Adesso, però, non voglio pensare al futuro, voglio solo piangere il mio amore perduto.

Domani rialzerò la testa e sarò di nuovo Aspasia.

 

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