Marija Gimbutas – la Dea e la società matrifocale
articolo di Francesca Re
A Vilnus, in Lituana, nasceva 101 anni fa Marija Gimbutas, una donna che non può essere definita soltanto un’archeologa, una professoressa,una specialista dell’età del bronzo e del folklore, ma una vera e propria rivoluzionaria, colei che cambiò la prospettiva storica quando la storia sembrava già scritta.
Ancora una volta la voce di una donna in grado di tessere attraverso discipline come la linguistica,la mitologia, il folclore, l’etnologia,l’archeologia, un arazzo unico chiamato ARCHEOMITOLOGIA.
Attraverso i suoi studi incentrati in Europa dal Neolitico all’Età del Bronzo riuscì a portare alla luce una civiltà basata sulla visione sacra del femminile. La Dea dunque al centro di una società matrifocale, riscoperta intrecciando reperti e simbolismi che ci parlano di universo percepito come il corpo stesso della Dea.
Tutto ciò che esisteva era Dea, ogni creatura, elemento, ogni ciclo e stagione era sacro. Una Dea cosmogonica che racchiudeva in se l’intero universo naturale e ne era contemporaneamente anche moto di creazione-morte e rigenerazione.
Marija Gimbutas ci parla di una civiltà che si basa e si sviluppa su leggi naturali, che si sforza di comprendere lo spettacolo misterioso della creazione, attraverso i simboli che sono giunti fino a noi.
Dunque una civiltà molto lontana da quella studiata nei libri di scuola e fatta di popoli invasi ed invasori, di donne e uomini della preistoria dediti soltanto alla sopravvivenza ed incapaci di emozionarsi per la vita che inizia e finisce, di percepire come sacro tutto ciò che si trova attorno a loro. Attraverso le sue scoperte e l’analisi di oggetti e pitture in varie parti d’Europa,Marija Gimbutas traccia un repertorio di elementi figurativi che forniscono delle chiavi di accesso per interpretare un epoca ancora poco conosciuta.
Un pensiero pioneristico, innovativo e che urla trasformazione il suo, che attraverso lo studio del passato grida forte al nostro presente, spiegandoci che è possibile una cultura di pace, che vibra secondo le leggi naturali e che riconosce e accetta come sacri tutti i momenti di della vita.
Cambiare la visione del passato, utilizzando una nuova lente per studiarlo, è una spinta verso il riconoscimento delle possibilità presenti e future.
Una società esemplare alla quale si dovrebbe guardare con ammirazione e dalla quale prendere esempio per costruire una civiltà migliore, meno incentrata sul possesso, lo sfruttamento e l’occupazione, ma più sulla pace e il sostegno reciproco e che riconosce nelle proprie radici la base su cui crescere e svilupparsi.
Nel mio piccolo ho un ricordo amaro da condividere riguardo questa grande donna, risale a circa 15 anni fa.
Mi recai presso delle domus de janas in Sardegna, in occasione di una visita guidata con esponenti di spicco dell’archeologia isolana. Ricordo che con grande entusiasmo ponevo continue domande riguardo alcuni petroglifi dalle forme spiraleggianti e altri con motivi a Chevron, facendo riferimento ai simbolismi identificati da Marija Gimbutas.
Venni zittita e liquidata velocemente con la scusa che l’archeologia ufficiale diceva altro.
Fermo restando che chiunque dovrebbe essere libero di esprimere il proprio parere, in un istante mi fu chiara la difficoltà di farsi spazio all’interno del “pensiero ufficiale”. Ciò che è sempre stato accettato come giusto a priori difficilmente lascia spazio a nuove interpretazioni, seppur confutate con argomentazioni e prove valide, questa rigidità è un limite che non lascia osservare oltre l’orizzonte.
All’epoca non ebbi la forza di controbattere, oggi mi sentirei in dovere di farlo .







