La lezione di Enea – di Andrea Marcolongo

La lezione di Enea – di Andrea Marcolongo

La lezione di Enea – di Andrea Marcolongo

Voce alle donne

recensione di Emma Fenu

lezione Enea

La lezione di Enea, della scrittrice e giornalista Andrea Marcolongo, è un saggio edito da Laterza nel 2020.

Vi starete chiedendo perchè nella rubrica intotolata Voce alle donne si disquisisca di Enea. Il saggio di Andrea Marcolongo, infatti, non è una romanzo con una attualizzazione del mito e una voce narrante al femminile, come altri che ho in precedenta recensito, solo alcuni fra i molto che caratterizzano la letterattura contemporanea.

Eppure nel raccontare la storia di Enea e i pregiudizi che accompagnano l’eroe, perchè i pregiudizi colpiscono anche gli uomini, nel spiegare cosa si intenda per Fato e pietas e nello svelare la lezione del principe troiano, figlio di Venere e Anchise, sposo di Creusa e genero di Priamo, che darà origine Roma, non si può sorvolare sulla voce di Didone.

Procediamo per gradi.

Enea, al cospetto di Achille, Ettore e Ulisse, appare meno eroico e spendente, capace solo di seguire un destino che lo sbatte come i caponi in mano a Renzo Tramaglino di ritorno dall’incontro con Azzeccagarbugli.

Il suo epiteto è pio, non certo piè veloce. E piange e soffre, perchè è non solo un condottiero, un vincente, un viaggiatore e un amante, ma anche un perdente predistinato.

 

Eppure Enea è colui che dopo la distruzione di tutto, scappando da Troia, la sua “casa”, in fiamma, non si ferma, continua, si rialza. E dove c’è distruzione, lui ricostruisce; dove c’era un prima e non c’è ancora un dopo, lui non si ferma, anche se non sa esattamente dove andare e come fare.

Vero, esiste un Fato (Fata, al plurale, come è usato nel testo di Virgilio) ma l’uomo resta faber ipsius fortunae: deve fondare un impero per necessità, ma il come e il quando lo deve decidere, valutare, affrontare. Senza inutili sprechi di energia nell’opporsi a quanto già scritto.

Quanto alla pietas, non è nè devozione nè cartita, ma senso del dovere. Enea fa, cerca di dare il suo meglio, e se sbaglia si rialza e prosegue.

Diciamolo, Enea sembra ricordarci Roger Federer descritto da Curzio Maltese.

“… il più poetico, il più grande d’ogni tempo e d’ogni sport, «più di Michael Jordan, Muhammad Ali o Maradona» (parola di David Foster Wallace), il più bello e bravo e buono ed elegante e onesto.

Quello che mai uno scatto d’ira, mai una polemica o un capriccio, mai un versaccio o una sbuffo da bisonte alla battuta.

Quello che è ambasciatore dell’Unicef e ha sempre un pensiero e un’opera buona per terremotati, vittime di tsunami e bambini abbandonati.

Quello adorato dalle donne, ma rigorosamente monogamo e padre di famiglia.

Quello tanto cattolico e troppo ecumenico, che piace alle nonne perché è un vero signore e alle teenagers perché è tanto fico, al Papa e a Obama, a destra e a sinistra, a Nord e a Sud, tanto viene dalla Svizzera, che è neutrale.”

Però con Didone è un maschio insensibile, che conduce la regina al suicidio.

E no, mi spiace. Ha sempre onestamente detto di voler andar via da Cartagine, non si è sporcato il promesse illusorie, non ha taciuto rimpianti per la vita che aveva, non ha nascosto il suo obiettivo.

Ed è qui che posso reiterare il mio slogan.

Voce alle donne, dunque. E finalmente.

Didone non si uccide per la perdita del suo amore, ma per quella di se stessa.

Regina eppur donna, convinta di dover esistere in funzione di un uomo come moglie, concubina, compagna, sostegno.

Dietroun grande uomo c’è sempre una grande donna, si dice. Ma che succede se lui si sposta e non resta che l’orizzonte delle possibilità?

Che succede se tutto hai dato fino ad annullarti?

Ed è per questo che Didone, non violata, diventa l’immagine di tutte le violate.

Di tutte le donne le Medea, Circe, Arianna, Nausicaa.

Di tutte le donne che oggi cercano di rialzarsi da una relazione tossica, cercano la stima negli occhi di un narcisista, la fuga dalle braccia di un violento.

Non ha colpa, Didone. Ha respomsabilità: e ci insegna a essere libere, a bastare noi stesse, a non sentirci incomplete, a saper rinascere da noi. Noi, madri, dee, sibille e sacerdotesse. Noi, ventri di luna piena.

La lezione di Enea di Andrea Marcolongo è un testo interessante, originale, con riferimenti culturali e storici ineccepibili. Riconosciamoli l’unica pecca di essere un po’ ridonandante, giusto per non essere vittima della maledizione di perfezione piatta che ingiustamente, talvolta, perseguitò Enea.

Link d’acquisto

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Sinossi

 

Vi siete mai chiesti perché, pur avendo dovuto tutti leggere l’Eneide a scuola, fatichiamo a ricordare qualcosa che non sia la fuga da Troia o la grande storia d’amore tragico con Didone?

Perché abbiamo così facilmente dimenticato gli epici racconti sulle mitiche origini di Roma e del suo impero?

Forse perché i versi del poema di Virgilio non sono adatti ai momenti in cui le cose filano lisce e allora si va in cerca di avventura nella letteratura.

Il canto di Enea è destinato al momento in cui si sperimenta l’urgenza di raccapezzarsi in un dopo che stordisce per quanto è diverso dal prima in cui si è sempre vissuto.

Enea è l’eroe che vaga nel mondo portandosi sulle spalle anziani e bambini.

È colui che viaggia su una nave senza nocchiero alla ricerca di un nuovo inizio, di una terra promessa in cui ricominciare.

È l’uomo sconfitto, colui che non ha più niente tranne la capacità di resistere e di sperare.

Un personaggio quanto mai attuale.

Titolo: La lezione di Enea
Autore: Andrea Marcolongo
Edizione: Laterza, 2020

 

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