LA MUSICA dell’Olocausto – giorno della memoria

LA MUSICA dell’Olocausto – giorno della memoria

LA MUSICA dell’Olocausto

Rubrica di Musica Classica
a cura di GIANNA FERRO

musica olocausto

 

Esiste una musica dell’Olocausto: è stata composta nei ghetti, nei campi di concentramento, tra i rifugiati o in clandestinità.

Racconta il dolore, la rabbia e anche la speranza di chi ha subìto persecuzioni politiche e persecuzioni razziali nella Germania nazista e negli altri Paesi europei tra il 1933 e il 1945.

Il 27 Gennaio ricorre il Giorno della Memoria e con questo articolo voglio ricordare donne e uomini che vissero, per quanto gli fu concesso, il campo di concentramento con coraggio e dignità: artisti alla mercè dell’umana idiozia, coscienti che quelle composizioni sarebbero state la loro opera ultima.

È la Musica, classica, sinfonica, lirica, jazz, leggera, composta quasi tutta clandestinamente da irriducibili musicisti internati che, prima di scomparire nei lager tra atroci sofferenze, ebbero la forza di dare vita a sinfonie struggenti di rara bellezza.

La maggior parte dei musicisti dei Paesi dell’Est erano ebrei, interpreti e compositori, e sotto il nazismo chi non riuscì a scappare in Israele o in America finì nei campi di concentramento, molti erano talenti straordinari.

La musica che doveva essere armonia del mondo si trasforma nel suo contrario: divenne contraddizione, complessità, disarmonia nel cuore di un’epoca. E, ultimo paradosso, si trovò invischiata, come strumento, nell’inferno dei lager, anzi, divenne parte integrante della loro organizzazione.

Ma anche in quella realtà la musica ebbe una funzione considerevole, sia col canto che con gli strumenti: marce, canzonette, musica ebraica, opere “proibite”.
La vita in questi luoghi di morte era piena di suono.

Il “ghetto-modello” di Theresienstadt, o ghetto di Terezín, fu un campo di concentramento ipocritamente e perversamente “agevolato”.

Nelle intenzioni propagandistiche dei nazisti esso doveva presentarsi al mondo come una accogliente cittadina, in cui ebrei di tutte le nazionalità conducevano una vita artistica normale e vitale.
Parzialmente amministrata da un consiglio ebraico, la sua struttura presentava una Organizzazione per il tempo libero (Freizeitgestaltung) nell’ambito della quale avevano luogo teatro e seminari di studio, opere, cicli di conferenze e concerti di musica da camera, esibizioni di orchestre, corali, di complesso jazz e persino cabaret.
Rimase in funzione dal febbraio 1942 all’ottobre 1944.
Peccato che Theresienstadt fosse l’anticamera di Auschwitz o di Mathausen sia per i compositori, sia per i musicisti, sia per gli ascoltatori.
Nel campo di Terezín vennero rinchiusi gli “ebrei eccellenti”: militari pluridecorati, ma soprattutto artisti, attori, pittori, scrittori e tanti musicisti.
Impressionante il numero dei concerti e degli allestimenti operistici, reso possibile dalla presenza di pianisti, direttori d’orchestra, orchestre e compositori.
Tra questi voglio ricordarne alcuni.

Gli artisti dell’Olocausto: la musica come desiderio di  libertà

VIKTOR ULLMANN (1898 – 18 Ottobre1944) di origine ceca, ma ebreo assimilato tedesco, che proprio qui compose la prima opera per il campo, su testo del poeta Peter Kien, “L’imperatore di Atlandide” (1943-1944).
“In nessun modo ci siamo seduti a piangere sulle rive dei fiumi di Babilonia”, scriveva il compositore, internato nella città-lager di Theresienstadt.

Durante gli ultimi giorni di prigionia, Ullmann compose il melologo con accompagnamento pianistico, su testo di Rainer Maria Rilke, “Il canto di amore e di morte dell’Alfiere Christoph Rilke”. Due mesi più tardi, Ullmann finirà nelle camere a gas di Birkenau.

Ascolto – Viktor Ullmann -Drei juddische Lieder, op. 53

Una composizione molto amata dai carcerieri di Theresienstadt era il Requiem di Verdi, ma tragicamente il coro di centocinquanta persone, all’indomani dell’esecuzione del 6 settembre 1943, venne spedito ad Auschwitz, seguito un mese dopo da un secondo coro, mentre un terzo (sessanta persone), faticosamente messo insieme dal direttore d’orchestra Schächter, riescì a raggiungere il traguardo di quindici repliche.

A Buchenwald gli ufficiali delle SS costringevano gruppi di detenuti a cantare in coro per coprire il rumore delle fucilazioni in massa di prigionieri russi.

In altri, grazie a strumenti recuperati e riparati, si formarono delle vere e proprie orchestre, la cui esistenza è accertata in almeno ventuno campi importanti, tra cui Auschwitz , Birkenau, Dachau, Mauthausen, Sachsenhausen, e la cui funzione era tra le più varie: scortare i lavoratori a ritmo di marcia, rallegrare l’intervallo della domenica pomeriggio, festeggiare il compleanno dei comandanti del campo.

“Nella loro musica il dolore si fa colore.”

La musica, durante l’olocausto,  prima che esperienza spirituale, rientrava nella lotta per la sopravvivenza. Così molti orchestrali speravano di evitare di far parte del successivo contingente di condannati a morte.

CARLO SIGMUND TAUBE (1897 – 11 ottobre 1944) pianista, compositore e direttore d’orchestra di origine galiziana che aveva studiato a Vienna con Busoni.
Imprigionato con moglie e figlio a Terezín nel 1942, fu successivamente deportato ad Auschwitz. L’unica composizione di Taube ad essere sopravvissuta Ein Jüdisches Kind (Un bambino ebreo, 1942), è una commovente canzone in cui i genitori esprimono l’amore per il proprio bambino a cui non sono in grado di assicurare una casa.

“Tu sei un bambino come tutti gli altri
che vivono sulla nostra terra,
come tutti i tuoi fratelli e sorelle,
ma tuttavia tu hai un destino diverso:
tu sei un bambino senza casa,
tu sei uno straniero dovunque
finché queste parole saranno le tue:
senza casa, il tuo cuore è ovunque.”

CARLO SIGMUND TAUBE

La mancanza di casa, della patria, il senso di straniamento, lo Heimat (Patria), erano i motivi ricorrenti di queste dolenti canzoni.

KAREL SVENK attore, scrittore, cantautore ceco nato nel 1917 a Praga e deceduto il 1 aprile  1945. Frequentò le avanguardie artistiche della prima metà del ‘900 in Cecoslovacchia e fu uno dei primi ad essere deportato a Terezín il 24 novembre 1941. Nel campo egli riuscì a coagulare intorno a sé altri artisti dando origine ad una delle attività culturali,che si svolsero, nonostante tutto, in questo lager.
Non bisogna dimenticare infatti che Terezín, nelle intenzioni propagandistiche dei nazisti, doveva essere presentato al mondo come un campo di raccolta di ebrei provenienti da diverse nazioni, e quindi furono sollecitate in esso diverse manifestazioni culturali, come abbiamo visto prima, permettendo anche agli artisti in esso convenuti/deportati di comporre musica, organizzare spettacoli teatrali per bambini : artisti e bambini che poi venivano regolarmente avviati ad altre località adibite esplicitamente a campi di sterminio come Aushwitz.
Anche Svenk morì in un carro bestiame, mentre veniva portato a Mathausen.
Di questo autore ricordiamo la “Marcia di Terezín”, che fu l’Inno segreto dei deportati in questa località: un Inno sostanzialmente ottimistico in cui si esprimeva il dolore del presente, ma anche la speranza purtroppo vana, come abbiamo visto, nel futuro.

“Tutto passa, se lo vogliamo,
uniti ci aiuteremo l’un l’altro.
A dispetto dei tempi crudeli
sono briosi i nostri cuori.
Ogni giorno procediamo insieme,
avanti e indietro,
e scriviamo lettere solo con trenta parole.
Ehi! Domani la vita ricomincia,
e con essa si avvicina il tempo
in cui rifaremo i nostri zaini
e ritorneremo a casa.
Tutto passa, se lo vogliamo,
uniti ci aiuteremo l’un l’altro
e rideremo sulle rovine del ghetto.”

KAREL SVENK

Ascolto – Karel Svenk-Terezìn March – Gabriele Coen

ADOLF STRAUSS (1902-1944) ebreo cecoslovacco trasferito ad Auschwitz dove fu eliminato scrisse “Io so per certo che ti rivedrò ancora!”, una canzone su versi di Ludwig Hift (1899 – 1981), ebreo austriaco, funzionario di banca a Vienna, che fu rinchiuso a Theresienstadt, ma che scampò all’Olocausto.

È un Lied pieno di speranza nel futuro, in cui l’amore vincerà sul destino iniquo “che ci tiene lontani”, un futuro in cui “ seppelliremo il passato, e lo dimenticheremo, nessuna ombra oscurerà la luce del sole; chi potrà misurare la nostra felicità? E per sempre ti resterò accanto.”

ILSE WEBER una donna meravigliosa e coraggiosa, una scrittrice, poetessa, musicista, un’ebrea di lingua tedesca, che assieme al marito e al figlio più piccolo Tomás, nel febbraio del ’42, venne deportata a Terezin (Theresienstadt) “il ghetto modello” da cui partivano i trasporti per Auschwitz, dove gli ebrei venivano sterminati.

Fu rinchiusa nel ghetto di Praga; riuscì a mettere in salvo il suo primogenito Hanus mandandolo da amici in Svezia attraverso un “kindertransport”.
A Terezin Ilse fece l’infermiera “nell’ospedale” dei bambini, creando per loro e per gli altri prigionieri poesie e canzoni che accompagnava suonando il liuto e la chitarra.
Ai primi di ottobre del ’44, un gruppo di internati del campo di concentramento di Terezin ricevette l’ordine di salire su un convoglio destinato ad Auschwitz. Fra questi vi era anche Ilse Weber, che partì con il figlio e quindici bambini malati, dei quali si prendeva cura giorno e notte.
Una volta giunti a destinazione Ilse, il figlio e i “suoi bambini”, furono subito mandati alle camere a gas.
La canzone che cantò insieme a suo figlio e agli altri bambini quel 6 ottobre 1944 entrando nelle docce di Auschwitz fu una sua Ninna nanna: “Wiegala”.

Da quel giorno, questa Ninna Nanna fu cantata da altri bambini prima di entrare nelle camere a gas di Auschwitz e rimase nella memoria dei sopravvissuti all’Olocausto come simbolo del massacro degli innocenti.

Ilse scrisse circa 60 poesie-canzoni- ninne nanne, durante la sua permanenza a Terezin, e per alcune di queste ha scritto anche la musica. Quegli scritti sono ora diventati patrimonio comune dell’umanità.

Ascolto – La Ninna Nanna di Auschwitz di Ilse

“Io vado errando per Theresienstadt, col cuore pesante come piombo.
Fino a quando il mio cammino si interrompe.
Proprio ai piedi del bastione.
Là rimango nei pressi del ponte. E guardo verso la vallata:
vorrei tanto andare lontano, e ritornare a casa mia! Casa mia!
Che meravigliosa parola, che tanto mi pesa sul cuore.
La casa, me l’hanno tolta e ormai non ne ho più nessuna.
Io vado errando rassegnata e triste, oh, quanto tutto questo mi pesa:
Theresienstadt, Theresienstadt
quando il nostro soffrire terminerà, quando riavremo la libertà?”

ILSE WEBER

EVA MARIA LEVY, figlia di Edgardo Levy e Egle Segre, nata a Verona il 13 settembre del 1921, aveva solo 22 anni quando fu arrestata con la madre e il fratello Enzo il 12 novembre del 1943.
Tutto ha inizio negli anni Trenta da un liutaio di Torino, quando si presentò un signore in cerca di un violino per la figlia. La scelta cadde sull’oggetto più bello presente in bottega e subito, a casa, Eva Maria Levy lo provò suonando “Il cigno” di Saint-Saëns.
Si esercitava con suo fratello Enzo e sarebbe potuta iniziare la carriera di violista.
Ma, nel 1938, quando Eva aveva 17 anni, vennero promulgate le leggi “a difesa della razza”.
Per gli ebrei più niente fu come prima: niente scuola, né esercitare la professione di medico, insegnante, avvocato, ferroviere, musicista…I Levy, come tanti, andarono via da Torino con la speranza di raggiungere Londra attraverso la Svizzera.
Nel novembre del ’43 vennero scoperti dai nazisti e portati in carcere a San Vittore.
Il padre venne salvato dal capostazione di Tradate che lo fece salire su un altro treno, evitandogli la deportazione.
Il resto della famiglia, invece, finì nel carcere milanese fino al dicembre del ’43 quando furono costretti, alla stazione centrale di Milano, a salire sul primo convoglio del Binario 21 diretto al campo di concentramento di Auschwitz.
Eva aveva con sé il violino.
Una volta arrivati ad Auschwitz, la madre venne esaminata ed “eliminata” subito. Mentre i ragazzi furono smistati: Enzo a Monowitz, nella sezione dei lavoratori, coloro che avevano a che fare con la lavorazione della gomma; mentre Eva, visto che suonava il violino, venne reclutata per comporre l’Orchestrina femminile di Birkenau, e proprio per questo si dice fosse scampata alla camera a gas.
Quando riuscirono a mettersi in contatto, Enzo le fece arrivare su un pezzo di carta il disegno di un rigo musicale con una breve melodia e una scritta “Der Musik macht frei” – La musica libera.
Eva Maria lo incollò all’interno della cassa armonica del suo strumento con sopra incisa una stella di Davide.
Il violino, un giorno, si ruppe ed Eva Maria venne rimandata con le detenute comuni.
Le condizioni di vita aberranti del campo e senza più la sua musica Eva si lasciò morire, il suo cadavere venne bruciato nei forni.
Alcune fonti raccontano che Enzo, suo fratello, l’unico della famiglia scampato al massacro, recuperò il violino alla liberazione del campo nel 1945.
Appena ne fu in grado lo portò da un liutaio perché lo restaurasse. Ma anche per lui il destino era già segnato, perché si tolse la vita nel 1958.
Il violino venne venduto e rimase nell’oblìo fino al 2004 quando un collezionista di strumenti musicali, l’ing. Carlo Alberto Carutti, lo trova in un negozio di antiquariatoa Torino.
Il suo suono è reso più intenso e struggente dalla sua storia: con la stella di Davide, con quel biglietto ancora nella cassa armonica, quel pentagramma, quella frase musicale a “canone inverso” e quel numero di matricola, 168007, che Enzo Levy portava sul braccio.
Ora, dopo essere stato restituito al mondo, suonerà perché nessuno dimentichi più la sua storia.

Il “Violino della Shoah” è giunto davanti ai cancelli di Auschwitz, dove la violinista Alessandra Romano ha suonato il “Nigun”, cioè la Preghiera Ebraica del mattino.

“Un nuovo mattino per una nuova umanità.”

Ascolto -Il violino della Shoah a Birkenau – Schindler’s List Theme

I compositori nominati andrebbero studiati non per umana pietas, perchè non si tratta solo di sventurati accomunati da un destino tragico e orribile, e come tali da ascoltare con compassione e commozione, nella maggior parte dei casi, sono straordinari e valenti compositori, degni di essere avvicinati ai più grandi musicisti del XX secolo, e quindi da studiare nella loro complessità, nel loro contesto storico e culturale. Le loro opere sono una sorta di testamento spirituale ed artistico a compimento della loro vita.

È necessario che la storiografia e la musicologia non contribuiscano, senza volerlo, a farli dimenticare più di quanto l’Olocausto non abbia voluto; ma il loro ricordo e la loro rinascita passi attraverso l’attualizzazione e la riscoperta delle loro opere e della loro musica.

“Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa “…scritta ritrovata su un muro di Auschwitz

Ascolto -Gam-Gam-Gam Ki Elekh

Il canto è stato scritto da ELIE BOTBOL e riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23.

“Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male,
perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.”

La produzione musicale nei campi di concentramento fu copiosa; la musica era l’unica via di fuga dall’abbrutimento del quotidiano ed è un miracolo che parte di quel repertorio sia sopravvissuto, per il quale l’oralità è spesso il solo mezzo di trasmissione.

 

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