Volti nell’acqua di Janet Frame

Recensione di Francesca Re

volti acqua

 

Volti nell’acqua è un libro scritto da Janet Frame e pubblicato da Neri Pozza nel 2013.

Di cosa tratta Volti nell’acqua?

Questo libro viene definito una biografia: trovo questa definizione limitante.

Janet Frame, con il nome simbolico di Istina Mavet (Istina significa verità in serbocroato e Mavet morte in ebraico), non vuole solamente raccontare gli anni devastanti trascorsi all’interno di diversi istituti psichiatrici, ma da voce ad un flusso di pensieri che travolge il lettore come un fiume in piena e lo lascia nella disperazione più totale a lottare contro i flutti con i polmoni pieni d’acqua, affannandosi alla disperata ricerca della salvezza.

Otto anni di vita, dentro e fuori i muri dell’istituto psichiatrico, svuotata da oltre duecento elettroschok:
-Ogni volta era come morire-
E tutto questo si ripeteva in continuazione secondo un codice di terrore a sorpresa:

-Niente colazione per te oggi Istina – ,e giù nel baratro più assoluto; in attesa del momento in cui ci si doveva svuotare per non farla nel lettino, ad osservare quella in fila prima di lei e vedendola poi sdraiata e priva di sensi nel letto accanto. Il gioco del terrore per il loro bene, per farli guarire, perché dovevano stare dentro le regole, omologati o lobotomizzati, non c’era alternativa; solo un’angosciante, intollerabile orrore. “Il trattamento di elettroschok ti lascia sola e cieca, in un vuoto dell’essere con dentro un dolore al quale non sai dare un nome.”

In Volti nell’acqua bambini, anziani,criminali,  vittime, ogni forma di disturbo o sofferenza venivamo buttato dentro i grandi stanzoni, a ripercorrere giorno dopo giorno lo stesso schema, fra feci e sudiciume, dormitori comuni e isolamento.

Uno straziante grido di dolore lungo 253 pagine, una vita spezzata dal personale addetto solo al contenimento, da lezioni crudeli impartite per piegare ed insegnare la condiscendenza.

Crudeltà, sadismo , camicioni luridi, nessun indumento intimo, freddo e paura. Istina ci vomita tutto addosso senza usare eufemismi e soltanto in seguito l’autrice ci dirà di aver ammorbidito i fatti, cosa che pare quasi impossibile.
Pazienti umiliati, lacerati, costretti a regredire allo stato infantile, usati come cavie e trofei da esporre nelle giornate a tema,costretti con minacce persino a danzare e divertirsi, morti costretti a vivere ancora.

Una fabbrica dell’orrore che sposta pezzi di carne da un reparto all’altro a seconda del livello di gravità, non sono tollerate emozioni, solo un alto livello di passività o il cervello verrà attraversato da una scarica di corrente alternata in modo da placare ogni istinto e spesso ogni memoria.

Istina viene sottoposta anche alla terapia del coma insulinico che devastava in corpo, provocando gravi danni celebrali o addirittura la morte.
Si salva dalla lobotomia soltanto per un puro caso: un medico viene a conoscenza di un premio letterario vinto dalla paziente, un talento che fino ad un istante prima veniva considerato follia la fa passare dalla categoria dei pazzi a quella degli artisti.

“Da schizofrenica a creatrice di associazioni insolite e salti dell’immaginazione, accompagnata da un’inettitudine sociale e tendenza ad evitare le conversazioni banali”

ci dice nella bellissima prefazione Hilary Mantel.

“Mi rinchiusero in ospedale perché si era aperto un grande squarcio nel buco di ghiaccio fra me e gli altri che guardavo allontanarsi alla deriva”.

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Sinossi

“Ancor più di Virginia Woolf, Janet Frame è prigioniera della sua biografia”

scrive Hilary Mantel nell’introduzione a questo volume. La grande scrittrice neozelandese trascorse otto anni della sua vita in vari ospedali psichiatrici e fu sottoposta a più di duecento elettroshock “ognuno pari per intensità di paura a un’esecuzione capitale”.

La sua intera opera è attraversata da cima a fondo dal ricordo di questo doloroso capitolo della sua esistenza, come ampiamente mostra Un angelo alla mia tavola, l’autobiografia che le ha dato la fama e che fu oggetto di una memorabile trasposizione cinematografica di Jane Campion.

Il libro, tuttavia, in cui la sua esperienza ospedaliera viene restituita nella maniera più cruda e, nello stesso tempo, poetica è certamente Volti nell’acqua benché Janet Frame abbia scritto di avervi ammorbidito la verità, temendo che altrimenti non le avrebbero creduto.

Istina Mavet è il personaggio principale dell’opera che, come ha scritto l’autrice, non è la semplice rappresentazione di se stessa, ma qualcosa di più.

Hilary Mantel ricorda come Istina significhi verità in serbocroato e Mavet morte in ebraico. Istina Mavet è la vittima e, insieme, la testimone di una reclusione in cui è in questione tutto tranne che la cura.

L’ospedale dove resta più a lungo ospita pazienti di ogni età e patologia, i medici non si fanno vedere mai e le infermiere hanno il solo compito, non immune da un certo sadismo, di controllare i pazienti.

Titolo: Volti nell’acqua
Autore: Janet Frame
Edizione: Neri Pozza, 2013