Semper vivum – di Arianna Patelli
recensione di Loriana Lucciarini
È stata una bella sorpresa Arianna Patelli: lei, autrice self, mi ha offerto con Semper vivum una lettura intensa e struggente che mi ha stupito per la qualità letteraria.
Di cosa tratta Semper vivum?
Semper vivum è un’ottima opera prima che nulla ha da invidiare alle titolate case editrici tradizionali e che dà un peso di qualità e maggiore lustro alla categoria self. La Patelli si muove sicura, gestendo uno stile elegante, colmo di suggestioni e note poetiche, senza le ingenuità tipiche degli autori in prima pubblicazione.
La sua è una penna sensibile e già matura, con personalità ben definita, capace di passaggi di intenso lirismo e di un’analisi netta e dettagliata degli stati d’animo emozionali. La struttura narrativa è solida e interessante così come l’approfondimento dei personaggi.
La storia affronta temi importanti che meritavano rispetto nella trattazione e Arianna Patelli ha saputo realizzare un romanzo che si muove lieve sulle paludi del dolore, una storia pregna, capace di entrarti dentro, di qualità letteraria indiscussa, che invito a leggere.
Ho letto una storia fragile, fatta di carta velina, ma tenace come le radici, solida e bellissima.
L’ho centellinata, piano, come si gusta una cosa buona. Prima in punta di cucchiaino, per assaporarne il gusto immediato. Poi facendola scivolare ai lati, per coglierne gli aromi. E, infine, con l’assaggio di gola, quello pieno, completo, finale.
Ho letto piano Semper vivum di Arianna Patelli, con rispetto.
Perché queste storie non vanno fagocitate, né lette di fretta, ché si sciupano e una storia così va gustata piano.
Mi sono lasciata condurre, docile.
Perché in una storia così, bisogna avere il coraggio di affidarsi, così ho preso la mano dell’autrice – una esordiente piena di talento e dalla penna colma di poesia – e mi sono affidata, anche se non sapevo dove sarei andata, in che scenari mi sarei mossa, su quali terreni avrei lasciato l’impronta. Dunque l’ho fatto, anche se intuivo già in quali maree mi sarei immersa, perché questa storia si porta il destino appiccicato sul nascere, come un intento esplicitato.
Tuttavia, non ne ho avuto paura.
Infine, mi sono tuffata e ho notato in acque intime, profonde, agitate, sconosciute.
Erano acque di esistenza.
Di anime in pena.
Di mareggiate di oblio e di tempeste.
Di onde alte di dolore e rimpianto. Di abbandoni, di dimenticanze. Di morti e di memoria.
Di passato, e di presente schiacciato dal passato.
Di fiori nascosti tra le pagine di libri e di simboli di infinito che ci raccontano di chi non c’è più.
Di zattere tenute insieme dai “se” che vorrebbero essere appigli e che, invece, appena cambia il vento diventano zavorre.
Ho camminato dentro un cuore trasparente, tanto sottile da non riuscire più a reggere il peso della vita. Un cuore fatto di frammenti, che si porta addosso la paura. E quando ho pensato di non riuscire neanche più io a sostenere tale fardello, ecco che a salvarmi è arrivata la poesia.
La poesia come balsamo per le crepe, capace di fermarne il lento estendersi e impedire loro di erodere certezze e mandare in frantumi la vita intera.
La poesia come balsamo e colla, utile a tenere ancora tutto insieme, nonostante si stia implodendo.
La poesia, salvifica.
Sì, in questa storia ci si salva.
Ci si salva grazie alla poesia e all’amore. Ci si salva in un luogo protetto, luogo dell’anima, un piccolo antro polveroso con scaffali di libri, poltrone, musica, versi, parole e tazze di tè.
Ci si salva grazie a cartoline e stelle luminose attaccate al soffitto, a segnare la persa via.
Ci si salva grazie a una donna che sa tenere insieme tutti i fili di cuori sparsi, per tessere filato di famiglia.
Ci si salva grazie ai ricordi che si imparano a custodire come doni preziosi, anche nello scatto di una fotografia. Ci si salva anche di fronte all’oblio.
Ci si salva per l’importanza del restare, a volte rimarcato come promessa, a volte come pegno di affetto, in alcuni casi faticoso come un dovere, qualche volta ruvido come una condanna.
Ci si salva grazie a scatole di fiammiferi che illuminano il buio ogni volta che c’è, permettendoci di fare un passo avanti, un piccolo avanzamento. E ogni passo, così come nella vita e nel ciclo naturale delle cose, ci porta a nuovo tempo; tempo che scorre in nuovi giorni, settimane, mesi. Così, pur se la sofferenza ce la portiamo ancora addosso, dal punto di crollo all’oggi, essa si è diluita e, forse, fa meno male.
Ci si salva per istinto primordiale, naturale, nella linearità delle cose. Proprio come la vita, che nonostante tutto va avanti e si rigenera, fa il suo ciclo, riprende, ricomincia, fiorisce ed esplode di colori, per nuova vita, nuova speranza.
Perché leggere Semper vivum?
Semper vivum è un romanzo che va letto. Io l’ho fatto e ne trattengo le emozioni, oltre al desiderio di attaccare tante stelline luminose al soffitto per sentirmi ancora un po’ accanto a Freide e non lasciarla subito, non subito, starle accanto ancora un po’.
In questa storia, intensa e fatta di poesia, si salvano le anime graffiate, già rotte, tenute insieme per miracolo. Si salvano dopo un percorso circolare, per ritrovarsi poi a fare l’ultimo passo davanti a un cancello, con un biglietto attaccato alla vetrina che è lì da troppi anni. E, assieme Freide, Matthew, Renoir, Vera, ci salviamo anche noi, riscoprendo il valore della speranza
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Sinossi
Sembra essere un caso a fermare i passi inquieti della giovane Friede davanti alla finestra della libreria attraverso la quale Vera, l’anziana proprietaria, la invita ad entrare.
Friede, trincerata nell’abituale riluttanza con cui accoglie ogni novità, si trova a un tempo destabilizzata e attratta dalla familiarità con cui la donna la apostrofa. Accetterà per prima cosa il libro che lei vuole regalarle, accetterà la propria curiosità e l’impulso a tornare altre volte al negozio.
Scoprirà così che Vera ha conosciuto Frei, suo fratello gemello, che anche lui aveva frequentato la libreria e che, come amava ripetere quando era ancora vivo, persino lì aveva lasciato un segno di sé.







