La Trilogia Romana – di Ottorino Respighi
Rubrica di Musica Classica
a cura di Gianna Ferro
Oggi vi conduco nei luoghi di una delle più belle città italiane, ai quali Ottorino Respighi più di cento anni fa ha dedicato partiture meravigliose: basterà chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalla sua musica.
Chi ricorda “gli strilli dei bambini come rondini a sera” a Villa Borghese, l’usignolo che canta “nel plenilunio sereno” del Gianicolo, “lo scampanìo di tutte le chiese”, gli “echi di caccia, tintinnii di sonagliere” sui Castelli Romani, “la voce dell’organo meccanico d’un baraccone e l’appello del banditore, il canto rauco dell’ubriaco e il fiero stornello” a Piazza Navona?
E ancora dove ritrovare “la salmodia accorata” dei fedeli che “si diffonde solenne come un inno”, “il ritmo di un passo innumerevole” allo squillare delle buccine sull’antica Via Appia, la folla che ondeggia nel Circo Massimo, lo squillare dei corni di Tritone e Nettuno?
Avete capito dove ci troviamo? A Roma, la Città Santa, la città dai mille volti della quale ne ascolteremo i suoni, i colori, le emozioni.
Chi era Ottorino Respighi?
Ottorino Respighi compositore bolognese, nato nel 1879 da famiglia benestante, avviato sin da bambino agli studi musicali, fu allievo di Giuseppe Martucci. Fu il musicista che si dedicò maggiormente alla rinascita della musica strumentale italiana.
Nel 1900 era primo violino al Teatro di Pietroburgo; qui prese lezioni di orchestrazione da Rimskij-Korsakov e, nel 1913 vinse la cattedra di alta composizione al Conservatorio Santa Cecilia di Roma che tenne prima come professore e poi come direttore del Conservatorio.
Nel 1926 Respighi lasciò l’insegnamento per dedicarsi unicamente alla composizione musicale ed alle tournees in Europa e in America come direttore ed esecutore delle proprie composizioni.
In questo contesto nasce il ciclo dei poemi sinfonici romani in cui Respighi sfruttando le sue straordinarie doti di orchestratore, riporta le sensazioni provate nella visita della città di Roma. In queste composizioni ritroviamo tutta l’atmosfera romana.
Nacque così la Trilogia romana di Ottorino Respighi: LE FONTANE DI ROMA, I PINI DI ROMA e FESTE ROMANE.
Roma divenne per Ottorino Respighi la città amata più di ogni altra e dove morì nel 1936, all’età di cinquantasei anni, nella sua villa romana “I Pini” in via della Camilluccia.
Certamente lo svolazzare di timbri, di aloni sonori inquadrati entro i binari delle forme tradizionali ottocentesche, denunciano l’eccesso di decorazione, ma nei limiti di un gusto spiccatamente descrittivo si manifesta la ricerca di sempre rinnovati soggetti e pretesti
immaginifici, ricerca sorretta da una fantasia orchestrale di prim’ordine.
Accanto all’animo popolare romano troviamo però anche le citazioni della contemporanea cultura europea: La fontana di Valle Giulia ricorda il ruscello della Moldava di Smetana, la fontana di Trevi ha assonanze con la Mer di Debussy, tra i pini del Gianicolo si sentono le belle favole di Ma Mère l’oye di Ravel, il Petruska di Stravinskij impazza sia a Piazza Navona che a Villa Borghese, mentre lo spirito della Sagra della Primavera è presente nei Circenses e nell’Ottobrata.
Il ritmo ostinato della marcia nei pini della via Appia abbinato al suo clamoroso crescendo orchestrale, richiama il Bolèro ma Ravel non lo aveva ancora scritto.
Le fontane di Roma
Le fontane di Roma descritte sono quattro.
“L’autore ha inteso di esprimere sensazioni e visioni suggeritegli da quattro “fontane di Roma”, considerate nell’ora in cui il loro carattere è più in armonia col paesaggio circostante o in cui la loro bellezza appare meglio suggestiva a chi le contempli”
così scriveva Ottorino Respighi per le sue Fontane di Roma, poema sinfonico del 1916.
La Fontana di Valle Giulia all’alba,
“in un paesaggio pastorale, mandrie di pecore passano e dileguano nella bruma fresca e umida di un’alba romana.”
Il brano si apre con il tranquillo gocciolare dell’acqua della fontana di villa Giulia (violini secondi) e col canto degli uccelli nell’alba romana (violini primi). Le melopee degli zampognari che accompagnano le mandrie, sono esposte dal timbro dell’oboe cui risponde il clarinetto,;
La Fontana di Tritone al mattino, mostra le Naiadi e di Tritoni che danzano alla luce del mattino (come figure della fontana di Bernini), dei e dee che suonano conchiglie, rappresentati dal corno.
Le note di Ottorino Respighi lasciano poco spazio per un’illustrazione di questo quadro, da notare la presenza quasi continua dei corni fin dalla prima battuta che richiamano il suono della conchiglia in cui soffia la divinità marina rappresentata nella fontana.
La Fontana di Trevi al meriggio,
“Un tema solenne appare intanto sul mareggiare dell’orchestra. È la fontana di Trevi al meriggio. Il tema solenne passando dai legni agli ottoni assume un aspetto trionfale. Echeggiano fanfare: passa sulla distesa radiosa delle acque il carro di Nettuno tirato da cavalli marini e seguito da un corteo di sirene e tritoni. E il corteo si allontana mentre squilli velati echeggiano a distanza.”
La maestosità della scena ci è presentata subito dal tema principale affidato a fagotti, clarinetti e corni e dialogato poi dagli ottoni. Il crescendo continuo fino al fortissimo coronato dall’ingresso dell’organo ci trasmette l’immagine del passaggio del carro di Nettuno. Il corteo quindi si allontana mentre la melodia dei clarinetti ridà tranquillità alla scena;
La Fontana di Villa Medici al tramonto,
“La quarta parte si annunzia con un tema triste che si leva su di un sommesso chiocciolio. È l’ora nostalgica del tramonto. L’aria è piena di rintocchi di
campane, di bisbigli di uccelli, di brusii di foglie. Poi tutto si quieta dolcemente nel silenzio della notte”.
Questo brano è tutto un intrecciarsi di suoni della natura con il gocciolio dell’acqua della fontana. Il “sommesso chiocciolio” al quale alludono le note di Ottorino Respighi è affidato ai suoni dell’arpa e della celesta che richiamano gli zampilli della fontana di Villa Medici mentre il “tema triste” è presentato dai flauti e dal corno inglese.
Dopo i primi passaggi si fa sentire il rintocco di una campana che la partitura prescrive “molto lontana” e che sarà presente a sprazzi per tutto il brano.
Al lussureggiante paesaggismo impressionistico dei primi tre brani segue la malinconia dell’ultimo.
Ascolto:
I pini di Roma
Nel 1924 nel poema sinfonico I pini di Roma, ritroviamo gli stessi caratteri delle Fontane di Roma, la stessa idilliaca arcaicità, lo stesso intenso colore orchestrale.
Il poema si articola in quattro parti: I Pini di Villa Borghese:
“Giuocano i bimbi nella pineta di Villa Borghese: ballano a giro tondo, fingono marce soldatesche e battaglie, s’inebriano di strilli come rondini a sera, e sciamano via”.
Tutto il brano affidato ad una coloratissima orchestra è un intrecciarsi di girotondi e di infantili fanfare militaresche. Dopo la rapida introduzione compare il tema principale “Oh quante belle figlie Madama Dorè”, affidato al corno inglese, ai fagotti ed ai corni.
Pini presso una catacomba:
“Improvvisamente la scena si tramuta ed ecco l’ombra dei pini che coronano l’ingresso di una catacomba: sale dal profondo una salmodia accorata, si diffonde solenne come un inno e dilegua misteriosa”.
L’atmosfera diventa improvvisamente cupa e ci porta nei pressi di una catacomba. Dal profondo emerge sommessa la voce degli archi intercalata da un mesto cantabile dei corni e dai rintocchi gravi di una campana quasi a ricordarci la memoria di antichi martiri;
I Pini del Gianicolo:
“Trascorre nell’aria un fremito: nel plenilunio sereno si profilano i pini del Gianicolo. Un usignolo canta”.
Il gocciolio dell’acqua dalla fontana introduce il brano con gli arpeggi del pianoforte mentre il clarinetto espone un tema sognante nel plenilunio che sovrasta i pini del Gianicolo. Gli archi che riprendono questo tema sono interrotti dalla celesta che ripropone il gocciolio della fontana;
I Pini della Via Appia:
“Alba nebbiosa sulla via Appia. La campagna tragica è vigilata da pini solitari. Indistinto, incessante, il ritmo di un passo innumerevole. Alla fantasia del poeta appare una visione di antiche glorie: squillano le buccine ed un esercito consolare irrompe, nel fulgore del nuovo sole, verso la via Sacra, per ascendere al trionfo del Campidoglio”.
Il ritmo del passo di marcia dell’esercito consolare è scandito da timpani, pianoforte, violoncelli e contrabbassi. I corni ci presentano frammenti di fanfare mentre i clarinetti introducono quello che sarà il tema conduttore di tutto il brano.
Ascolto:
Feste Romane
Feste Romane, poema sinfonico, del 1928 Ottorino Respighi torna ai motivi più autentici della vena creativa: l’aderenza dell’invenzione a propositi programmatici, il descrittivismo, le suggestioni orchestrali orientate verso la “pittura” d’ambiente.
Questa volta soccorre il musicista l’ispirazione francamente popolaresca e fin “strapaesana”, con citazioni anche troppo esplicite di canti romaneschi.
Circenses:
“Il cielo è torvo sul Circo Massimo, ma la plebe è in festa: “Ave Nerone!”. Si schiudono le ferree porte, e viene per l’aria un canto religioso e l’urlo delle belve. La folla ondeggia e freme: impassibile, il canto dei martiri si diffonde, vince, naufraga nel tumulto”.
Le acclamazioni della plebe in festa e lo squillo di tre trombe all’unisono annunciano l’ingresso dell’imperatore; la folla acclama prima che gli strumenti dal suono più grave imitino il ruggito delle fiere. Dal centro dell’arena si leva l’inno dei martiri che si mischia con i ruggiti delle belve.
La folla si eccita, freme ed il tumulto diventa generale;
Il Giubileo :
“I pellegrini si trascinano lungo la via, pregando. Finalmente, dalla vetta di Monte Mario, appare agli occhi ardenti e alle anime anelanti la città santa: Roma! Roma!
Un inno di giubilo prorompe, e gli risponde lo scampanio di tutte le chiese”.
I pellegrini scendono stancamente lungo la via Romea cantando un inno di preghiera affidato al clarinetto ed al fagotto. Tutti gli strumenti entrano a poco a poco in un crescendo chiuso da una brusca strappata di tutta l’orchestra. Dopo che il corno inglese sostenuto dal tremolo dei violini ha ripresentato il canto liturgico l’andamento si anima gradualmente mentre la salita a Monte Mario rende finalmente vicina la meta.
La visione improvvisa di Roma libera gli animi in un canto di gioia mentre la città eterna presenta il suo panorama con lo scampanio di tutte le chiese in uno sfavillare di colori.
L’Ottobrata:
“Festa d’ottobre nei Castelli inghirlandati di pampini: echi di caccia, tintinnii di sonagliere, canti d’amore. Poi, nel vespro dolce, trema una serenata romantica”.
L’atmosfera di festa sui Castelli romani è introdotta dal tema esposto dai corni e ripreso poi dalle trombe “echi di caccia”. Si parte per la gita, il trotto del cavallo fa tintinnare a lungo i suoi sonagli finché si leva nell’aria una melodia d’amore affidata prima al registro acuto dei violini e poi al clarinetto. Si avvicina l’imbrunire e mentre in lontananza si odono i richiami dei corni da caccia, il mandolino ci propone una “serenata romantica” ;
La Befana:
“La notte dell’Epifania in piazza Navona: un ritmo caratteristico di trombette domina il clamore frenetico: sul mareggiare fragoroso galleggiano, a quando a quando, motivi rusticani, cadenze di saltarello, la voce dell’organo meccanico d’un baraccone e l’appello del banditore, il canto rauco dell’ubriaco e il fiero stornello in cui s’espande l’anima popolaresca: “Lassàtece passà, semo Romani!”.
Lo sfondo iniziale della festa è caratterizzato dalle trombette popolari che affidate al ritmo petulante ed un po’ acido del clarinetto piccolo, emergono e poi naufragano nella baraonda della piazza. Una serie di motivi rusticani emergono dal dialogo tra le trombe ed i corni prima che la folla accompagnata dai clarinetti si abbandoni ad una danza di saltarello.
Un organo meccanico suona un valzer accompagnato da squilli di tromba che rappresentano le grida del banditore.
Ascolto
“La Trilogia Romana è uno dei più felici lavori sinfonici di Ottorino Respighi, nato da un’ispirazione sincera, senza intenti innovatori, ma ravvivato da un fresco senso del colore e da un semplice lirismo tipicamente italiano, dal timbro straussianamente dovizioso, non immune da influenze impressionistiche”. Giacomo Manzoni







