Patmos di Pier Paolo Pasolini

Voce al mare

Articolo di Elvira Rossi

PatmosUn popolo di volti di Ernesto Treccani; immagine tratta dal Web

Patmos è un poemetto di Pier Paolo Pasolini scritto dopo la strage di Piazza Fontana: il 12 dicembre 1969 a Milano presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura, si consumò una imprevedibile e terribile strage che causò 17 morti e 88 feriti.

A distanza di anni, i mandanti e gli esecutori della strage di Milano non hanno nome e si perdono nelle zone buie di un sistema giudiziario incapace di ricercare la verità.

L’evento mutò il clima della società civile che da quel momento avvertì la minaccia del terrorismo e segnò l’inizio degli anni di piombo e Pier Paolo Pasolini raggiunto dalla tragica notizia, in preda a uno stato d’animo misto di dolore e di rabbia, nei due giorni successivi scrisse Patmos.

 

Di cosa tratta Patmos?

 

Pasolini nella scrittura del poemetto si richiama a Patmos, l’isola dove l’apostolo Giovanni, il prediletto del Signore, trascorse l’esilio e scrisse l’Apocalisse, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, durante gli anni (81- 96) che coincidono con il momento di maggiore sofferenza, vissuta dalle comunità cristiane perseguitate da Domiziano.

L’Apostolo ispirato da un angelo inviato dal Signore si rivolge alle Sette Chiese dell’Asia Minore e, mentre le addottrina nella verità di fede, le esorta a non allontanarsi dall’insegnamento di Cristo e a resistere alle persecuzioni.

E nel rivelare il disegno divino fino alla fine del mondo, indica la via della salvezza e accanto alle cose terribili che accadranno annuncia un messaggio di speranza: ‹‹I persecutori saranno condannati e i perseguitati trionferanno››.

Le Sette Chiese, luoghi reali frequentati dall’’Apostolo, simboleggiano le comunità cristiane di ogni tempo.

Patmos è un poema dalla struttura complessa e non di facile lettura per l’intrecciarsi delle diverse voci narranti, che si agitano in maniera disordinata in un’atmosfera scossa dal fragore delle bombe, e talvolta risulta difficile distinguerle.

Le voci narranti appartengono all’apostolo Giovanni, a Pasolini, all’illustratore dei fatti di Milano, al cantore che descrive i portici di Lodi, simbolo della provincia che non sarà risparmiata dall’espansione industriale.

Nel poema Patmos, la parola del poeta e la parola dell’evangelista scorrono in parallelo e la profezia dell’apostolo Giovanni diventa una chiave di lettura del presente.

La città di Milano, mai nominata in maniera esplicita, identificata con Patmos, è interessata dall’Apocalisse annunciata dall’apostolo Giovanni. La strage di Piazza Fontana, interpretata all’interno di una visione più ampia della storia, ci riporta alla decadenza della millenaria civiltà contadina, che a sua volta è parte di una degenerazione che interessa tutta la società civile.

I commenti del poeta si associano alle evocazioni storiche dell’Apostolo, che ammonisce, rimprovera, incoraggia a perseguire il bene che consentirà ai giusti di passare attraverso la Porta Stretta per accedere al regno di Dio.

La porta è così stretta che si stenta a rintracciarla e superarla sarà la ricompensa dei meritevoli.

Dai versi di Patmos si eleva la voce potente di Pasolini che non vuole cedere al terrore, reagisce e si appella alla coscienza civile, affinché i veri responsabili della strage siano individuati.

Nel poema, la vocazione civile dell’intellettuale incontra la voce del poeta che va oltre le apparenze della realtà, la scruta in profondità, ne svela l’arcano e mette in luce la drammaticità della condizione umana.

Gli interventi di Pasolini si muovono essenzialmente sul piano della polemica politica e della nostalgia.

Il Poeta accusa la classe dirigente che, oltre a essere distante dal popolo, si dimostra incapace di comprendere e governare le trasformazioni economiche e sociali, destinate a rivoluzione lo stile di vita e la cultura.

Esiste una tensione sociale, che se non trova risposte adeguate, è destinata ad inasprirsi. E di fronte al tramonto della civiltà contadina, condizione vissuta con dolore, l’autore esprime preoccupazione per il mondo che verrà.

Se l’apostolo Giovanni parla alle comunità cristiane, Pasolini si rivolge all’Italia, ai politici, agli intellettuali, alla gente comune.

Pasolini agli intellettuali rimprovera il silenzio e a loro si appella, perché assumano una posizione chiara di condanna della strage, che esige una risposta da parte di tutti.

Occorre elevare il livello di guardia per contrastare la violenza del terrorismo e la deriva pericolosa della società civile. Nessuno può farsi da parte, ciascuno deve sentirsi obbligato a intervenire con le armi che gli competono.

Tuttavia tra l’inadeguatezza dei politici corrotti e l’inerzia degli intellettuali, nessuno sembra in grado di trovare soluzioni efficaci per cambiare il corso drammatico della storia, di cui la strage di piazza Fontana rappresenta solo un atto di una immane tragedia.

I valori umani sono stati accantonati e a prevalere sono l’interesse personale e l’attrazione per uno sviluppo economico, che ha ben poco da spartire con un progresso reale che guardi all’uomo.

La consapevolezza dei cambiamenti epocali, non accompagnati da una riflessione sugli effetti che andranno a produrre, rende vuota e incerta ogni prospettiva di futuro.

In Patmos, Pasolini non risparmia critiche alla gente ordinaria e ad ampliare il suo pensiero sull’uomo comune intervengono dichiarazioni formulate in altre opere, come in Caos, in cui ci dà un profilo severo dell’uomo medio, definito ignorante, razzista, e addirittura sanguinario.

Alludendo alle critiche dei suoi detrattori, Pasolini si definisce ‹‹letterato schizoide››, ‹‹straniero in terra straniera›› e non nasconde di sentirsi solo e incompreso, lamenta di non essere sostenuto neppure dai letterati amici e in maniera esplicita cita Alberto Moravia, con cui condivide esperienze culturali e di viaggi.

In Patmos, come in altri scritti, Pasolini sostiene che l’intellettuale debba mantenere una autonomia di giudizio e assumere un ruolo di critica e di opposizione nei confronti del neo capitalismo. Il compito del poeta è scandalizzare per scardinare luoghi comuni, andare oltre la quotidianità, dimostrare l’inconsistenza del buon senso a cui si richiama l’ideologia borghese.

La violenza espressa nella strage del 12 dicembre 1969, il dì dei morti, per Pasolini diventa il simbolo di tutte le forme di violenza e una minaccia, se non proprio la morte, per la democrazia.

L’intellettuale respinge con irritazione la cosiddetta teoria degli opposti estremismi, di cui si è parlato in seguito alla strage di Milano, a suo avviso condividere tale posizione significa sostenere l’estremismo di destra.

In Patmos le parole di Pasolini vanno oltre la denuncia, risuonano come una chiamata alle armi. Che si faccia luce per trovare i responsabili della strage, che si faccia giustizia per quei morti innocenti.

La parte centrale del poemetto è dedicata alle vittime della strage che escono dall’anonimato, infatti Pasolini, rigettando la freddezza della cronaca che le riduce a numeri, ai poveri morti restituisce un volto e una identità attraverso frammenti significativi della loro vita. Le vittime provenivano quasi tutte dalla Bassa Padana e in ciascuna di loro il Poeta ama cogliere un dettaglio, che la distingue e la caratterizza.

Le diciassette vittime, chiamate ciascuna con il proprio nome, all’appello rispondono ‹‹presente›› come se fossero vive. L’estrema essenzialità della rappresentazione si addice alla semplicità dei morti, persone comuni e incolpevoli, strappate con violenza a una esistenza di fatica e di affetti familiari.

Nel testo poetico si registra una variazione di stili linguistici a seconda del personaggio che declama il proprio pensiero e quando si tratta di descrivere le vittime, il tono solenne delle profezie viene abbondonato a vantaggio di un linguaggio nitido e disadorno che, rendendo più incisiva e drammatica la scena, sprigiona una forza espressiva ancora più potente del fragore delle bombe.

Le vittime della strage sono gli esponenti di una cultura contadina, che pur essendo portatrice di valori importanti sta per essere cancellata da una trasformazione radicale della società.

Le differenze dei gruppi sociali spariranno dietro una parvenza di un diffuso e ingannevole benessere, che, mentre sembra liberare gli uomini dalla povertà e da una condizione di servitù, li renderà schiavi di un sistema basato sul produttivismo e sul consumo dei beni superflui.

Più tardi Pasolini ritornerà a parlare della strage: ‹‹Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre ’69. Io so i nomi dei responsabili della strage di Brescia e di Bologna. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi…››

Affermazioni gravi che fanno riflettere e accentuano il mistero della sua morte.

 

Perché leggere Patmos?

L’impegno richiesto dalla lettura di quest’opera viene ripagato dalla bellezza dello spirito poetico che vi si annida e dalla passione di un intellettuale, da cui proviene una invocazione disperata di giustizia.
Pasolini, pur dichiarandosi ateo e anticlericale, si pone sempre dalla parte degli ultimi e il richiamo ai valori cristiani è costante e mentre profetizza la decadenza dell’uomo contemporaneo sogna un nuovo umanesimo.