Le parole della musica
Voce alla Musica
A cura di Gianna Ferro
La bellezza della musica sta nel non farci sentire soli, nel condividere emozioni con gli altri, nell’immortalare un evento associandolo ad un brano musicale.
La musica dà piacere, suscita forti passioni, stimola i ricordi, facilita e rafforza i legami sociali e dà luogo ad una forma di comunicazione che va oltre le parole. Questo fa sì che l’ascolto riesca ad ottenere il più alto coinvolgimento a livello emotivo.
Dalle melodie sinuose dei violini al ritmo incalzante delle esecuzioni al pianoforte, ci lasciamo trasportare da componimenti immortali e scegliamo quelli capaci di farci sognare, per accompagnare un momento importante, fare da sottofondo agli istanti che precedono il momento di rilassarsi o di addormentarsi, melodie capaci di incantare chiunque le ascolti.
La musica, molto spesso, è un ottimo ponte, e in particolare ci sono brani in grado di far provare qualcosa di speciale all’ascoltatore. La musica suscita emozioni, poiché è caratterizzata da quelle stesse strutture che sono presenti anche nel linguaggio parlato e che permettono di esprimere le emozioni di un brano musicale provoca emozioni associate all’immagine stessa.
“Ascolta… la senti? La musica ! Io la sento dappertutto: nel vento, nell’aria, nella luce… è intorno a noi, non bisogna fare altro che aprire l’anima, non bisogna fare altro che ascoltare!”
EMOZIONIAMOCI
Le parole della musica: Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Non è una composizione a sé stante, del grande musicista del periodo Barocco, come forse qualcuno può pensare, ma fa parte di una Suite, la Suite n.3 in Re Maggiore BWV 1068 che a sua volta fa parte di una raccolta di quattro Suite orchestrali catalogate come BWV 1066-1069, composte tra il 1721 e il 1730 circa.
Questa Suite fu scritta da Bach quando si trovava a Lipsia, qui il grande musicista occupava la prestigiosa posizione di direttore musicale delle principali chiese della città, posizione che mantenne dalla primavera del 1723 fino alla sua morte avvenuta nel 1750.
La Suite n. 3 fornisce un’ampia dimostrazione della genialità compositiva di Bach: è musica da intrattenimento, ricca di bellezza melodica, vigore ritmico e spirito gioioso. In effetti, i vari tipi di danze dell’epoca sono parte integrante delle Suite, così come in molte altre composizioni di Bach che ci ricordano l’importanza del pensiero spirituale e intellettuale del compositore.
L’Aria sulla quarta corda si differenzia dal resto della suite, in quanto è l’unico movimento nel quale l’organico comprende esclusivamente strumenti ad arco. Il nome non è di Bach, ma deriva da una trasposizione del violinista tedesco August Wilhelmj.
Ascolto:
Le parole della musica: Il Sogno d’ amore (Liebesträume) di Franz Liszt (1811- 1886)
Composta e pubblicata nel 1850, è un gruppo di tre composizioni per pianoforte solo: la terza è un Notturno in la bemolle maggiore che si basa su un unico tema dal carattere dolce e sognante, dalla dolcezza alla passione più estrema, toccando tutte le corde emotive dell’ animo umano.
Notturno n° 3 “Sogno d’ amore”, infatti, questi aspetti vengono esaltati passando dalla pacata serenità dell’ inizio alla drammaticità della fase centrale, per giungere, nel finale, a quella malinconica contemplazione che appartiene all’ ispirazione di ogni compositore romantico. Questo tema è l’attore principale della breve, ma intensa composizione.
Il pezzo la prima volta è proposto con dolcezza, quasi a descrivere quel “sogno d’ amore” che troviamo anche nel titolo. Ma l’ amore spesso si trasforma in un tumulto di sentimenti, descritti energicamente nella parte centrale grazie ad un accompagnamento vigoroso e alla riproposizione del tema stesso nel registro acuto del pianoforte. Dopo una serie di veloci passaggi virtuosistici, tipici della scrittura pianistica di Liszt, la terza e conclusiva apparizione del tema ci riporta al clima soave e incantato dell’ inizio.
Ascolto:
Le parole della musica: Clair de lune di Claude Debussy (1862-1918)
Nel 1869 il poeta francese Paul Verlaine scrisse Clair de lune, che negli anni a seguire ispirò il compositore francese che iniziò a comporta da giovanissimo, nel 1882, per poi terminarla con la celebre versione definitiva nel 1905, come terzo movimento della Suite Bergamasque. Il termine suite sta ad indicarci una forma strutturata come una serie di brani ispirati alle movenze di balli popolari o cortigiani. Ma quello che incuriosisce è evidentemente l’altro termine: “bergamasque”.
Si sa che in Francia Bergamo godeva di grande fama da quando Stendahl visitandola un secolo prima, in piena stagione napoleonica, ne aveva tessuto un elogio in termini entusiastici nel suo Journal. “È il più bel colle che abbia mai visto in vita mia”, aveva scritto riferendosi a Bergamo Alta e alla fascinazione che ne aveva ricevuto.
Il nome Clair de lune deriva dalla poesia, appunto, di Verlaine che ha lo stesso titolo, e in cui trova un riferimento al termine “bergamasques”, proprio nella strofa iniziale:
“Votre âme est un paysage choisi
Que vont charmant Masques et Bergamasques
jouant du Luth et dansant et quasi
Tristes sous leurs déguisements fantasques”.
“La vostra anima è un paesaggio eletto
per il quale vanno maschere e “bergamasques”
suonando un liuto e danzando quasi
tristi per i loro travestimenti fantastici”.
L’apertura del brano è come se fosse sospesa a mezz’aria: degli accordi di sei suoni cantano all’inizio e preparano l’entrata di un nuovo tema morbidamente arpeggiato che progressivamente si anima fino all’espansione lirica nel registro sempre più acuto; infine la prima sezione viene ripresa e variata, concludendosi nella coda in dissolvimento.
Si esalta l’immagine notturna del brano, la luce della luna, la sua leggerezza poetica, la straordinaria forza evocativa.
Il Clair de lune, dopo più di un secolo dalla sua composizione, è ancora oggi uno dei brani più eseguiti, trascritti, utilizzati e ascoltati
Ascolto:
Le parole della musica: Gymnopédies di Erik Satie(1866-1925)
Nel 1888, l’eccentrico compositore francese pubblicò tre brevi e suggestivi assoli di pianoforte chiamati Gymnopedies . Il termine stesso deriva dall’antica parola greca per un festival annuale in cui i giovani uomini ballavano per mostrare le loro abilità atletiche, la gimnopedia una danza processionale di efebi nudi, seguita da canti ed esercizi ginnici.
La Gymnopédies n. 1,”Lentamente con dolore”, è forse uno dei più famosi assoli di pianoforte scritti durante il tardo romanticismo e forse la più conosciuta. La prima cosa da capire di Gymnopédie n. 1 è che la sua semplicità è intenzionale, ed è da lì che viene la bellezza. La melodia è un’unica linea fluida di semiminime, che si alza e si abbassa come le onde dell’oceano. I ritmi sono lunghi e sostenuti, creando un senso di fluttuazione nel tempo, per invitare l’ascoltatore a perdersi nella musica. Tutte queste splendide e lussureggianti armonie lavorano insieme ai ritmi lenti e al tempo per creare un vasto spazio aperto per pensare e riflettere. E nell’era tardo romantica, questo era disapprovato.
Le Gymnopédies non hanno iniziato a riscuotere successo fino a circa 20 anni dopo, quando l’avanguardia è stata sempre più accettata nell’arte e nella musica.
Ascolto: I brani sono accompagnati dalle immagini dei dipinti di Édouard Cortès’s
Le parole della musica: Boléro di Maurice Ravel (1875-1937)
Il 22 novembre 1928, all’Opéra Garnier di Parigi, andò in scena la prima esecuzione pubblica del Boléro di Maurice Ravel, una musica per balletto destinata a diventare una delle composizioni musicali più famose, studiate e citate del Novecento. Ravel, nato 47 anni prima in un piccolo paese dei Pirenei francesi, l’aveva composto per Ida Rubinstein, danzatrice e celebrità della Parigi della belle époque, che voleva mettere in scena un balletto dalle atmosfere spagnoleggianti.
La particolarità del Boléro, infatti, è la sua estrema essenzialità: tutti i circa quindici minuti della sua durata sono occupati da due soli temi, ripetuti ipnoticamente sopra una base ritmica ossessiva e primitiva. L’aspetto centrale dell’opera è l’orchestrazione dei singoli strumenti, che ripetizione dopo ripetizione si aggiungono, si tolgono, cambiano registro, sempre e solo suonando le due melodie e la base ritmica. Quello di Ravel, in pratica, fu una specie di esperimento sulle cose che si possono fare con un’orchestra lavorando soltanto sulle dinamiche e sull’aggiunta e sulla sottrazione degli strumenti.
Lo spartito del Boléro, come si può facilmente immaginare, è uno dei più semplici tra quelli delle grandi composizioni orchestrali. Per questo l’efficacia dell’opera dipende ancora più del solito dalla bravura del direttore d’orchestra, e dalla sua capacità di gestire le dinamiche degli strumenti e soprattutto il tempo. Non è un caso che il principale esecutore dell’opera fu Arturo Toscanini che la portò alla ribalta nel 1929 a New York e l’anno successivo a Parigi con la New York Philarmonic Orchestra.
Ascolto:
“La musica può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile.” Leonard Bernstein







