“L’amore, quando muore” di Nadia Levato
Recensione di Emma Fenu

L’amore si perde? È come un mazzo di chiavi che scivola in un tombino, dissolvendosi nel buio, o che capita nelle leste mani di un ladro di cuore?
L’amore nasce e muore, con la ciclicità di ogni terrena manifestazione di contingenza?
Oppure l’amore va oltre lo spazio e il tempo, cresce se nutrito, continua a esistere se curato?
Nadia Levato, nel suo breve e interessante romanzo, L’amore, quando muore, mette in scena tre protagonisti fra i trenta e i quarant’anni che, sopravvissuti all’entusiasmo dell’adolescenza e della prima giovinezza, si trovano a dover dare nuova definizione a sentimenti portanti, che definiscono l’esistenza.
Si racconta di amore e amicizia, nelle pagine che si susseguono veloci, nell’impeto di conoscere l’epilogo di una storia del quotidiano, dove Elisa e Matteo, sposati e alla ricerca di un figlio che non arriva, assistono alla fine della passione e della complicità che li aveva, un tempo, legati.
Lui, scrittore di successo, chiuso apparentemente nel proprio individualismo, in realtà nel proprio dolore; lei maestra senza sogni di gloria, apparentemente svilita dal proprio compagno.
E poi c’è Carlo, l’amico di sempre, quello che rifugge le relazioni sentimentali stabili, quello che adora ridere perché conosce il lato triste della vita. Quello che, apparentemente, è soddisfatto di quanto possiede.
La mancanza di un dialogo sincero fra i protagonisti e di una presa di coscienza da parte di essi di ciò che è davvero l’amore e l’amicizia e di come essi necessitino di attenzione, per non morire, è il tema dominante del libro.
Lo stile è semplice, ma non trascurato, e fresco, con frequente ricorso ai dialoghi che rendono l’azione immediata e coinvolgente.






