Patrizia di Costantinopoli: storia e leggenda
Voce alle Indimenticabili
di Patrizia Bove

La storia di Patrizia di Costantinopoli
Il mio nome è Patrizia.
Dicono di me che ero bella, ricca, colta e nobile. Piccola di statura, con una figura aggraziata e gentile, dicono avessi grandi occhi verdi che spiccavano radiosi sulla folta capigliatura castana.
Il portamento regale lo avevo ereditato dalla famiglia di mio padre, un nobile della corte dell’imperatore d’Oriente Costante II (630-668).
Costante II, Costantino IV e Gesù Cristo sono state le persone che hanno influenzato e determinato più di tutti la mia vita. Con le dovute differenze, s’intende…
Dicono che io sia vissuta fino all’età di ventuno anni e deve essere proprio così perché, della vita terrena, ricordo poche cose, mentre dell’eterno presente che tutt’ora vivo potrei raccontarvi molto di più.
Ma andiamo per ordine…
Dicono io fossi una discendente di Costantino il Grande, l’Imperatore che, in un giorno di maggio del 330, trasferì la sede dell’Impero da Roma a Bisanzio.
Da “viva”, questa parentela non mi dispiaceva affatto, non solo perché Costantino, promulgando l’Editto di Milano (313), che concedeva a tutti i cittadini di venerare le proprie divinità, aveva posto fine, di fatto, alla persecuzione dei cristiani, ma anche perché l’Imperatore era figlio di Flavia Giulia.
Elena (divenuta poi Santa Elena), una donna che ammiravo molto e a cui mi sono ispirata nel mio percorso di fede.
Su di lei mi fu raccontato che ritrovò, durante il viaggio in Terra Santa nell’anno 327-328, la “vera croce”, il patibolo su cui morì Gesù. Pare che i resti del patibolo fossero venuti fuori nel costruire la basilica costantiniana del Santo Sepolcro, sul Golgota.
Oltre alla croce di Gesù, Elena trovò anche quella di uno dei due ladroni, la spugna imbevuta nell’aceto, parte della corona di spine, un chiodo della croce nonché il titulus crucis, l’iscrizione apposta sopra la croce di Gesù che indicava la motivazione della condanna. (Le reliquie trovate da Elena sono conservate a Roma nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme.)
Uno dei tanti misteri della mia vita terrena è come io sia venuta in possesso di alcune delle reliquie che Elena portò con sé dalla Palestina. Questo fatto- ancora oggi- non lo ricordo…
Certo è che, in vita, ho custodito con grande cura le reliquie di Elena, che sembravano indicarmi la strada che avrei dovuto percorrere negli anni a venire. Una strada piena di insidie e dolori, che doveva condurmi a Dio.
Al mio fianco, ancella e amica fedele, c’era Aglaia che mi aveva cresciuta fin dall’infanzia. Lei sola sapeva del mio desiderio di rimanere vergine e di sposare Cristo.
All’epoca, il mondo intorno a me era crudele.
In quegli anni, a soli undici anni, era salito al trono Costante II (641-668). Secondo le indiscrezioni che sentii a corte, egli fu proclamato Imperatore a seguito dell’assassinio del padre Costantino III, avvelenato dal fratellastro Eracleona e dalla madre di lui Martina, che aspiravano al trono.
Costante II è- nei miei ricordi- un uomo duro e risoluto che si proponeva di riconquistare le terre d’ Italia cadute in mano ai Longobardi e quelle d’ Egitto, in mano agli Arabi.
(Costante II voleva ristabilire il dominio imperiale su tutta la penisola italiana, caduta in parte in mano ai Longobardi, e fare della Sicilia la base per la guerra contro gli Arabi nell’Africa settentrionale. Il suo disegno fallì. Dopo aver tentato invano di espugnare Benevento, Costante andò in Sicilia, dove nel 668 fu assassinato.)
Intorno al 648, promulgò il Tipo, un editto con cui proibiva qualsiasi discussione sul monotelismo, dottrina che sosteneva che in Cristo c’erano due nature- una umana ed una divina- e una sola volontà. Per i cristiani questo assunto era una vera eresia!
Negare la volontà umana del Cristo significava togliere valore alla sua passione redentrice. Era impossibile accettare questo dogmal ’imposizione dell’Imperatore.
Ma, si sa, gli uomini usano la forza per affermare le loro leggi e, infatti, Costante II impose ai sudditi la firma del Tipo e punì severamente chi si oppose, compreso i Papi.
Alla morte di Costante II, assassinato nel 668, salì al trono suo figlio Costantino IV che ne ereditò i modi brutali e portò avanti la politica paterna.
All’epoca, io ero una giovane donna cresciuta nel lusso e nella ricchezza ma il mio cuore e la mia anima erano lontani dalle vanità della corte imperiale e soffrivo per le condizioni in cui versavano uomini e donne di Costantinopoli, costretti nella più profonda miseria.
L’umano dolore pervadeva la mia anima e, quando potevo, provvedevo alle necessità dei poveri attingendo alle ricchezze della mia famiglia.
Avevo forse diciotto anni quando l’Imperatore d’Oriente, insensibile alla mia richiesta di verginità e di devozione a Cristo, obbligò mio padre a darmi in moglie ad un nobile. Quell’imposizione, per me, era inaccettabile e lasciai Costantinopoli per andare incontro al mio destino.
Con Aglaia e alcune ancelle, partii alla volta di Roma, per farmi consacrare a Dio dal Papa, ma, prima di raggiungere la meta prefissata, mi fermai a Napoli dove visitai il Monastero dei Santi Nicandro e Marciano, sull’altura di Caponapoli.
Quel posto, di incommensurabile bellezza, si affacciava su un paesaggio celestiale: cielo e terra, in un’unica sfumatura d’azzurro, si facevano ponte verso il Paradiso. Capii che era quello il luogo in cui avrei lasciato le mie spoglie terrene e dal quale sarei partita per l’ultimo viaggio.
Ripartii alla volta di Roma con maggiore entusiasmo, ma, dopo poco, mi giunse la notizia della morte di mio padre. Tornai a Costantinopoli per rinunciare alle pretese dinastiche e donare tutti i miei beni ai poveri, la mia famiglia terrena, poi, sull’esempio di Elena, decisi di recarmi in pellegrinaggio in Terra Santa, accompagnata come sempre da Aglaia.
Di ritorno dalla Palestina, una terribile tempesta, proprio nei pressi del golfo di Napoli, fece naufragare la nostra nave. Il destino si stava compiendo.
Naufragammo sull’isolotto di Megaride, dove vissi solo pochi giorni.
Il 25 agosto del 685, imboccai finalmente il “ponte della felicità” sull’altura di Caponapoli e mi ricongiunsi a Dio.
La leggenda di Patrizia di Costantinopoli
Sull’isolotto di Megaris, molti secoli prima di me, era naufragata la sirena Partenope, fondatrice della città vecchia. Qui il corpo di Partenope si era dissolto, prendendo la forma della città di Napoli: la sua testa era diventata la collina di Capodimonte e la sua coda aveva formato la collina di Posillipo.
Quel luogo ricco di suggestioni è stato il mio ponte verso il Cielo. Aglaia ha organizzato per me dei funerali solenni a cui hanno partecipato il Vescovo, il Duca di Napoli e molte persone del popolo.
Durante il corteo funebre, il carro che mi trasportava, tirato da due torelli, come ubbidendo alla volontà divina, si è arrestato davanti al Monastero di Caponapoli. I tori si sono rifiutati di proseguire, e, come avevo profetizzato, mi hanno sepolta in quel luogo.
In seguito, il Monastero è stato denominato dei Santi Nicandro, Marciano e Patrizia e, in quel posto sacro, Aglaia e le mie consorelle hanno fondato l’ordine delle Patriziane, seguendo la regola benedettina dell’”ora et labora”.
Napoli, dunque, è la città in cui vivo la mia “vita eterna”. Una città difficile ma bellissima.
Nella sua storia ci sono culture antiche sopravvissute alle tante stratificazioni della città; culture che si mescolano tra loro in un intreccio di civiltà che rendono questo luogo unico e impareggiabile.
Napoli è greca, romana, francese, spagnola: ogni strada, ogni vicolo, ogni palazzo, porta con sé leggende, aneddoti e storie che il popolo tramanda di generazione in generazione.
Con i Napoletani ho un rapporto carnale e intenso: sono una di loro perché ho ereditato da Partenope il compito di proteggere la città che lei ha fondato.
Il mio nome è invocato, già nel VII secolo, nell’Ordo ad ugendum infirmos ed il miracolo della trasudazione della manna dal sepolcro in cui riposavo risale agli anni tra il 1198 e il 1215 (anno più, anno meno… non ricordo bene…).
La storia poi del cavaliere afflitto da enormi sofferenze chepregò incessantemente sulla mia tomba chiedendo la guarigione è anch’essa risalente all’anno Mille e in quell’occasione l’uomo, in un eccessivo impeto di devozione, mi strappò un dente dal cui alveolo fuoriuscì sangue vivo.
Dal 1864 il mio corpo, rivestito di cera, riposa nella mirabile Chiesa di San Gregorio Armeno, definita la “Stanza del Paradiso in terra”, tra gli splendori degli arredi e degli argenti.
Accolgo chiunque venga a visitarmi ed esaudisco le preghiere, in particolare, delle donne sole, le partorienti e i bisognosi.






