Filosofia di Barbie di Silvia Grasso
Voce ai diritti
Recensione di Veronica Sicari

Filosofia di Barbie di Silvia Grasso è un saggio, edito da Il melangolo nel 2024
Di cosa parla Filosofia di Barbie?
Filosofia di Barbie è il primo saggio di Silvia Grasso: attraverso un’analisi dettagliata del film Barbie di Greta Gerwin, l’autrice ripercorre il dibattito filosofico femminista degli ultimi decenni.
L’approccio di Grasso è certamente innovativo: sia la storia della bambola più celebre, per molto tempo ritenuta veicolo di un ideale femminile stereotipato, nonché l’analisi dettagliata del caso cinematografico della scorsa estate, sono lo spunto per l’autrice per interrogarsi sullo stato dell’arte della produzione filosofica femminista.
Nell’estate del 2023 la riscrittura ad opera di Gerwin in senso femminista della celebre bambola ha scatenato dibattiti anche piuttosto accesi.
Accanto all’entusiasmo generale e mainstream suscitato dalla campagna promozionale del film, che ha invogliato le spettatrici e gli spettatori a indossare outfit evocativi del mondo glamour di Barbie e della sua compagnia, non sono mancate le critiche di chi ha classificato il film un chiaro esempio di pinkwashing dell’azienda produttrice della bambola, che avrebbe banalizzato e semplificato questioni serie e complesse.
Silvia Grasso prende esplicita posizione in questo dibattito, ritenendo l’opera di Greta Gerwin impegnata, a dispetto del mondo plastificato e rigorosamente rosa che sembrerebbe richiamare a una simbologia tutt’altro che femminista.
In realtà, le tematiche affrontate dalla pellicola hanno – secondo Silvia Grasso – sottolineato e fatto emergere l’effettivo spessore politico della bambola, che per prima ha in qualche modo scardinato la netta suddivisione tra giochi riservati ai bambini e giochi destinati alle bambine, riproducendo non l’immagine di un neonato da accudire (chiaro rimando educativo alla maternità considerata quale destino biologico di ogni futura donna), ma di una donna adulta, forte e da un’identità personale ben tracciata.
Al di là della riuscita o meno del progetto di politicizzazione della bambola che ha certamente segnato l’immaginario collettivo, entrando nelle case di decine di migliaia di famiglie, il film di Gerwin ha– tra rosa shocking e glitter – reso pop e dunque accessibili ad un enorme numero di persone talune rivendicazioni femministe.
Depotenziate o meno, possono costituire il punto di partenza per chi è digiuno di temi femministi.
In Filosofia di Barbie, Silvia Grasso ripercorre il dibattito accennato e, attraverso l’utilizzo delle lenti della filosofia, dona una lettura del film (e della bambola stessa) estremamente interessante.
La domanda che si pone Grasso e da cui trae le mosse la sua riflessione è la seguente: cosa rappresenta e cosa ha rappresentato Barbie nella vita delle bambine?
Grasso compie un’altra interessante operazione, questa spiccatamente femminista: partendo dalla propria esperienza personale, figlia unica e bambina degli anni ’90, rievoca concetti cari alla filosofia (e alla teoria femminista) di appartenenza e identificazione.
Ripercorrendo la storia della bambola e della sua creatrice, Ruth Handler, sottolineando i cambiamenti che Barbie ha affrontato nel corso del tempo, Grasso rivela l’importanza che l’irrompere della bambola ha avuto nell’immaginario collettivo.
Se fino alla sua commercializzazione le bambine di tutto il mondo avevano a disposizione giocattoli che ricreavano l’ambiente domestico e di cura a cui, in quanto femmine, erano destinate, con un proliferare di bambolotti che con fattezze e abilità sempre più realistiche impersonavano perfettamente bambini e lattanti, in un apprendistato alla maternità, Barbie – con la sua chioma bionda, gli abiti alla moda e le fattezze di una pin up degli anni ’50 – ha introdotto un nuovo modello femminile, lontano da quello monolitico della moglie e madre.
Il suo corpo adulto, il trucco, le acconciature, gli accessori rosa e glamour hanno contribuito a instillare nelle bambine di tutto il mondo un nuovo modello aspirazionale, un’alternativa alla riproposizione dell’iconografia femminile domestica.
Che l’immagine e il mondo patinato di Barbie rispondesse a sua volta a logiche patriarcali, riproponendo un modello di sensualità fortemente influenzato dal male gaze, lo sguardo maschile, è una criticità effettiva, tra l’altro emersa nel corso degli anni anche e soprattutto grazie all’elaborazione femminista, e a cui l’azienda Mattel ha cercato di rimediare introducendo bambole con corpi più autentici, nel colore e nella forma.
Nel frattempo, la bambola ha impersonato e incarnato professioni e situazioni tra le più disparate, diventando in tempi recenti anche astronauta e Presidente.
Non esiste professione preclusa a Barbie e, in virtù del gioco di identificazione tanto caro e comune nelle bambine, alle donne del domani.
Perché leggere Filosofia di Barbie?
Che Barbie sia un prodotto inserito a pieno titolo nel contesto capitalistico e di consumo è innegabile.
Sarebbe ipocrita e anacronistico immaginare che tanto la bambola, destinata al mercato e articolo di punta della multinazionale Mattel, quanto il film, blockbuster campione di incassi non siano perfettamente inseriti nella logica capitalistica.
Sono prodotti destinati al mercato, allo scopo di produrre utili economici.
Silvia Grasso sottolinea tuttavia come il film, e di riflesso la stessa bambola, siano in grado di veicolare un messaggio inclusivo e sovversivo perfettamente aderente ai movimenti di rivendicazione femminile e femministi.
Il film racconta il viaggio di un’eroina alla ricerca di sé, e mescola la finzione del plastic word di Barbie con la realtà dei nostri giorni.
A fronte di immagini e sceneggiature iper colorate, rosa e fluo, i dialoghi tra i protagonisti sono interessantissimi e ripropongono tematiche di emancipazione, oggetto della quarta ondata femminista attualmente in corso.
La critica spietata al patriarcato, incarnaton nella parabola dello straordinario personaggio di Ken, permette di richiamare un concetto fondamentale: la discriminazione dei sessi e la divisione dei ruoli danneggiano tutti, anche gli uomini.
Nel suo saggio, Silvia Grasso compie un lavoro estremamente interessante, facendo emergere livelli di analisi profonda e impegnata in un prodotto apparentemente destinato al puro intrattenimento.
Attraverso l’analisi filosofica del film sulla bambola più famosa al mondo, Grasso si inserisce nel dibattito che, all’indomani dalla proiezione del film nelle sale, aveva finito per bollare Barbie come un film per ragazzine, una roba da donne, frivola.
Agganciando i contenuti del film all’elaborazione filosofica, l’autrice traccia la linea che unisce un prodotto pop alle elaborazioni femministe degli ultimi decenni.
La sua è un’esortazione a disfarsi del male gaze, che consolida il pregiudizio di minor valore di opere destinate – apparentemente – ad un pubblico esclusivamente femminile, esaltando al contempo l’intrattenimento pensato per ragazzi e uomini.
Le rivendicazioni, le battaglie sociali, anche quelle femministe, possono essere portate avanti anche attraverso prodotti apparentemente spuri.
Parafrasando le parole di Lonzi, il femminismo può – e deve – essere una festa.
Sinossi
È il 9 Marzo del 1959: nei negozi di giocattoli statunitensi, arriva una nuova bambola ideata da Ruth Marianna Handler, cofondatrice della nota azienda Mattel, con l’intento di fornire alle bambine di tutto il mondo una bambola che rappresentasse donne adulte, emancipate e di successo che potessero avere tutto, fare tutto, essere tutto.
Da allora Barbie è diventata il simbolo dell’infanzia di molte generazioni di donne, trasformandosi però, in breve tempo, soprattutto in un simbolo di perfezione estetica e rappresentando una delle tante gabbie in cui le donne sono costrette.
Il film Barbie del 2023 scritto e diretto da Greta Gerwig parte da qui per andare oltre, verso una vera e propria filosofia femminista di Barbie che distrugge le vecchie rappresentazioni, i vecchi stereotipi, le vecchie gabbie in cui sono state costrette le donne.
Barbie viene così liberata o meglio si libera da sola, diventando una vera e propria filosofia incarnata della liberazione femminile.
Il corpo di Barbie, esattamente come quello delle donne, è un fascio di contraddizioni su cui si costruisce la loro soggettività, una costruzione faticosa che deve passare dalla scoperta consapevole dei propri desideri e volontà.
La filosofia di Barbie mette in dialogo la riflessione filosofica sulla corporeità con la tradizione femminista per recuperare tutti i riferimenti teorici che si nascondono dietro al lavoro che Gerwig fa sulle donne e i loro corpi.
Il messaggio è rivolto a tutte e a tutti: ciò che dobbiamo fare è imparare a “scegliere di essere”, autonomamente e oltre il ruolo che la società ci costruisce.
Titolo: Filosofia di Barbie
Autore: Silvia Grasso
Editore: Il melangolo, 2024






