Il silenzio sul mare. Il caso Montesi tra realtà nascoste e potere di Chiara Ricci
Recensione di Gianna Ferro
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Il silenzio sul mare. Il caso Montesi tra realtà nascoste e potere è un saggio di Chiara Ricci edito da Graphe.it nel 2026

“Nei ricordi resta la ‘bella di Roma’, la ragazza di via Tagliamento spesso affacciata alla finestra con il turbante e i capelli bagnati a osservare i passanti, le passeggiate nel quartiere […], i sogni a occhi aperti leggendo e guardando le riviste di moda, i fotoromanzi, i film sul grande schermo…”
Di cosa tratta Il silenzio sul mare?
Il libro non è una semplice inchiesta giornalistica, ma una ricerca condotta in maniera chirurgica dall’autrice consultando atti processuali e fonti inedite presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, la Cancelleria penale dibattimentale di Roma, dati diretti giornalistici, di quello che potremmo definire un caso storico-giudiziario, tra i più controversi, per tentare di ricostruire con una luce diversa la morte di Wilma Montesi.
Disgrazia, suicidio o assassinio? Questo il quesito dopo circa settant’anni dalla morte di Wilma.
Ma chi era Wilma Montesi? Era una ragazza di 21 anni, romana, una bellezza mediterranea con il fisico da maggiorata, come si soleva dire un tempo. Di modeste origini, padre falegname e madre casalinga, la seconda di tre figli. Non amava studiare, ma sognava il cinema, protagonista di qualche comparsa a Cinecittà. Dal carattere molto riservato, timido, era in procinto di sposarsi con un giovane agente di polizia, in quel periodo di stanza a Potenza. Una vita tranquilla quella di Wilma fino al quel 9 aprile del 1953, ultimo giorno in cui i suoi familiari la videro in vita.
“Sono più o meno le 7 quando il giovane Fortunato Bettini, mentre sta recandosi in bicicletta al cantiere edile dove lavora come manovale, a circa sessanta metri dalla spiaggia, nota qualcosa di strano. Il mare è agitato. Da lontano non riesce a vedere bene, a distinguere di cosa si tratti. Le onde si infrangono contro qualcosa. […] È un corpo. È un cadavere di una donna.”
Sabato 11 aprile 1953 sulla spiaggia di Torvaianica una giovane donna viene ritrovata riversa prona sulla battigia, solo con la testa in acqua, parzialmente vestita e spariti alcuni indumenti, dalla descrizione fatta in un articolo di un quotidiano permise ai familiari di riconoscere in quella donna Wilma Montesi.
È caccia ai testimoni e a ricostruire le ore, i giorni prima della sua sparizione. Dichiarazioni fasulle, smentite, mezze verità portarono solo a un “pasticciaccio” ben congeniato. Ha inizio la giostra mediatica.
“La storia e la morte di Wilma Montesi segnano un punto di svolta nella società e nel giornalismo del nostro Paese. Siamo agli inizi degli anni Cinquanta, l’Italia è uscita dalla guerra da soli otto anni […] Gli anni Cinquanta sono la tangibile rappresentazione di quella libertà che, dal 1922 al 1943, è stata negata, vietata e pagata con morte e guerra.”
In nome di quella libertà vietata a lungo, giornalisti e pseudo tali montarono la cosiddetta macchina del fango. Tante ipotesi furono fatte sulla personalità di Wilma e su cosa potesse nascondere e chi frequentava. Furono indagati e poi prosciolti, nell’ultimo processo svoltosi a Venezia nel 1955, nomi noti dello spettacolo, della politica e del giornalismo, nonché giovani donne del “bel mondo”. Qualche sospetto ricadde anche sui familiari stessi.
Anche il cinema si interessò alla vicenda. Siamo in pieno Neorealismo e molti film famosi sembrano essersi ispirati al caso Montesi: la quotidianità della gente comune, la “dolce vita” della capitale, i vizi che ne derivavano.
Molto si è detto e si è scritto su Wilma Montesi, tanto si è indagato giungendo a un “nulla di fatto”. Alla fine l’ipotesi della sua morte è che questa è avvenuta per annegamento per un pediluvio in spiaggia finito male, perché la giovane a detta della sorella soffriva di un eczema al piede e forse si era recata a Ostia per questo.
“Certamente si è tentato con forza, affetto, determinazione, entusiasmo, rabbia, indignazione, ostinazione e anche un sano pizzico di incoscienza di dar voce a Wilma Montesi indirizzando lo sguardo lì dove, forse, non si è osservato abbastanza o non si è guardato affatto.”
Perché leggere Il silenzio sul mare?
Lodevole il lavoro svolto da Chiara Ricci, fatto con coraggio e determinazione, nel riprendere una vicenda che negli anni cinquanta destabilizzò poteri politici e culturali.
Una lettura che alterna fatti, testimonianze, atti giudiziari, scandagliando la vita dei protagonisti in maniera dettagliata e il loro coinvolgimento nel cosiddetto ”scandalo mediatico e giudiziario”. Un affresco puntuale dell’Italia degli anni ’50 permette di comprendere bene il clima che si respirava e il riflesso che ebbe il caso Montesi su stampa e cinema.
La morte della povera Wilma a tutt’oggi resta un mistero. L’autrice ha solo tentato, riuscendoci perfettamente, di raccontarci con umanità la vicenda, dando voce a una giovane donna con le sue emozioni e le sue aspettative. Sicuramente un libro di inchiesta inusuale, una narrazione minuziosa. Un surreale dialogo tra lei e Wilma conclude una scrittura originale ma efficace.
Di questa storia resta il dubbio che tanto non è stato fatto e troppo si è celato per giungere alla verità, quella verità che solo Wilma conosce.
Sinossi
Il 9 aprile 1953 Wilma Montesi esce di casa e non fa più ritorno. Due giorni dopo viene ritrovata senza vita sulla spiaggia di Torvaianica. Quello che sembra un incidente si rivela presto il punto di partenza di uno scandalo che travolge la politica e l’opinione pubblica. Attraverso documenti inediti e una narrazione dal ritmo cinematografico, questo libro ricostruisce una storia emblematica del Novecento italiano, restituendo voce e dignità a una giovane donna.






