La bambola di Taghreed Najjar
Voce al mare
Recensione di Elvira Rossi
La bambola è un romanzo di Taghreed Najjar, edito da Feltrinelli nel 2024.
Di che cosa tratta La bambola di Taghreed Najjar?
Una bambola smarrita e ritrovata dopo cinquant’anni lega tre generazioni di donne che attraverso di lei si raccontano. Le loro vicende si intrecciano con la storia della Palestina a partire dalla Nakba del 1948.
La bambola Sally viene abbandonata nella casa di Giaffa, quando i genitori di Leila, per sfuggire alle violenze della occupazione israeliana, decidono di trasferirsi con i cinque figli a Beirut con la speranza di ritornare.
La partenza precipitosa e l’unica valigia non consentono di portare via Sally. Presto si comprenderà che la Nakba rende difficile il ritorno e come tanti palestinesi si dovranno rassegnare a vivere da profughi.
Da quel giorno tremendo del distacco dalla propria terra, a Leila, ormai madre e nonna, che vive a Chicago, della bambola non restano che un tenero ricordo e l’immagine stampata sopra una delle vecchie foto di famiglia. E sarà proprio un ritratto a suscitare l’interesse della nipotina Nada, che alla nonna chiede in regalo una bambola simile a quella della sua infanzia.
Nell’ardua ricerca, nonna Leila avrà l’aiuto di Arwa, la nipote più grande, che coadiuvata dall’amica Sarah si metterà sulle tracce di una bambola quanto più somigliante all’originale.
Il presente rincorre il passato e sulla rete di eBay compare niente meno la vera Sally.
La ricerca avventurosa non è priva di colpi di scena e non mancano gli attimi di tensione. Un segno particolare la rende riconoscibile, ma non ci si può accontentare di averla ritrovata.
Resta un interrogativo: la bambola come è giunta da Jaffa negli Stati Uniti?
La bambola ritrovata spalanca una finestra su un passato doloroso, vivo nella memoria.
Quella che Taghreed Najjar narra nel romanzo non è una fiaba: è la storia triste di una famiglia, parte di un popolo al quale si nega il diritto di esistere.
Il racconto diventa una forma di resistenza al furto d’identità.
L’autrice Taghreed Najjar non a caso privilegia i personaggi femminili, perché da sempre le donne in maniera silente, lontano dal rumore delle armi, scrivono la storia, la tramandano di generazione in generazione, assicurando la trasmissione delle conoscenze che connotano la civiltà di un popolo.
Le donne si rivelano risolute, capaci di superare il dolore, anche il più lacerante, e pronte a rialzarsi dalle sconfitte; si mettono alla testa della famiglia e senza prevaricazione guidano i figli nelle scelte.
Il loro pragmatismo imposto dalle circostanze non resta isolato, si colora di valori umani, sentimenti profondi e sogni, all’apice dei quali si pone un desiderio irrinunciabile di un futuro di libertà per la Terra lontana.
Nonna Leila attraverso i gesti della quotidianità, a partire dalla lingua araba fino ai profumi speziati della cucina, racconta la Palestina a quella generazione di figli e nipoti nati in esilio, affinché le radici non siano dimenticate.
La consuetudine giornaliera non è esente dall’imperfezione, a turbare la quiete intervengono conflitti generazionali, presto risanati dalla volontà di restare uniti.
Se le madri non rinnegano un figlio neppure quando sbaglia, i padri che restano ai margini della narrazione si svelano inflessibili, maneschi e gli atti di tenerezza che pure riescono a esprimere non sono sufficienti ad assolverli da comportamenti di maschilismo.
Per nonna Leila, che è una donna di cultura, parlare nelle conferenze o scrivere di Palestina è una missione da assolvere, per rinsaldare l’identità di chi vi appartiene, ma ancora di più per diffondere la conoscenza basata sulla testimonianza diretta, più convincente di una informazione troppo spesso distorta.
Il destino dei palestinesi è quello di essere sparpagliati per il mondo, ma a tenerli strettamente legati alla loro Terra è un forte senso di appartenenza e ogni incontro diventa occasione per rievocare un passato comune, da alimentare come una fiamma alla quale non è consentito spegnersi.
A Chicago, per il compleanno di nonna Leila, i parenti confluiranno dall’Australia, dal Libano e da altre città degli Stati Uniti e non è neppure un caso che la giovane Arwa, in procinto d’iscriversi alla Università, per la prima volta si recherà in Libano, per conoscere i parenti del padre, e dove avrà modo di immergersi nelle atmosfere del Medio- Oriente.
A Beirut non si sentirà estranea, quel mondo pulsante di vita pur differente dalle metropoli americane non le risulta sconosciuto, l’attira, l’avvolge in un abbraccio, le parla in una lingua familiare.
In quel luogo così affine alla sua anima Arwa riconosce la propria origine. Da quel momento le sarà chiaro che la società americana, accogliente e tollerante, non potrà mai possederla del tutto, perché la sua mente è rivolta alle sponde del Mediterraneo.
La ricerca di Sally avrà un risvolto straordinario: Leila incontrerà la bambina, che dopo di lei era entrata in possesso della bambola.
Nurìt, era entrata in possesso di Sally quando le autorità israeliane avevano assegnato a sua madre, proveniente dalla Polonia, la casa appartenuta alla famiglia di Leila, costretta ad abbandonarla.
Una bambina palestinese e una bambina ebrea avevano giocato con la stessa bambola.
Entrambe in fuga, la prima fuggiva dall’occupazione israeliana e la seconda era sfuggita alle persecuzioni naziste.
Entrambe vittime della follia umana.
Vite distanti e parallele destinate a incrociarsi.
Leila e Nurit scoprono di vivere negli Stati Uniti e potranno conoscersi.
Che cosa si diranno?
La storia le vorrebbe su fronti opposti e animate da sentimenti di ostilità, l’una verso l’altra.
Sarà veramente così?
Perché leggere La bambola di Taghreed Najjar?
La scrittrice Taghreed Najjar, nata nel 1951 in Giordania, è di origine palestinese. Due dei suoi numerosi romanzi sono stati tradotti in italiano. A darle la notorietà nel nostro Paese è stato Controcorrente. Storia di una ragazza “che vale 100 figli maschi”, a cui ha fatto seguito La bambola, pubblicato in Italia nell’aprile del 2024, quindi pochi mesi dopo il 7 ottobre 2023, giorno drammatico, che ha inasprito le relazioni, già compromesse da anni di colonizzazione, tra Israele e Palestina.
Nella narrazione si avverte la presenza persistente della Palestina. Una presenza discreta di chi non pronuncia parole di odio, non urla il dolore, ma lo affida all’evidenza della realtà, per richiamare l’attenzione sulla condizione di esiliati, costretti a lasciare la propria Terra soggetta a una occupazione di cui non si vede la fine.
Il linguaggio misurato e pacato predispone il lettore alla riflessione e oggi più che mai, alla luce di quanto sta accadendo, bisognerebbe affermare con fermezza che la questione palestinese non può essere ignorata: esige una soluzione.
La bambola di Taghreed Najjar è un romanzo adatto a tutte le età per lo stile di scrittura, elegante nella sua semplicità, e per la storia, che catturando l’attenzione del lettore, senza lasciargli un attimo di respiro, lo trascina piacevolmente fino all’epilogo.
Sinossi
Arwa ha diciotto anni, sta cercando sé stessa e deve fare i conti con la sua vita di adolescente di origine palestinese cresciuta negli Stati Uniti. Un giorno la nonna Leila racconta alla cuginetta Nada la storia della propria bambola che aveva quando era piccola e abitava a Giaffa, in Palestina.
La bambina vede una vecchia foto in cui la nonna tiene in braccio la bambola e subito le chiede di comprargliene una simile. Allora Leila invita Arwa ad aiutarla e la ragazza, con sua grande sorpresa, trova su eBay proprio la bambola che era appartenuta alla nonna.
Inizia a scavare nel passato di Leila, che era dovuta fuggire da Giaffa nel 1948, dopo l’invasione della Palestina. La ricerca della bambola diventa così il punto di partenza per riscoprire le sue origini e ricucire la sua identità con la storia della sua famiglia e della sua terra senza pace. Età di lettura: da 12 anni.







