Elvira Rossi: autrice di Carmela in libertà
Voce alle Donne
Intervista a cura di Emma Fenu
Elvira Rossi è una scrittrice di grande bravura, perfetta nella narrazione e animata dalla voglia di trasmettere messaggi e valori, di riflettere sul passato e presente, di comdannare ingiustizie, abusi e guerre nell’impegno quotidiano, quello per creare un mondo migliore e equo.
Nel suo romanzo, Carmela in libertà, edito da Gli Scrittori della Porta Accanto nel 2024, è evidente la volontà dell’autrice di associare al ritmo coinvolgente della storia la convinzione che solo la conoscenza rende liberi e riscatta da una condizione di subalternità che riguarda in modo particolare le donne.
Oggi Elvira Rossi è con noi per una chiaccherata nel salotto di cui è di casa, che è mio e suo al contempo, per dissertare di Carmela, ma anche di Elvira e di tutte le donne che conquistarono libertà e idipendenza economica in tempi in cui le difficoltà erano ancora più dure di oggi.
Benvenuta Elvira, Da cosa trae ispirazione la storia di Carmela? C’è un intento politico, nell’accezione etimologica del termine?
Grazie, Emma.
La protagonista del mio romanzo Carmela in libertà ha tratto ispirazione da un personaggio reale, preso a prestito per costruire una storia verosimile tratteggiando la società, il costume, la storia con i grandi eventi dei primi anni Cinquanta.
Carmela è il nome di una ragazza molto giovane, che venne a servizio nella mia famiglia. La storia che ho raccontato, partendo da lei, è inventata, a parte un particolare. Per davvero, io e mio fratello, che frequentavamo solo le prime classi della scuola
elementare, le insegnammo, attraverso il gioco, a scrivere nome e cognome. E quando andò via piansi molto. Di lei sono rimasti pochi fotogrammi, che mi parlano, ancora oggi, di una ragazza, giovane e modesta, capace di farsi amare dai bambini.
Carmela in libertà non nasce dalla nostalgia dell’infanzia, credo piuttosto che sia stato generato dalla consapevolezza, maturata in età adulta, dell’importanza di quegli anni, che segnano una radicale trasformazione del nostro Paese, sul piano politico e sociale.
Nel mio romanzo, la testimonianza incontra la storia. L’elemento sorprendente, che scaturisce dal mio vissuto, è l’estrema rapidità del cambiamento. È incredibile come nell’arco di un solo decennio, a parte i grandi eventi della politica, si assista alla trasformazione del territorio e all’adozione di un nuovo stile di vita
Quel mondo agricolo, che tra gli anni Quaranta e Cinquanta aveva espresso un bisogno di emancipazione attraverso lotte e occupazioni delle terre conclusesi con la Riforma Agraria di Alcide de Gasperi, perde la propria centralità, a vantaggio di un’economia basata sul consumo.
Alla logica del consumo non sfugge neppure il suolo agricolo, che viene divorato da un mostro senza controllo.
L’intenzionalità di scrivere un romanzo politico, come è stato anche definito, non c’è stata nella maniera più assoluta. Il mio intento era rappresentare l’atmosfera di un’epoca, con riferimenti a eventi storici di rilievo e semplici fatti della quotidianità.
Gli aspetti politici, che i lettori hanno colto nel mio romanzo, scaturiscono dalla mia visione della vita.
La mia ribellione alle disparità e alla povertà, prima di tramutarsi nell’adesione a una ideologia politica, è stata istintiva e affonda le radici proprio nell’infanzia. La miseria del dopoguerra era diffusa, grande e visibile. Non mi apparteneva, ma mi colpiva. E quello che toccava la mia sensibilità infantile è stato immagazzinato nella mia memoria e ha avuto un certo peso nella formazione di una coscienza politica.
La libertà di Carmela è la conquista dell’alfabetizzazione e dell’istruzione. Perché conoscere rende liberi?
Carmela, la protagonista del mio romanzo, racchiude nella segretezza del proprio animo la sofferenza per non aver avuto l’opportunità di frequentare la scuola.
Percepisce che nella scelta dei genitori siano entrati in gioco fattori estranei alla loro volontà. Prova un sottile rancore nei confronti del padre, ma una rabbia maggiore nei confronti di una società, che non le ha garantito di fatto il diritto allo studio.
La scoperta, avvenuta per caso, di una vecchia copia del Corriere dei Piccoli la eccita, la incuriosisce, ma non riesce ad andare oltre le immagini dei buffi personaggi. L’accesso alle storie le è precluso, non possiede la chiave per entrare in quel mondo fantastico.
Quel giornalino la seguirà ovunque, assume un valore simbolico, le indica una sorta di traguardo, da cui è stata ingiustamente esclusa in quanto povera e femmina. Con il giornalino sottoscrive un patto tacito, che a poco a poco prenderà la forma di un progetto: imparare a leggere e scrivere.
In una società, fondata sui privilegi di classe, è pronta a lottare per migliorarsi e guadagnare un proprio spazio di libertà.
La condizione umile di Carmela non la porterà a livelli alti. Resta però significativa la sua ribellione all’analfabetismo.
Carmela è analfabeta, ma non incolta. Intelligente e riflessiva, analizza con spirito critico i comportamenti umani e non si lascia ingannare dall’apparenza. Affronta con serietà ogni evento.
Quando si trova a dover fare delle scelte, non segue passivamente i modelli di comportamento proposti dagli adulti. Si pone degli interrogativi e giunge sempre alla stessa conclusione: se avesse studiato, sarebbe stata più sicura di sé e avrebbe trovato più facilmente delle risposte.
A torto o a ragione riporta tutto al punto dolente, al suo analfabetismo. Carmela ha ben compreso che l’istruzione è il fattore fondamentale per un processo di emancipazione.
La cultura eleva l’uomo, affina l’animo e la mente. Gli offre uno spazio di azione e realizzazione più ampio. Lo rende consapevole dei propri diritti e soprattutto gli fornisce degli strumenti di difesa predisponendolo alla lotta contro rapporti regolati dalla sudditanza e dallo sfruttamento.
La conoscenza non si appaga di sé, guarda in avanti, stimola la ricerca, ama il confronto e la diversità, disdegna i pregiudizi e i luoghi comuni. Favorisce il pensiero divergente e tende al progresso.
Quanta importanza ha l’amore nella crescita e nella consapevolezza della protagonista?
Carmela vive la prima esperienza amorosa in città quando è al servizio di una famiglia borghese. Non gode di un tempo che può amministrare a proprio piacimento, giacché in tutta la giornata non le viene riconosciuta neppure un’ora di libertà. Lo sfruttamento è ovunque e il lavoro in città non l’aveva resa più libera.
Gli incontri con un giovane postino sono brevi e avvengono in clandestinità nel giardino padronale. Le limitazioni sofferte contribuiscono a rafforzare in Carmela la consapevolezza di quanto siano radicate le diseguaglianze sociali.
La storia di amore, seppure breve e innocente, rappresenta il momento della scoperta. Carmela scopre l’attrazione per l’altro sesso, scopre i propri impulsi sessuali. La scoperta del piacere la esalta e la turba. Scopre di poter piacere e scopre la propria femminilità e incomincia a essere più attenta al proprio aspetto fisico. La risposta istintiva al piacere la spinge a interrogarsi sulla liceità delle proprie reazioni.
Gli unici punti di riferimento sono quelli di una cultura repressiva che si nutre di silenzio, di facili condanne, di una morale falsa.
Nel cercare una risposta, prova una sorta di ribellione ai modelli culturali mediati dall’esempio degli adulti e decide di non fidarsi: non vuole ripercorrere strade battute e inaffidabili. Carmela intuisce che non tutto è lecito e non intende abbandonare ogni freno, ma sarà lei in piena libertà a stabilire il limite delle proprie azioni.
Cosa rappresenta il personaggio di nonna Trofimena?
Nonna Trofimena svolge un ruolo importante nella formazione della nipote. Infatti Carmela da lei riceve una attenzione e una tenerezza che i genitori, presi dalle occupazioni quotidiane, le fanno mancare.
La nonna l’addestra nei lavori domestici fin da bambina, secondo la consuetudine delle famiglie contadine di quel tempo, ma nello stesso tempo cerca di evitarle le occupazioni più pesanti.
Nonna Trofimena ricorda alla nipote che non si va mai a casa d’altri senza un dono. Non è un atto formale, o di pura convenienza o di scambio, come spesso accade nell’ambiente borghese. Nella civiltà contadina il dono ha una sua gratuità, assume il valore simbolico dell’accoglienza e della generosità.
Negli insegnamenti della vecchia contadina, legata a molti aspetti della tradizione, è possibile, però, scorgere un dato trasgressivo: invita costantemente la nipote a non giudicare, ad andare al di là delle apparenze.
Ho attribuito questo carattere a nonna Trofimena, perché nelle donne di quella generazione riconosco il bisogno inespresso di una inversione culturale.
Come si dovrebbe essere verso le donne più giovani?
Una domanda interessante che potrei leggere anche al contrario: come le donne giovani dovrebbero porsi nei confronti delle donne anziane.
Tra generazioni diverse ci sono dei grandi assenti: incontro e dialogo. Non è neppure una questione di genere, amplierei il discorso. In passato, la strutturazione delle famiglie e della società favoriva la comunicazione tra persone di età differenti. Oggi mi sembra di assistere a una categorizzazione che penalizza tutti e in particolare gli anziani. Non più scambio, ma separazione, che talvolta rischia persino di degenerare in antagonismo. Nessuno ascolta più l’altro con un impoverimento culturale e umano di notevole proporzione.
Premesso questo, considero la specificità della domanda. Avere più anni non è né un merito né un demerito, è una condizione che si attraversa. Le donne adulte non dovrebbero prendere sé medesime come un modello da seguire. Sarebbe sbagliato porsi nei confronti delle giovani con un atteggiamento di sufficienza e di superiorità.
Le giovani donne meritano fiducia, le loro qualità vanno riconosciute e apprezzate. Lasciamole libere di vivere, di sognare, di sbagliare, di rialzarsi, di scoprire quanto sia importante lottare per sé e per gli altri.
Mi rammarico di una cosa: le giovani, potrei anche dire i giovani, non sono disposte all’ascolto dei vecchi. Le figlie spesso non conoscono la storia delle madri e soprattutto delle nonne. E non sanno che le vecchie di oggi sono state le protagoniste di un cambiamento epocale e che hanno contribuito all’emancipazione femminile, allo svecchiamento della società e alla conquista della democrazia.
E di fronte al disastro del presente, sebbene il corpo sia fiaccato, sono ancora predisposte a lottare. Del passato avrebbero molto da raccontare. Non dico insegnare, ma raccontare. E con il racconto che non c’è, si perde anche parte della memoria storica.
.Alle giovani tocca raccogliere una eredità che va riconosciuta e soprattutto potenziata, perché esistono segnali allarmanti che ci fanno temere addirittura un arretramento.
Oggi le donne e i poveri hanno accesso all’istruzione: possiamo dirci più liberi di allora, negli anni ’50, ma non liberi del tutto. Cosa manca alle donne di oggi?
Abbiamo l’illusione di essere liberi, ma non lo siamo. Dal mio punto di vista, la più grave delle minacce ricade sulla libertà di pensiero, che è la madre di tutte le libertà. L’informazione è un campo di battaglia dove i più potenti che dominano il sistema di comunicazione si impongono e anestetizzano le coscienze.
Non è facile leggere una realtà così complessa: cultura e senso critico sono strumenti che possono venire in nostro soccorso, per attivare dei sistemi di difesa rispetto a un conformismo imperante, che impoverisce e acceca la mente. Occorre espandere ed elevare il sistema della formazione scolastica.
Il livello d’istruzione è ancora poco esteso a fronte dei paesi europei. Alto è l’abbandono scolastico. Non credo che possiamo andare fieri di questi dati.
I poveri negli anni Cinquanta erano visibili e raccontavano storie di grande dignità. La povertà la vedevi, la sentivi, bussava alla tua porta, ti turbava, ti obbligava a riflettere.
Le nuove povertà rischiano di essere invisibili, sono distanti da noi, sono semplici fatti di cronaca, cifre che ci emozionano per pochi istanti. Sono immagini che lasciamo andare in fretta, perché non turbino la nostra quotidianità. La lontananza dissolve la partecipazione emotiva e genera assuefazione.
Le donne hanno raccolto, almeno nel nostro Paese, una serie di diritti inimmaginabili alla generazione precedente. Tuttavia la parità dei generi può essere raggiunta solo attraverso una rivoluzione culturale promossa da uomini e donne. È un problema che riguarda tutti, giacché esiste una forte correlazione tra parità di genere e democrazia.
Profondamente radicata nella coscienza collettiva è la convinzione che alle donne spettino, per dovere e vocazione, la gestione della casa e l’accudimento della famiglia. Lo spazio che possono riservare a sé stesse è ancora molto stretto. Subiscono un ricatto morale di cui non è facile liberarsi. Sensi di colpa e frustrazioni minacciano il loro benessere psicologico e ostacolano la loro realizzazione.
Tale situazione può essere risanata solo attraverso un processo educativo diretto a ristabilire un equilibrio tra i generi, nella distribuzione dei compiti e delle responsabilità.
Qualche segnale di speranza credo che provenga dalle ultime generazioni, più inclini alla collaborazione e allo scambio
dei ruoli.
E inoltre non può esserci emancipazione femminile senza una indipendenza economica. Alle donne andrebbero garantite le stesse opportunità di accesso e di carriera nel mondo del lavoro. Esiste uno stato sociale che non riconosce la funzione delle donne all’interno della famiglia e non le sostiene quando lavorano.
Ancora oggi le donne si trovano a fare delle scelte tra famiglia e lavoro.
L’indipendenza economica, che hai raggiunta fin da ragazza, e la continua passione per la cultura,
rispondono al bisogno di libertà di Elvira?
Un padre autoritario, al quale era difficile ribellarsi, mi ha spinto a desiderare l’indipendenza economica, che vedevo come unica strada possibile per guadagnare la libertà. Per me è stato prioritario lavorare e andare via di casa. Era una fuga legittima e dignitosa. Ho iniziato a insegnare molto presto dopo la laurea e lontano dalla mia città.
Oggi mi rendo conto dei sacrifici affrontati, allora non li ho riconosciuti come tali, perché potevo finalmente sorridere alla vita. Ero contenta: non avevo più padroni, ma solo legami affettivi molto forti con la mia famiglia.
Per essere libera nelle proprie scelte una donna non deve dipendere economicamente da nessuno.
Da bambina ho avuto una passione per la lettura, avevo sempre bisogno di un libro da leggere e amavo anche rileggere libri già letti. Entravo nelle storie, mi immedesimavo nei personaggi, condividevo emozioni e avventure. Uscivo dalla mia realtà e di volta in volta entravo in altre vite che vivevo con intensità.
La lettura apre spazi sconfinati e porta a vivere non una ma mille vite. I libri per me sono creature vive, compagni inseparabili di momenti di serenità. Ho letto e studiato anche per ragioni professionali, ma nella lettura ho cercato soprattutto aliti di vita. Loro mi hanno ricambiata, hanno impreziosito il mio tempo, mi hanno distolta dal dolore, mi hanno rigenerata, mi hanno portata in giro per il mondo, mi hanno fatto conoscere luoghi di pace e di guerra, mi hanno fatto apprezzare il valore della diversità.
La lettura mi trasmette la sensazione di muovermi in uno spazio senza limiti, priva di quei condizionamenti che nella realtà possono essere trattenuti, ma non del tutto eliminati. La libertà implica una incessante ricerca che non si esaurisce mai; trovare il giusto equilibrio tra noi e gli altri non è facile. Alla libertà dell’io antepongo la libertà del noi, basata sull’inclusione, sul rispetto, sulla
reciprocità degli affetti.
In Carmela, la protagonista del mio romanzo, ho trasfuso la mia idea di libertà. Una libertà tutta intima di chi si impegna a vivere con serietà la vita, a comprendere la realtà, a non lasciarsi trascinare da modelli scontati di comportamento, a darsi delle regole mettendosi in ascolto della propria coscienza, a rivedere i propri principi per migliorarsi e per quanto sia possibile contribuire al benessere collettivo.
Ringrazio Elvira Rossi per le sue meravigliose e appassionate risposte e vi invito alla lettura del suo libro, Carmela in libertà.
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