LE DIECI MAESTRE DI SENIGALLIA E LA LOTTA PER IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE

LE DIECI MAESTRE DI SENIGALLIA E LA LOTTA PER IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE

LE DIECI MAESTRE DI SENIGALLIA E LA LOTTA PER IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE

rubrica i Diritti delle Donne 

a cura di Veronica Sicari

dieci maestre senigallia

 

Non sono in molti, oggi, a ricordare la vicenda delle dieci maestre di Senigallia, e il ruolo che ebbe nella lotta per l’ottenimento del diritto di voto alle donne.

Si tratta di una di quelle storie che, ingiustamente considerate marginali, vengono relegate nell’oblio, cancellate dalla memoria collettiva.

È noto che furono il decreto legislativo n. 23 del 1945 e il successivo decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 1946 a riconoscere il diritto di elettorato attivo e passivo alle donne.

Le italiane si recarono alle urne, per la prima volta nella storia della nostra nazione, nella primavera del 1946, appena 75 anni fa.

21 furono le pioniere elette all’Assemblea Costituente, chiamate a partecipare attivamente, alla stesura della Carta Costituzionale. In quell’aula portarono l’esperienza di intere vite trascorse come cittadine di second’ordine, private del pieno godimento dei propri diritti. Una narrazione nuova, inedita, fino a quel momento silenziata.

È merito della loro presenza e del loro strenuo impegno se la nostra Repubblica si fonda su principi come quello di uguaglianza, che sancì definitivamente – quanto meno astrattamente – l’eliminazione di ogni discriminazione fondata sul sesso (art. 3 Cost.).

In verità la battaglia contro le disuguaglianze tra uomo e donna non fu conclusa con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, ma continuerà anche nei decenni successivi: nel 1963 le donne verranno ammesse ai pubblici uffici (compresa la magistratura) e alle libere professioni; nel 1975 la riforma del diritto di famiglia rivoluzionerà il ruolo dei coniugi all’interno del matrimonio; nel 1981 verrà abrogato il delitto d’onore e nel 1996 si avrà la riforma dei reati sessuali, con l’eliminazione dell’odioso istituto del matrimonio riparatore.

L’emancipazione femminile è stata condotta risalendo faticosamente una strada impervia, ancora oggi non del tutto percorsa.

Il diritto di voto costituisce il primo passo, una delle prime rivendicazioni del giovane movimento femminista, in piena rotta di collisione con uno dei più radicati pregiudizi sul mondo femminile.

L’angelo del focolare, docile, impressionabile, incapace di compiere scelte gravose per il bene collettivo, non possedeva – secondo il secolare stereotipo molto in voga al tempo – la capacità di spirito per partecipare attivamente alla vita collettiva.

Adele Capobianchi, Carolina Bacchi, Dina Tosoni, Emilia Simoncioni, Enrica Tesei, Giulia Berna, Giuseppina Berbecci, Iginia Matteucci, Luigia Mandolini e Palmira Bagaioli: dieci maestre, di un’età ricompresa tra i venti e i cinquant’anni, di varia estrazione sociale, alcune sposate altre no, dimostrarono che la narrazione del mondo femminile fino a quel momento perpetrata, era fallace.

Le dieci donne, infatti, aderendo al proclama pubblicato nel febbraio del 1906 da Maria Montessori, decisero di iscriversi nelle liste elettorali di Ancona, per prender parte alle elezioni politiche.

La celebre pedagogista, impegnata nella campagna del suffragio femminile, aveva in più occasioni incitato le donne a prender parte alla battaglia del voto. Alcuni tra i suoi proclami sono attualmente disponibili sulla rete.

In uno di questi, Maria Montessori spronò le donne facendo leva sul loro orgoglio di cittadine italiane:

“Andiamone superbe – e muoviamo a un plebiscito non meno glorioso di quello che consacrò una l’Italia. Diamo questo esempio di civiltà alle altre nazioni affinché si dica: “Grande è la libera Italia, che onorò nelle sue leggi la donna: imitiamola!”. Donne tutte, sorgete! Portate l’alto vessillo della vostra italianità alle urne – chiedete il voto politico: esso sarà un mezzo di gloria, di purificazione e di vita nazionale!”.

A quel tempo, grazie alle progressive riforme del sistema scolastico iniziate nella seconda metà dell’Ottocento, molte donne fecero ingresso nel mondo scolastico, frequentando gli istituti magistrali, ricoprendo incarichi professionali in verità poco ambiti dagli uomini, perché scarsamente remunerati.

Con un costante e progressivo aumento della scolarizzazione e la possibilità di accedere ad un – seppur modesto – salario, grazie ad una nuova e per certi versi inedita occasione di socialità, le donne iniziarono a riflettere sulla propria condizione, e a far proprie le rivendicazioni femministe ed emancipazioniste che iniziavano a diffondersi in tutta Europa e negli Stati Uniti. La loro consapevolezza nacque dalla condivisione.

Personalità come Maria Montessori e Anna Maria Mozzoni, quest’ultima attivista nella campagna emancipazionista e pioniera delle lotte per il voto alle donne, ispirarono le giovani, sempre più consapevoli della propria dignità di cittadine e desiderose di poter godere dei diritti e delle libertà riconosciuti agli uomini.

Queste nuove idee, la consapevolezza della necessità di acquisire pari diritti rispetto agli uomini, trovarono nelle scuole terreno fertile.

È in questo clima che prese il via la vicenda delle dieci maestre di Senigallia.

Il tema del suffragio femminile era già entrato nel dibattito pubblico a far data da metà dell’Ottocento: personalità di spicco del panorama politico italiano dell’epoca, come Giuseppe Mazzini, avevano in più occasioni espresso la necessità di rendere le donne partecipi della vita del paese. Se le donne erano chiamate a formare i futuri cittadini, era necessario che esse stesse prendessero parte alla vita politica.

Tra l’altro, la norma che sanciva il godimento dei diritti civili e politici agli italiani non conteneva alcuna limitazione fondata sul sesso.

L’art. 24 dello Statuto Albertino, emanato nel 1848, testualmente prevedeva che

“Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi”.

Nemmeno la legge elettorale del 1848 (legge Balbo) prevedeva limiti legati al sesso per l’esercizio dell’elettorato attivo e passivo: poneva, al contrario, condizioni anagrafiche (il raggiungimento del venticinquesimo anno di età), l’alfabetizzazione, e il pagamento di un censo annuo.

Al voto erano, di fatto, ammessi solo coloro che provenivano dalle classi privilegiate.

Nonostante ciò, l’esclusione del voto alle donne era un assunto pacificamente condiviso, mai fino a qual momento messo in dubbio.

La cultura patriarcale dell’epoca, le relegava al ruolo di madri, mogli, figlie, dedite alla cura della casa, in condizione di minorità rispetto al pater familias che le possedeva.

A partire dal 1881 e fino al 1888, diversi furono i disegni di legge che cercarono di estendere il suffragio alle donne: nessuno di questi fu approvato.

Furono compiuti tentativi anche distinguendo il voto amministrativo da quello politico, ritenendo che le donne potessero essere ammesse al primo – per censo – quando partecipassero al pagamento dei tributi, e dunque legittimamente interessate alla gestione degli interessi locali.

Anche tale proposta fu respinta, e, per contro, la legge comunale e provinciale del 4 maggio 1888 ne previde l’espressa esclusione.

Il fermento sociale sulla questione fu massimo: i gruppi femministi dell’epoca si organizzarono in veri e propri movimenti.

Nacquero la Lega promotrice degli interessi femminili (1878), l’Unione femminile nazionale di orientamento laico (1900), il Consiglio nazionale delle donne italiane (1903), Pensiero e Azione e Azione muliebre, entrambi di ispirazione cattolica, in forte rottura con quello che era l’orientamento della Chiesa del tempo.

Non sorprende che in questo clima di fermento sociale, l’iscrizione delle dieci maestre di Senigallia nelle liste elettorali creò un certo scalpore, determinando l’immediata impugnazione da parte del pubblico ministero regio.

Diversamente che per il voto amministrativo, la legge continuava a tacere sul voto politico: fu proprio per tale ragione, che il comitato elettorale di Ancora accettò l’iscrizione delle dieci donne.

Nonostante l’indignazione di alcuni, il ricorso del pubblico ministero venne rigettato dalla Corte di Appello anconetana, con una pronuncia a firma dell’allora Presidente Lodovico Mortara.

La decisione, nota come sentenza Mortara, respingeva il ricorso sulla scorta di argomentazioni innovative per l’epoca.

Lodovico Mortara fu fine giurista: professore universitario, era divenuto successivamente il più giovane consigliere della Cassazione romana. Ebbe una fulgida carriera nella magistratura e ricoprì incarichi di prestigio anche a livello politico, finché – per le sue posizioni personali – non fu investito da uno dei primi provvedimenti di epurazione del governo fascista.

Da Presidente della Corte d’Appello di Ancona si trovò, dunque, a scrivere una delle pagine più interessanti del diritto dell’epoca, riconoscendo la legittimità dell’estensione del diritto di voto politico alle donne.

La sentenza Mortara, oggi pressoché dimenticata dagli operatori del diritto, è stata fondamentale nell’evoluzione culturale del nostro Paese.

Una pagina giurisprudenziale che, con un’attività interpretativa delle norme e del sentire sociale avanguardistica per l’epoca, ha segnato il percorso di emancipazione femminile, depurando la questione della parità dagli stereotipi patriarcali dell’epoca.

La sua rilevanza non è, tra l’altro, limitata alla questione elettorale.

Con quelle pagine, Lodovico Mortara compì un importante sforzo interpretativo: vestendo la toga, scelse di abbandonare le sue convinzioni personali, lasciandosi guidare esclusivamente dai principi giuridici in quel momento vigenti.

Infatti, intervistato dalle riviste dell’epoca, il magistrato si disse personalmente contrario all’estensione del voto alle donne, ma fermamente convinto che le sue convinzioni personali non dovessero in alcun modo interferire con l’esercizio della funzione giurisdizionale.

Il filo conduttore della motivazione fu un’approfondita analisi del già citato art. 24 dello Statuto Albertino, che prevedeva quali legittime le limitazioni al godimento dei diritti civili e politici solo quando espressamente previste dalla legge. Il voto è innegabilmente espressione di un diritto politico, al pari della libertà individuale e di quella di manifestare le proprie opinioni.

Se il legislatore avesse ritenuto opportuno limitarlo in base al sesso, avrebbe dovuto farlo espressamente, così come già avvenuto con il voto amministrativo.

In assenza di una norma specifica, dunque, le donne possedevano il pieno diritto votare alle elezioni politiche.

La sentenza ebbe una portata rivoluzionaria e infiammò gli animi.

Rese le dieci maestre delle vere e proprie protoelettrici.

Nonostante i dibattiti, e il favorevole accoglimento della pronuncia da parte di tutti i movimenti femministi e taluni giuristi, le dieci maestre di Senigallia non varcarono mai i seggi elettorali: la Cassazione, infatti, con la sentenza del 12 dicembre 1906, ribaltò le conclusioni a cui era addivenuto Mortara, affermando che l’esclusione del voto politico alle donne fosse un principio ispiratore dell’intero ordinamento giuridico in materia di diritto pubblico.

Non era necessaria una norma specifica, perché il limite era già contenuto nei principi stessi dello Stato, e nelle consuetudini e tradizioni.

Lo scontro tra le due sentenze di fatto ripropose l’annosa questione del rapporto tra il diritto e tradizioni, tra leggi scritte e principi, che continua a mantenere ancora oggi la sua attualità, infiammando il dibattito politico, prima ancora che giuridico.

Nonostante l’epilogo della vicenda, è innegabile che la sentenza Mortara rappresenti ancora una pagina fondamentale della lunga e faticosa battaglia per l’emancipazione femminile.

La vicenda delle dieci maestre ispirò i successivi dibattiti per il voto alle donne: nel 1910, le donne divennero elettrici ed eleggibili nelle Camere di Commercio, vedendosi però, ancora una volta rifiutare l’elettorato amministrativo e politico nella successiva legge elettorale Giolitti nel 1911.

Nondimeno, la discussione non si sopì e rimase al centro delle questioni parlamentari per un altro decennio, fino all’avvento del fascismo.

Il regime da una parte, infatti, promise il voto alle donne, senza mai concederlo, e dall’altra emanò una serie di norme che erosero i diritti fino a quel momento raggiunti, ad esempio in materia di lavoro e di salario, rafforzando la forte componente patriarcale radicata nella cultura italiana.

Bisognerà attendere la fine del secondo conflitto mondiale per ottenere il ripristino delle libertà fino a quel momento negate alle donne, voto compreso.

Benché ormai ammesse al suffragio, ancora oggi la vita politica delle donne, non espressamente limitata da norme giuridiche, trova degli innegabili freni: dal 1948 ad oggi, nessuna donna è stata eletta Presidente della Repubblica o Presidente del Consiglio dei Ministri.

La prima ministra fu eletta nel III Governo Andreotti, nel 1976 (Tina Anselmi, Ministra del lavoro); la prima Presidente della Camera dei deputati è stata Nilde Iotti, nel 1979.

Nonostante la piena parità tra uomini e donne sia sancita a livello costituzionale, è stato necessario emanare una serie di norme giuridiche capaci di garantire la presenza femminile nelle aule politiche: nei primi anni ’90, ad esempio, sono state introdotte quote rosa tanto a livello locale che nazionale.

Nei primi anni 2000, invece, attraverso la modifica di alcune norme Costituzionali, la Repubblica si è fatta carico della progressiva di leggi che espressamente rimuovano “ogni ostacolo che impedisca la parità di accesso tra uomini e donne alle cariche elettive” (art. 117, ult. comma Cost., modificato dalla legge costituzionale n. 3/2001).

Si sono susseguite nel tempo disposizioni in materia di doppia preferenza di genere e di inammissibilità di liste elettorali quando non prevedano la pari rappresentanza di genere tra i candidati. Sono finanche state stabilite vere e proprie sanzioni economiche, nella forma di mancate attribuzioni economiche ai partiti che non rispettino la pari rappresentanza di genere.

Le norme, le sanzioni, le quote rosa rappresentano un innegabile stimolo al raggiungimento della pari rappresentanza, e sono senza dubbio irrinunciabili.

Tuttavia, da sole non solo sufficienti.

Se alle norme giuridiche non si affianca un vero e proprio cambio di passo, una rivoluzione culturale che ponga fine allo stereotipo patriarcale che vorrebbe le donne inadatte – salvo poche eccezioni – alla gestione della cosa pubblica, saremo perennemente costretti ad affidarci ad interventi mirati, che sviliscono l’effettivo ruolo delle donne in politica e che delegittimano, spesso, la presenza femminile.

Fintanto che la partecipazione delle donne alla vita politica del nostro Paese verrà vissuta in un’ottica paternalistica, come se si trattasse di un’eccezione solo per taluni talenti eccezionali e non un diritto per chiunque nutra interesse e abbia la voglia, la capacità e le competenze di spendersi per il bene comune, una piena rappresentanza rimarrà inattuata.

 

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