La violenza economica da parte dell’ex dopo la separazione o il divorzio: i rimedi giudiziari.

La violenza economica da parte dell’ex dopo la separazione o il divorzio: i rimedi giudiziari.

La violenza economica da parte dell’ex dopo la separazione o il divorzio: i rimedi giudiziari.

articolo di Sabrina Corti

Per la nostra rubrica di diritto, affrontiamo questo mese una problematica purtroppo assai diffusa e di cui si parla ancora poco: la violenza economica da parte dell’ex coniuge (o convivente) nei confronti dell’altro ex.

L’ambito è vastissimo e meriterebbe una trattazione corposa e prolissa.

Ci soffermiamo quindi, limitando il campo, su quella che è la violenza economica perpetrata nei confronti della madre da parte del padre che dolosamente si sottrae al versamento dell’assegno di mantenimento in favore dei figli.

Non tratterò, quindi, di quei padri che, oggettivamente in difficoltà economiche, si trovino nella impossibilità di far fronte agli impegni economici, quanto invece di quei soggetti che, ben potendo provvedere economicamente al mantenimento, se ne sottraggano deliberatamente, ponendo in difficoltà gravissime la madre e, di riflesso, i figli (tanto più se minori).

Si tratta di una deriva terribile che coinvolge moltissime donne. Madri che si trovano a dover mantenere i figli da sole, senza alcun aiuto da parte del padre, appesantendo una situazione emotiva e pratica di già complicata gestione.

La violenza economica è considerata a pieno titolo violenza di genere.

Sempre più spesso mi capita di dover rispondere a madri che mi chiedono quali siano i rimedi contro i padri che si sottraggono al versamento dell’assegno di mantenimento.

Ancora una volta occorre distinguere i rimedi penalistici da quelli civilistici.

 

Da un punto di vista penale il rimedio è il deposito di una denuncia querela, ex artt. 570 e 570 -bis del codice penale, articoli che testualmente recitano

Articolo 570 c.p.

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale alla tutela legale o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro.

Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:

  1. 1) malversa o dilapida beni del figlio minore o del coniuge;
  2. 2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti  di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti 75] o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge”

Articolo 570-bis c.p

Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli.

Va tuttavia precisato che il procedimento penale non da risultati immediati e, soprattutto, non risolve il problema del riuscire ad ottenere in concreto il denaro.

Si tratta quindi di un procedimento che lo Stato, a querela di parte, intraprende al fine di ottenere una sentenza di condanna nei confronti dell’imputato colpevole di omesso versamento dell’assegno dovuto in favore dei figli. I processi di questo genere spesso terminano con l’emissione di un decreto penale di condanna, provvedimento con cui  l’imputato viene condannato al pagamento di un importo, sostitutivo della pena detentiva, in favore dello Stato (attenzione quindi; non della moglie, o della compagna) oppure con il rinvio a giudizio dell’imputato a cui seguirà il processo penale vero e proprio. In questo secondo caso la ex moglie, o ex compagna, avrà il diritto di costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento del danno.

Come vedete si tratta di un procedimento che non porta un beneficio diretto all’avente diritto e soprattutto sconta tempi processuali piuttosto lunghi.

Di gran lunga preferibile è far accostare alla querela, che seguirà il suo corso, uno dei rimedi che il nostro codice civile o di procedura civile di permettono di utilizzare.

Eccoli.

Facciamo prima una premessa importante.

Per poter accedere ai rimedi civili, occorre che la madre sia in possesso di quello che giuridicamente si chiama “titolo esecutivo”.

Titoli esecutivi, relativi al mantenimento dei figli, sono:

  • le sentenze di separazione e divorzio
  • le omologhe delle separazioni consensuali
  • i provvedimenti emessi dal Presidente del Tribunale, o dal Giudice istruttore, all’interno di un procedimento di separazione e divorzio giudiziali
  • gli accordi di negoziazione assistita aventi ad oggetto la separazione o il divorzio (o la modifica delle condizioni di separazione o divorzio)
  • i provvedimenti del Tribunale, resi in favore delle coppie di fatto, che dispongono un mantenimento a carico di una parte ed in favore di un’altra a titolo di mantenimento dei figli minori.

Diamo quindi per scontato che si sia in possesso di un titolo esecutivo.

Cosa può fare una madre per veder garantito il pagamento il proprio diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento?

Facciamo un esempio pratico: un padre è tenuto a versare l’importo mensile di € 400 in favore della moglie a titolo di mantenimento per il figlio minore, ma si sottrae dolosamente al pagamento.

Molto spesso mi sento dire questa frase: “avvocato, perché il padre non adempie? é scritto nella sentenza! è obbligato!”.

Certo, è vero: è obbligato. Ma ognuno di noi, ad esempio, è obbligato ad osservare le norme giuridiche. Eppure non tutti le rispettano per il solo fatto che siano scritte. Anzi.

Quindi, se il padre non versa il mantenimento, dovrà essere la madre ad attivarsi per ottenere con la forza (giuridica 😉 ) quello che spontaneamente non viene corrisposto.

Il rimedio più comune ed utilizzato è il cosiddetto “pignoramento presso terzi”

Come funziona.

Partendo dal nostro esempio, se il padre ha omesso, ad esempio, il pagamento di 10 mensilità, sarà debitore nei confronti della madre di 4000 euro.

Poniamo che questo soggetto sia assunto e percepisca uno stipendio.

Il pignoramento presso terzi consente all’avvocato della madre di notificare al terzo (ovvero al datore di lavoro del padre) un atto di pignoramento dello stipendio.

Ma il pignoramento presso terzi ha due limiti piuttosto forti: innanzitutto il pignoramento si può fare limitatamente ad un quinto dello stipendio (salvo che il Giudice autorizzi un limite superiore), quindi, nel nostro caso, se il padre percepisce uno stipendio di 1.500 euro, la somma massima mensile pignorabile è pari ad € 300. Quindi significa che questa madre, per ottenere il pagamento del pregresso, dovrà attendere oltre un anno… e nel frattempo avrà accumulato altri crediti.

Infatti, e questo è il limite più grande del pignoramento presso terzi, è proprio quello di poter essere concesso su somme già maturate ma non sulle somme future. Quindi, una madre, se ha a che fare con un debitore seriale, dovrebbe continuamente notificare al datore di lavoro pignoramenti presso terzi, con ingente costo di denaro e perdita di tempo.

Indubbiamente il rimedio migliore, e quello che ancora in pochi utilizzano, e il rimedio previsto dall’art. 156, VI comma, del codice civile ovvero il pagamento diretto da parte del terzo.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto

In pratica, nel caso in cui il padri non versi quanto dovuto, la madre potrà chiedere che il Giudice disponga che il terzo (ad esempio il datore di lavoro, ma anche, ad esempio, l’inquilino che deve corrispondere al padre un canone di locazione, o un qualunque creditore del padre che sia tenuto al pagamento di una somma mensile) versi direttamente alla madre la somma a titolo di mantenimento.

Trattasi di uno strumento che colpisce nel segno perché, a prescindere dalla volontà del padre, egli si vedrà sottratte le somme che egli deve alla madre e che questa percepirà direttamente dal terzo, garantendo così un puntuale mantenimento.

Nel caso di rapporto di lavoro, sempre considerando il nostro esempio, se il Giudice autorizza un pagamento diretto del datore di lavoro in favore della madre, egli ogni mese dovrà decurtare dallo stipendio la somma dovuta a titolo di mantenimento e versarla direttamente alla madre, accreditando al padre lo stipendio per differenza.

Importante

Questo procedimento, benché contenuto nelle norme che regolano il matrimonio, è applicabile (ed applicato in concreto) anche per le coppie di fatto in cui sia previsto l’obbligo di versamento di un assegno in favore dei figli minori.

Questi rimedi, ça va sans dire, son però applicabili laddove vi sia un terzo obbligato a corrispondere delle somme periodiche.

Nel caso in cui la parte obbligata sia un libero professionista, o un imprenditore, o in generale un lavoratore  le cose si fanno molto più complicate perché spesso questi soggetti, al fine di evitare esecuzioni, occultano i propri redditi (ad esempio mantenendo pochissimo sul conto corrente o ricorrendo a prestanomi o soggetti conniventi che accettano di fungere da depositari del denaro dell’obbligato garantendogli una sorta di immunità).

In questo caso è possibile, anche se non è sempre agevole, richiedere al Tribunale un accertamento da parte della Guardia di Finanza oltre, come detto, al deposito di una denuncia querela.

 

 

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