LE CIOCIARE DI CAPIZZI – Marinella Fiume

LE CIOCIARE DI CAPIZZI – Marinella Fiume

LE CIOCIARE DI CAPIZZI – Marinella Fiume

Recensione di Veronica Sicari

ciociae capizzi

Le ciociare di Capizzi è un saggio di Marinella Fiume, edito da Iacobellieditore nel 2020.

Con Le ciociare di Capizzi, Marinella Fiume, apprezzata scrittrice siciliana, compie un’opera di tessitura di frammenti di memoria individuale, per consegnare alla collettività una storia comune.
La storia di un orrore che, fino a quel momento, è stato tragedia intima, personale.
Vergogna e dolore da dimenticare, espirare, sepolto sotto anni e anni di silenzio.

Si tratta degli stupri avvenuti ad opera dei Goumiers, ossia i marocchini (ma anche tunisini) in forza nell’esercito francese durante lo sbarco degli alleati sulle coste siciliane il 10 luglio 1943. Violenze ricordate con il termine “marocchinate”.

“Il termine non intende assumere decisamente una valenza razzista col fare riferimento alla responsabilità diretta ed esclusiva degli accadimenti da parte di una sola etnia, quanto piuttosto a un complesso intreccio di fatti culturali, storici e di esplicite responsabilità occidentali.

Sarebbe infatti facile e sbagliato, come è stato pur fatto, ricondurre a pregiudizi etnici e razziali le cause di questi fenomeni spiegandoli con istinti primordiali di selvaggi vissuti nelle zone più povere e montuose del Maghreb o con motivazioni religiose in chiave anti-islamica.

E, come sarebbe sbagliata una teoria basata sul biologismo che spieghi quelle violenze con la bestialità dei violentatori, allo stesso modo lo sarebbe una teoria basata sul culturalismo che le riconduca a ragioni etnico-religiose legate alla tradizione berbera e a una guerra vissuta come guerra contro gli infedeli.

Perché, mentre è innegabile che la responsabilità e connivenza dei vertici militari che avrebbero dato a queste truppe in modo più o meno esplicito carta bianca per vincere una guerra non loro con la promessa francese dell’indipendenza nazionale, appare più plausibile, pur senza che questo offra giustificazione alcuna alle violenze, la teoria che individua le ragioni di quei crimini efferati nel “drammatico conflitto tra cultura berbera, guerra e cultura locale”.

Si tratta delle medesime violenze raccontate da Alberto Moravia nel suo celebre La ciociara, che ha ispirato l’omonimo film diretto da Vittorio De Sica ed interpretato da un’intensa e magistrale Sophia Loren.

Cosa accadde, dunque, a Capizzi? Quali e di chi furono le responsabilità per quegli atti ignobili sulla popolazione femminile inerme? Nella sua approfondita analisi, Marinella Fiume specifica che

“il fenomeno si comprende meglio se lo riguardiamo sotto l’aspetto di un intrecciarsi di universi culturali, di fatti storici e di responsabilità politiche e militari occidentali”.

L’autrice, coadiuvata dall’Associazione Fidapa del luogo, ha raccolto le testimonianze di chi ha vissuto quei terribili sei giorni di permanenza dei Gourmiers nel piccolo borgo dei Nebrodi e di chiunque avesse appreso notizie sulla vicenda, supportandola con le poche fonti documentali ancora esistenti.

È stato così possibile, nonostante i decenni di silenzio serbato sulle vicende, cosa accadde in quei terribili sei giorni.
Dopo le prime aggressioni in danno delle donne, i cittadini si rivolsero alle autorità militari che gestivano il paesino, chiedendo un deciso intervento per porre fine alle violenze.
Ma i militari alleati non mossero un dito, lasciando i cittadini abbandonati a sé stessi.

“I capitini, che avevano sperato nei liberatori anglo-americani, non riuscivano a capacitarsi di essere finiti dalla padella dei tedeschi alla brace dei marocchini e che le Autorità militari alleate, seppure ripetutamente informate, non intervenissero a ristabilire la disciplina delle truppe coloniali.

E tentavano di darne una loro spiegazione “etno-antropologica” secondo categorie diffuse da certa propaganda anglo-americana.

Secondo questi pregiudizi etnici, la cui consapevolezza emerge a chiare lettere dalle testimonianze, i montanari capitini sarebbero stati considerati selvaggi alla stregua dei marocchini: due forze uguali e contrapposte che si dovevano lasciare sole nella resa dei conti”.

E fu questo che i capitini fecero. Affrontarono corpo a corpo i brutali aggressori.
Nonostante gli uomini più forti e giovani fossero impegnati al fronte, chi rimase si difese al meglio. Diversi Gourmiers furono uccisi, in alcuni casi non senza essere torturati, sorpresi nei boschi nei quali la popolazione si muoveva con disinvoltura.
Le donne venivano fatte nascondere nelle case, nella speranza di eludere le scorribande di questi soldati.

“Una vendetta atroce compiuta secondo una primitiva applicazione di una legge del taglione e del contrappasso, ancora ricordata con un velo di sarcasmo: evirati e ammazzati o sepolti vivi.

E poi, in un grido ancora risentito dell’anziano pater familias, la giustificazione morale della vendetta da parte degli anziani che ha della tragedia greca in quanto giusta punizione dalla hybris, alla tracotanza, all’eccesso, alla prevaricazione, all’azione ingiusta ed empia che non potrà non condurre alla catastrofe: “Quello che ci toccavano era la dignità. Era la persona. La vita. I genti non si toccano! Le donne non si toccano!”

Gli uomini, dunque, reagirono e spinsero in qualche modo i Goumiers a desistere dalle loro incursioni.

“La vendetta aveva riparato il prestigio sociale maschile su cui la società patriarcale si fondava”.

Eccezionalmente, le donne aggredite sessualmente non vennero ripudiate dai propri mariti, nemmeno quando diedero alla luce il frutto di quelle violenze. Alcune emigrarono, altre abortirono, altre ancora morirono in seguito alle lesioni subite.
Alcune non riuscirono mai più a riprendersi da quelle dolorose esperienze, cadendo nella depressione e poi nella follia.

“Da questa violenza a Capizzi nacquero anche figli, alcuni dei quali furono accettati, altri vennero abbandonati alle suore. Ma gli uomini se le tenevano le donne violentate perché non si erano passate un capriccio, ma era stata una disgrazia, perciò non le abbandonavano”.

Sulle ragioni sottese agli stupri compiuti in occasione di conflitti armati, riconosciuti dalla comunità internazionale quali vera e propria arma di guerra ed espressamente vietati dalla Convenzione di Ginevra, esistono quattro diversi approcci teorici nell’ambito degli studi sociali.
Secondo una prima impostazione, femminista, esiste un continuum tra le violenze sessuali in un contesto di guerra e quelle patite durante i periodi di pace:

“a motivo dell’atavica subordinazione della popolazione femminile alla cultura patriarcale dominante. All’interno di questo filone rientrano tutti quegli studiosi che ritengono che non ci sia un vero e proprio dopoguerra di pace e di tutela giuridica per le donne, in quanto si assiste a un constante reiterarsi della violenza semplicemente perché non si rimuovono le sue cause sottese”.

Altra impostazione, patologico-culturale, trae le mosse da studi antropologici e sociologici, ma anche psicologici e psicanalitici.

“In questo filone si inquadrano le riflessioni sulle caratteristiche di personalità dello stupratore, che di norma è un soggetto con un’identità fragile, incapace di una relazione intima con il femminile se non attraverso le forme dell’annichilimento e dell’umiliazione”.

Un terzo orientamento è definito strategico e

“considera la violenza sessuale un’arma per mortificare, intimidire e sottomettere il nemico, colpendone la parte più vulnerabile, cioè la popolazione. […] Stuprare le donne simbolicamente significa marcare il territorio dell’avanzata militare attraverso lo spargimento del seme dei soldati nella popolazione femminile, anche in virtù dell’identificazione della mascolinità con le politiche espansionistiche”.

Un’ultima impostazione, invece, biosociale, sottolinea come la guerra rappresenti un periodo di sospensione

“delle norme etiche che inibiscono il desiderio sessuale in virtù dello stato di eccezionalità che rappresenta il conflitto, vista anche la sostanziale impunità consentita ai soldati.”

Questi atti ignobili, quale che sia la causa psicologica, sociale o culturale ai quali si preferisce riconnetterli, creano una serie di fratture non soltanto nella vita delle donne che li subiscono, ma anche nella società di cui fanno parte.
E i loro effetti possono divenire nefasti anche e soprattutto per le vite di quegli innocentiche ne costituiscono il frutto. Non sempre, infatti, i bambini concepiti e poi dati alla luce furono reintegrati nel tessuto sociale.

Ad esempio, gli stupri patiti dalle donne nel primo conflitto mondiale spinsero il cardinale Celso Costantini a fondare a Venezia nel 1918, un ospizio per questi figli della colpa, che venivano abbandonati dalle famiglie, perché non accettati.
In questo senso, l’esperienza vissuta a Capizzi rappresenta quindi un’eccezione.

Al contrario, gli stupri in tempo di guerra, no. Continuano ad essere perpetrati: si pensi alle esperienze terribili patite delle donne della ex Jugoslavia, o a quelle delle donne ruandesi di etnia tutsi.

Inenarrabili violenze, simili per brutalità ed effetti, sebbene verificatesi in luoghi del mondo tra loro così lontani. A ricordare che la guerra, per le donne, è sempre più dolorosa.

“Educare al giusto ricordo è premessa indispensabile per la formazione delle coscienze e per la costruzione di sani modelli di condotta e di relazione”.

Marinella Fiume, con Le ciociare di Capuzzi, contribuisce a creare una memoria collettiva, patrimonio di un’intera comunità.

Perché, citando Michela Murgia, a sua volta ricordata dalla stessa autrice,

“solamente la narrazione trasforma la sofferenza individuale in spazio comune, in memoria del dolore che può essere abitato da tutti”.

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Sinossi

Marinella Fiume fa parlare le donne siciliane che raccontano “le marocchinate” subite durante la Seconda guerra mondiale per opera dei Goumiers (marocchini dell’esercito francese) nel corso della loro avanzata in occasione dell’operazione Husky.

Lo stupro a danno delle popolazioni civili durante i conflitti armati è strumento di guerra, anche se spesso nascosto e ignorato come crimine di guerra.

Le donne sono considerate parte del bottino di guerra, lo stupro viene minimizzato come naturale conseguenza del fatto che gli uomini sul fronte sono lontani dalle loro famiglie, che i soldati meritano un compenso alle loro fatiche, un sollievo allo stress. È un modo “naturale” di dimostrare il
loro coraggio e la loro virilità.

Il fenomeno diffuso dei bordelli di guerra al seguito degli eserciti ne è una dimostrazione. Insomma il fenomeno è ancora una volta frutto dello stereotipo patriarcale secondo cui la violenza appartiene al maschio e subirla è destino delle donne, sempre inevitabili vittime.

A raccontare tutto questo non sono le carte degli archivi, né gli scrittori o i registi, ma le nipoti e i nipoti di quelle donne, quelle che, in Sicilia, non hanno mai raccontato né denunciato e si sono portate nella tomba il peso del macigno che ha gravato per tutta la vita sul loro cuore.

Titolo: Le ciociare di Capizzi

Autore: Marinella Fiume

Edizone: Iacobellieditore, 2020.

 

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