CACCIA ALLE STREGHE, GUERRA ALLE DONNE – di Silvia Federici

CACCIA ALLE STREGHE, GUERRA ALLE DONNE – di Silvia Federici

CACCIA ALLE STREGHE, GUERRA ALLE DONNE – di Silvia Federici

Recensione di Veronica Sicari

caccia streghe

 

Caccia alle streghe, guerra alle donne è un saggio di Silvia Federici, edito da Nero Edizioni nel luglio 2020.

Silvia Federici è una femminista, scrittrice, docente e militante italiana, naturalizzata americana. Studiosa appassionata di tematiche collegate alla parità di genere, ha già affrontato nel precedente saggio, “Calibano e la strega”, il fenomeno della caccia alle streghe, individuandone le cause.

In Caccia alle streghe, guerra alle donne, riprendendo le fila di quanto già affermato, utilizza le riflessioni compiute per analizzare la nuova ondata di violenza contro le donne attualmente in atto, che sta insanguinando taluni luoghi del mondo.

Parrebbe che lo stigma della strega abbia, infatti, ripreso vigore portando con sé, quale corollario, morti violente, esecuzioni, dolore, ingiustizia e segregazione, tutti fenomeni che pensavamo relegati ad un lontano passato.
Silvia Federici ci mostra come il fenomeno della caccia alle streghe, che ha insanguinato l’Europa e l’America del XVI e XVII, sia tornato in auge di recente, in altre zone del mondo: Africa Subsahariana, Sudest asiatico e l’India.
Diverse sono le domande a cui rispondere, non da ultimo la fondamentale:

“Perché proprio le donne, dai cui corpi provengono tutti gli esseri umani venuti al mondo, che procreano e nutrono i bambini e ogni giorno riproducono le proprie famiglie, sono l’obiettivo di tale violenza, compresa una nuova caccia alle streghe?”.

Tra le concause della medievale caccia alle streghe l’autrice individua la cosiddetta accumulazione primitiva, ossia la privatizzazione delle terre comuni, considerata come antesignana del futuro capitalismo.

A questa, si affianca la progressiva creazione di una nuova morale, di derivazione religiosa, e dunque di una nuova redistribuzione dei ruoli tra uomini e donne. Una vera e propria riorganizzazione sociale di stampo patriarcale.
Si legge nel saggio:

“Lo sviluppo del capitalismo iniziò con una guerra alle donne […]

La caccia alle streghe, infatti, ha distrutto un universo di soggetti e pratiche che ostacolavano la formazione di quelle che erano le precondizioni del nascente sistema capitalista: l’accumulo di forza lavoro su larga scala e l’imposizione di una disciplina del lavoro più coercitiva.

Definire e perseguitare le donne in quanto “streghe” ha spianato la strada in Europa al loro confinamento nel lavoro domestico non retribuito; ne ha legittimato la subordinazione agli uomini, sia dentro che fuori dalla famiglia; ha conferito allo Stato il controllo sulla loro capacità riproduttiva, garantendo la produzione di nuove generazioni di lavoratori.

In questo modo, la caccia alle streghe ha costruito un ordine patriarcale specifico del capitalismo che perdura ancora oggi, nonostante i suoi continui adattamenti messi in campo per rispondere sia alla resistenza delle donne sia alle mutevoli esigenze del mercato del lavoro”.

Le persecuzioni che tutti conosciamo non soltanto grazie alle fonti dell’epoca, come il Malleus Maleficarum, ma anche grazie all’iconografia che di quel periodo ci è stata fornita dal mondo dell’arte e del cinema, non erano solo di tipo fisico. Accanto alle torture, alle esecuzioni pubbliche, al clima di sospetto che avvelenò la vita di quegli anni, anche la lingua subì delle modifiche.

Non tutti sanno che il termine “gossip”, oggi sinonimo di pettegolezzo, inizialmente indicava l’amicizia tra donne.

Scrive l’autrice:

“Attribuire un significato denigrante al termine che indicava l’amicizia tra donne è servito a distruggere le forme di socialità femminile prevalenti nel Medioevo, quando la gran parte delle attività femminili erano di natura collettiva e – quantomeno negli strati sociali inferiori – le donne formavano una
compatta comunità fonte di una forza ineguagliata nell’età moderna”.

E tale forza, tale alleanza femminile non poteva trovare spazio nella nascente cultura patriarcale e fallocentrica che di lì a poco si sarebbe sviluppata.
Una riorganizzazione sociale non avrebbe mai potuto prescindere da una cultura al suo servizio, capace di imporre nuovi schemi e creare nuovi modelli. Infatti, sono giunge fino a noi diverse pièce teatrali satiriche del tempo, nelle quali venivano mostrate donne pettegole, aggressive contro i mariti, dedite a bere nelle taverne – dove in effetti le donne dei ceti medio e basso si riunivano – e ad elaborare piani per sottomettere i propri mariti.
Tutte le opere del tempo avevano lo scopo di stigmatizzare la libertà delle donne e a creare un sentimento di sospetto. Donne che all’epoca, soprattutto quando appartenenti alle classi più umili, riuscivano a ritagliarsi degli spazi di confronto e di vita in comune.

Secondo Silvia Federici

“queste rappresentazioni satiriche, espressione di un crescente sentimento misogino, sono state strumentali alla politica delle arti nel loro sforzo di diventare spazi esclusivamente maschili. Ma la rappresentazione delle donne come figure forti e in grado di farsi valere coglie anche la natura dei rapporti tra uomini e donne dell’epoca.

Sia nelle aree rurali che in quelle urbane, le donne non dipendevano dagli uomini per la loro sopravvivenza: avevano le proprie attività e condividevano gran parte della loro vita e del loro lavoro con altre donne. Le donne collaboravano tra loro in ogni momento della vita: cucivano, lavavano i vestiti e partorivano circondate da altre donne, con gli uomini rigorosamente esclusi dalla stanza del parto. Il loro status legale rifletteva questa autonomia.

Nell’Italia del XIV secolo, potevano ancora andare autonomamente in tribunale a denunciare un uomo che le avesse aggredite o molestate”.

La caccia alle streghe cancellò, dunque, una intera cultura comunitaria. Eliminando fisicamente le detentrici di talune tradizioni, vale a dire le donne anziane, progressivamente gli uomini si appropriarono di molti di quei compiti che fino a quel momento erano stati prettamente femminili.

Ci si riferisce, ad esempio, all’arte medica.
Siamo lontani dal modello medico dei nostri giorni: all’epoca, le capacità curative erano rimesse alle abilità delle guaritrici che, esperte conoscitrici dei poteri terapeutici delle erbe, erano in grado di fronteggiare diverse malattie. Anche queste capacità, sebbene utili all’intera comunità, furono guardate con sospetto, come poteri di derivazione demoniaca, e in quanto tali da perseguire e combattere.
Insieme a centinaia di migliaia di donne verranno dunque sepolti i saperi antichi di cui queste erano custodi, cancellando di fatto un’intera cultura, quella femminile.
Fatte queste opportune premesse, che riprendono il suo precedente lavoro, Silvia Federici analizza poi la nuova ondata di violenza contro le donne, che in certe zone ha assunto la forma della caccia alle streghe.

“La mia tesi, in altre parole, è che stiamo assistendo a un’escalation di violenza contro le donne – in particolare afrodiscendenti e native americane – perché la “globalizzazione” è un processo di ricolonizzazione politica il cui scopo è fornire al Capitale un controllo incontestato sulle ricchezze naturali del mondo e sul lavoro umano, e questo obiettivo non può essere ottenuto senza attaccare le donne, che sono direttamente responsabili della riproduzione delle loro comunità.

Non sorprende, dunque, che la violenza contro le donne sia più intensa in quelle parti del mondo – Africa subsahariana, America Latina, Sud-Est asiatico – più ricche di risorse naturali e ora bersaglio per le imprese commerciali, e in cui la lotta anticoloniale è stata più forte. Brutalizzare le donne è funzionale alle “nuove enclousures”.

Apre la strada all’accaparramento delle terre, alle privatizzazioni e alle guerre che per anni hanno devastato intere regioni”.

Ma qual è il collegamento tra queste nuove enclousures – le nuove privatizzazioni – e la crescente violenza contro le donne? A parere della Federici, i nuovi investimenti economici stanno determinando una privatizzazione delle terre in tali luoghi, soprattutto in quelli ricchi di materie prime, con il conseguente impoverimento delle popolazioni indigene. Si tratta spesso di terreni comuni, ossia a disposizione del villaggio, o di proprietà di donne, per lo più vedove, dunque sole, e anziane.

Gli investimenti economici e l’ingresso di un’economia di mercato impongono la necessità di espropriare tali beni o di mutarne la destinazione d’uso. Tale propulsione economica è da ricomprendersi, dunque, tra le cause del crescente fenomeno di persecuzione nei confronti di queste donne, tacciate come streghe e giustiziate.
Una volta uccise, le loro terre vengono confiscate.

“In Africa e in India, ad esempio, fino a poco tempo fa le donne avevano accesso alle terre comuni e dedicano una buona parte della loro giornata lavorativa all’agricoltura di sussistenza”.

In sostanza, grazie al lavoro delle donne, molte persone, altrimenti prive di mezzi di sostentamento, sono sopravvissute alla austerità imposta dai programmi internazionali di sviluppo.
La progressiva privatizzazione delle terre ha, nella migliore delle ipotesi, costretto le donne ad abbandonare la produzione agricola di sussistenza e a lavorare come aiutanti dei mariti nella produzione agricola a fini commerciali. Con il conseguente aggravarsi delle condizioni di sopravvivenza di tutta la comunità.
Impoveriti, gli uomini sfogano le proprie frustrazioni sulle donne, tentando di sfruttare a fini economici non soltanto il loro lavoro, ma anche i loro corpi.
È stretto, dunque, il legame tra povertà, bisogno economico e violenza sulle donne.
In India è molto diffuso, ad esempio, il fenomeno degli omicidi per la dote, ossia dell’uccisione delle mogli che offrono in dote beni di modico valore. In tal modo, i mariti, impossessatisi delle esigue doti, possono contrarre un nuovo matrimonio con donne più facoltose, incrementando il proprio patrimonio con un’ulteriore dote.
La violenza sulle donne è anche, come detto, strumentale alla produzione di ricchezza: lo sfruttamento sessuale dei corpi femminili e il loro traffico, anche internazionale sta, ad oggi, assumendo le forme di una vera e propria schiavitù.
Inoltre, le continue carestie, la dilagante povertà, il diffondersi di epidemie come l’HIV necessitano di una spiegazione. Il proliferare di nuove sette religiose di stampo fortemente patriarcale se non misogino, che recano con sé regole morali molto severe, alimenta la convinzione che tali accadimenti siano diretta conseguenza dei sortilegi delle streghe.

In tal modo, si fomenta una vessazione che vede migliaia di donne perseguitate e giustiziate, anche alla luce del sole. In taluni Stati africani, i cacciatori di streghe sono giovani uomini, spesso parenti di tali donne, per lo più anziane: ed invero, a tali superstizioni, va ad aggiungersi la frustrazione dei giovani nei confronti della loro condizione di miseria.
Le anziane proprietarie di piccoli appezzamenti di terreno diventano dunque le usurpatrici di beni che spetterebbero loro di diritto. E vanno dunque eliminate.
Già a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, migliaia di donne si sono trovate costrette a fuggire dai loro villaggi, per trovare riparo in campi creati da talune organizzazioni per ospitarle. E ciò è accaduto nel nord del Ghana, nella parte sudoccidentale del Kenya e in Sud Africa, dove le violente angherie hanno avuto luogo dalla fine dell’apartheid.
Nella maggior parte dei casi, i “cacciatori di streghe” agiscono nell’impunità, o perché protetti dalle forze dell’ordine, o per carenza di testimoni., che non si espongono in favore di tali donne, in quanto temono di subire ritorsioni. Tuttavia, come afferma Silvia Federici,

“ciò che più sorprende è che nemmeno le femministe si sono espresse pubblicamente a questo riguardo. Forse temono che la denuncia di questi episodi possa incoraggiare gli stereotipi coloniali che dipingono gli africani come una popolazione condannata all’arretratezza e all’irrazionalità – paura non del tutto priva di fondamento, ma che nondimeno rischia di essere fuorviante.

La caccia alle streghe, infatti, non è un problema africano, ma globale. È un’articolazione della violenza contro le donne che è in aumento ovunque nel mondo, e che abbiamo l’obbligo di fermare”.

L’autrice immagina, quindi, una serie di iniziative che potrebbero essere utili a fermare questa mattanza, finora svoltasi nel silenzio e nel totale disinteresse dell’opinione pubblica di tutto il mondo. Una soluzione potrebbe essere, ad esempio, rendere mediatico un fenomeno altrimenti locale, attraverso azioni concrete e chiassose che attirino l’attenzione.

In tal modo, questa dilagante violenza potrebbe trovare il suo spazio al centro del discorso pubblico. Come è accaduto in India, grazie alle iniziative delle donne che hanno non soltanto intessuto una rete di sussistenza e resistenza sociale per opporsi agli omicidi per la dote, ma sono anche riuscite a fare in modo che il problema non rimanesse celato all’interno del loro territorio, ma che acquisisse importanza pubblica ed internazionale.
Lo stesso potrebbe – e dovrebbe – accadere anche nei territori Africani attraversati da questa scia di sangue.
L’oppressione attualmente in atto non può continuare nel silenzio del mondo e delle istituzioni:

“le accuse di stregonerie, infatti, incarnano il più estremo dispositivo di alienazione ed esclusione, poiché trasfigurano le accusate – principalmente donne – in esseri mostruosi dediti alla distruzione delle loro comunità, e quindi immeritevoli di compassione e solidarietà”.

Appare evidente come tale meccanismo non possa esser relegato ad un passato impossibile da riproporsi: ha assunto vita propria e riemerge laddove vi sia la necessità di mettere al bando e disumanizzare.

Ecco perché la caccia alle streghe è un problema che riguarda e ci coinvolge tutti.

 

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Sinossi

La caccia alle streghe è tornata scatenare nel XXI secolo una nuova ondata di violenza, interpersonale e istituzionale, contro le donne. E anche oggi, come nel Medioevo, questa violenza misogina che demonizza la donna procede di pari passo con l’accumulazione capitalistica, che si sviluppa attraverso processi di espropriazione e distruzione dei rapporti di solidarietà e potere che regolano la vita delle comunità.

Silvia Federici esamina le cause profonde della guerra in atto, fatta non solo di violenza domestica e sessuale, ma anche economica e strutturale, il cui esito è ancora una volta quello di sovvertire i processi di riproduzione sociale per spaccare le comunità e aprire la strada all’individualismo funzionale al progetto neoliberista.

Caccia alle streghe, guerra alle donne è un’indagine sulle cause di questa nuova violenza e una chiamata femminista alle armi, che attraverso la memoria e l’analisi del passato offre spunti inediti per le lotte a venire.

Titolo: Caccia alle steghe, guerra alle donne
Autore: Silvia Federici
Edizione: Nero, 2020

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